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domenica, 23 Gennaio 2022
Editoriali"Io, che mi iscrissi a Legge sull'esempio di Borsellino, e gli eroi del quotidiano"

“Io, che mi iscrissi a Legge sull’esempio di Borsellino, e gli eroi del quotidiano”

La riflessione di Luca Insalaco, avvocato, il suo vissuto e le sue scelte di vita e professionali nel segno dei giudici uccisi dalla mafia. Ma anche l'attenzione a chi vive da eroe ogni giorno

Luca Insalaco
Avvocato, giornalista, papà

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Appartengo a quella generazione di ragazzi (ex ormai) che decise di iscriversi in Giurisprudenza (anzi, in “Legge”) sull’esempio di testimoni come Rosario Livatino, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e sull’onda lunga del riscatto promesso e non del tutto mantenuto da Mani Pulite.
Nutrivo il sogno, poi mai realmente coltivato, di seguire le loro orme accedendo in magistratura. Rosario Livatino, di cui condivido le radici, mi accompagna fin dall’adolescenza, come un caro amico che ti offre un consiglio quando più nei hai bisogno. Del giudice Falcone mi colpivano l’acutezza del pensiero, il fiuto investigativo, l’altissimo senso dello Stato e del dovere. A quattordici anni leggevo “Cose di Cosa nostra”, testo che avrei ripreso alcuni anni dopo, per comprenderne meglio le diverse sfaccettature. Nell’età adulta ho sentito più vicina a me la figura di Paolo Borsellino. La sua dimensione familiare, di uomo di fede, il servizio prestato alla Giustizia e all’Uomo, ne fanno una di quelle figure che ti interrogano di continuo. Penso al lungo addio dai suoi affetti più cari, al suo andare consapevolmente incontro alla morte, senza cedimenti, nei 57 giorni che separarono via d’Amelio da Capaci. Insieme a lui, però, penso a mio padre, che ha lavorato e lavora instancabilmente per fare “riuscire” noi figli (prenditi una vacanza, papà). Penso ai silenziosi sacrifici delle mamme che mettono se stesse sempre per ultime, privilegiando ogni giorno il benessere della loro famiglia. Penso a quei genitori che, pur in condizioni di disagio economico, insegnano ai loro figli a seguire il “fresco profumo della libertà”, rifiutando il “puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. Penso ai padri e alle madri che si prendono cura con grande amore e dedizione dei loro ragazzi affetti da patologie gravi o con forme varie di disabilità. Penso ai sacerdoti che, nella gioia, servono Dio e gli uomini, spezzandosi ogni giorno per loro. Penso alle tante persone che spendono la loro vita, nel silenzio e nell’umiltà, per riscattare fette di umanità alla deriva. Di tutti ammiro il morire a loro stessi per fare spazio alla vita. No, non c’è bisogno di un titolo per essere degli eroi.

Luca Insalaco

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