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martedì, 25 Giugno 2024
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Dalla Libia a Palermo: le attività di Medici senza frontiere sulle due sponde del Mediterraneo

L'organizzazione, oltre a effettuare salvataggi in mare, opera con un punto di assistenza a Tripoli. Nel capoluogo siciliano, invece, è attivo un ambulatorio per persone sopravvissute alle violenze

Alice Marchese
Alice Marchese
Classe 1998, giornalista pubblicista, laureata in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali. Racconta storie di giovani migranti, donne e progetti che vedono protagonista la Sicilia e non solo. Scrive anche per altre testate online
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PALERMO. “Dopo aver fatto un salvataggio, secondo la legge non se ne può fare un altro. Ma il soccorso non può essere razionato, infatti Medici Senza Frontiere ha sfidato questa normativa all’inizio facendo un triplice salvataggio”. A dirlo è stato Juan Matìas Gil, coordinatore delle attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo di Medici Senza Frontiere. È intervenuto durante l’incontro “Dalla Libia a Palermo: le attività di Medici Senza Frontiere sulle due sponde del Mediterraneo”, tenutosi nei giorni scorsi all’oratorio Santa Chiara, a Palermo, cuore pulsante del centro storico del capoluogo siciliano e crocevia di culture.
Durante l’evento hanno condiviso la loro testimonianza Manoelle Carton, Coordinatrice Medica, che opera a Tunisi per la Libia; Patrizia Politi, Coordinatrice Medica a Palermo, e si occupa del progetto Sopravvissuti a Tortura, e il moderatore Paolo Cuttitta, Ricercatore dell’Università “La Sorbonne” di Parigi.

L’impegno di Medici senza frontiere dalla Libia a Palermo

Grazie ai loro interventi è stato possibile ricostruire l’operato di Medici Senza Frontiere. Correva l’anno 2002 quando iniziarono il loro percorso in mare a Lampedusa per gli sbarchi; anno dopo anno la loro presenza fu sempre più assidua, tranne in Libia. Lì era impossibile attuare misure a sostegno dei migranti per ragioni politiche, legate al dittatore libico Gheddafi, e anche adesso nel caso di Ong ci si può dedicare a questo Paese dalla Tunisia, ad esempio. Un caso eclatante menzionato è stato quello della nave appartenente alla Ong tedesca Cap Anamur, che avvistò migranti in mare, successivamente sequestrata e processata. L’iter terminò con l’assoluzione, ma generò danni incalcolabili all’immagine dell’organizzazione.
Dopo la caduta del governo nel 2011, Medici Senza Frontiere operò a singhiozzi fino a oggi, nonostante il contesto sia estremamente complesso da gestire. L’organizzazione ribadisce che in Libia esistono centri di detenzione sia ufficiali che non, formalmente sotto il controllo del Ministero, ma questi ultimi non sono accessibili. Se avviene il passaggio di non ufficialità, non è possibile portare avanti interventi. Il luogo d’azione di Medici Senza Frontiere è il punto di sbarco a Tripoli: “Gli stranieri in Libia sono soggetti a discriminazione e a violenza. Diverse persone paradossalmente preferiscono rimanere nei centri di detenzione”, sostiene Cuttitta.

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In fuga per andare dove?

Ripercorrendo i passi compiuti da chi è scappato attraversando il Mediterraneo per giungere nel capoluogo siciliano, si traccia una rotta fatta di blocchi, respingimenti, discriminazioni per cittadinanza, condizioni sociali ed economiche. Determinate categorie di persone non possono liberamente entrare in Europa sebbene stiano cercando di allontanarsi da una guerra, da un disastro ambientale, da persecuzioni politiche, ma non solo. È difficile anche per un semplice turista straniero perché il proprio movimento dipende da troppe variabili. A giocare un ruolo decisivo sono le istituzioni che legittimano o meno gli sbarchi, spesso sfruttando il tema migratorio a loro vantaggio. “Le istituzioni economiche e le industrie della sicurezza impegnano le loro tecnologie per rendere i controlli più efficaci – continua così Paolo Cuttitta -. Capita anche che siano quelli che conferiscono armi ai Paesi da cui le persone scappano. I migranti vengono mandati a Carrara, a Taranto, a La Spezia: tutti posti lontani dal porto”. Manoel Carton a questo proposito pone l’accento sull’importanza della salute sia fisica che mentale che dovrebbe essere preservata in queste terribili condizioni dal momento che: “Sono in fuga dai loro paesi, vanno in Libia e poi sul mare, ma per andare dove?”.

“Un salvataggio alla volta”

Questa è una delle regole propugnate che limita i soccorsi in mare: dopo aver fatto un salvataggio, non se ne può fare un altro. A pronunciarsi a riguardo è stato Juan Matìas Gil: “Le persone in movimento pagano le conseguenze delle politiche pubbliche che spesso nascondono il numero e le storie delle persone che arrivano. Il salvataggio delle vite non può essere razionato. Msf ha sfidato questa normativa all’inizio, facendo una volta un triplice salvataggio”.

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Il progetto “Sopravvissuti a tortura”

Nasce nel 2021, grazie a questo progetto, è stato adibito un ambulatorio a Palermo che potesse accogliere persone che sono sopravvissuti ad una violenza indicibile e inenarrabile. A parlarcene è Patrizia Politi. “Le persone non raccontano le loro esperienze con facilità, ci vuole molta attenzione e purtroppo sono storie faticose anche da ascoltare. La violenza in Libia è ancora più gratuita e ci sono tanti ragazzi non volevano venire in Europa. Ma con il crollo di Gheddafi e la Libia di adesso si sono sentiti costretti a farlo”.

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