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mercoledì, 26 Gennaio 2022
EditorialiUna base operativa dei Paesi dell'Unione europea a Lampedusa per fermare le morti nel Mediterraneo

Una base operativa dei Paesi dell’Unione europea a Lampedusa per fermare le morti nel Mediterraneo

Luigi Sanlorenzo
Di formazione storico-filosofica, economica e scout, ne ha declinato i valori nell’ambito delle analisi strategiche, delle dinamiche del cambiamento e dello sviluppo delle risorse umane, secondo gli indirizzi di Humanistic Management. Ha ricoperto incarichi di responsabilità e di consulenza presso istituti di credito, società multinazionali e scuole di alta formazione italiane e internazionali. Ha rivestito cariche istituzionali negli anni ‘90 durante la Primavera di Palermo e nei recenti anni 2000. Docente nei licei, nelle Università di Palermo, di Messina, di Macerata, di Oslo, di Stoccarda e presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, Roma. Capo scout in Agesci, è presidente dell’Associazione no profit PRUA (Progetto Risorse Umane per l’ Autonomia). Pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, collabora con riviste specialistiche tra cui, Psicologia e Lavoro, Nuove frontiere della scuola e con quotidiani online locali e nazionali

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L'importante è che non si veda disegno di Francesco Piobbichi
“L’importante è che non si veda” (di Francesco Piobbichi)

Avrei preferito non scrivere questo articolo. Vorrei che il Pontefice e le massime autorità italiane ed europee non fossero mai andati a Lampedusa e che anziché una porta con intorno il vuoto, sulle coste dell’estremo lembo d’Europa vi fosse una scritta altrettanto crudele quanto quella che campeggia ancora oggi sull’ingresso di Auschwitz perché uguale è l’inganno che essa nasconde. Lo avrei preferito perché il ripetersi giorno dopo giorno del genocidio dei migranti, svuota ciascuna di quelle parole pronunciate di ogni forza e contenuto, le trasforma in sterili proclami, ne fa rimbombare l’eco metallica in un etere sempre più affollato dalla “notizia successiva”.

Quelle che si stanno scrivendo in questi mesi sono forse le pagine più drammatiche del XXI secolo e di esse un’intera generazione di governanti, di politici ma anche di gente comune dovrà vergognarsi nei decenni che verranno e dovrà rispondere alle generazioni successive come è accaduto per quanti in Germania assistettero indifferenti alla giornaliera scomparsa di intere famiglie ebree, e trovarono, mentendo a se stessi, ogni possibile banale giustificazione per quello che sarebbe stato chiamato Olocausto.

Dal 1933 al 1945 nel campo di concentramento di Dachau morirono oltre quarantamila persone; dal 2013 a giugno 2021 si stima che siano stati oltre ventimila i migranti morti e dispersi nelle acque del Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa; di essi, seicentotrentadue soltanto nei primi sei mesi dell’anno in corso. Il continente percorre di nuovo il sentiero dei nidi di ragno, come se niente fosse accaduto nel proprio recente passato e sembra condannato ad una coazione a ripetere gli effetti di una maledizione che gli grava addosso, nonostante sia stato la terra della nascita della democrazia, della più grande letteratura, di musiche sublimi, dello sviluppo della cultura illuminista e dei diritti umani.

Un occidente che non ha ancora espiato il colonialismo, le guerre di teatro, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse dei Paesi in via Sviluppo, l’appoggio ai peggiori e sanguinari dittatori africani e del medio oriente, ancora una volta si rivela indegno della propria migliore eredità, calpesta quei diritti inalienabili che esso stesso ha diffuso nel mondo, si rinchiude nella propria crisi epocale e di identità e ignora il mondo nuovo che sbarca sulle coste impugnando quell’unica potentissima arma che è il diritto di ogni persona di cercare, dove può e come può, condizioni di vita migliori per sè e per la propria famiglia.

Oltre alla compassione e alla solidarietà manca ormai anche quell’intelligenza politica che difettò persino agli spiriti più sensibili del mondo romano durante la lunga fase della propria inarrestabile decadenza. Li chiamarono barbari, ne irrisero la rozzezza e l’ignoranza, ne disprezzarono gli usi ed i costumi, si avvitarono in dispute infinite sulla loro stessa natura spirituale  finchè un giorno furono costretti ad affidare proprio a quelle giovani braccia vigorose e a quell’intelligenze non offuscate dal benessere, il proprio destino e la difesa di un impero ormai al tramonto.

Eppure ormai da anni i cosiddetti “extracomunitari” spingono in ogni parte d’Europa le sedie a rotelle dei nostri anziani, accudiscono i figli dei nostri figli, tengono in piedi già ora ciò che resta delle piccole e medie imprese, soprattutto in quei settori non più considerati lavori degni di questo nome, e a breve sosterranno una parte cospicua della nostra previdenza. Quando superano la prima fase dell’inserimento, sono cittadini modello, pagano le tasse, i loro figli sono spesso tra i più bravi a scuola, le seconde generazioni, una volta acquisita tra mille difficoltà ed ostacoli la cittadinanza italiana, occupano già posti di responsabilità.

Eppure c’è ancora chi agita il panno rosso della paura, blatera di contaminazioni, si arrocca sullo jus sanguinis e copre di insulti chi si impegna per sostituirvi il sacrosanto jus soli, ne tollera la presenza a patto che viaggino su carrozze ferroviarie, delle metropolitana o tram, separati; un’allucinazione spaventosa che avvolge quanti hanno dimenticato l’apartheid, le rivolte di Soweto, la prigionia di Nelson Mandela, la grande pacificazione raggiunta attraverso la pratica moderna della millenaria cultura dell’Ubuntu, al cui confronto il processo di Norimberga appare come un arcaico rito dell’Inquisizione.

L’Europa sta disperdendo nel Mediterraneo il sangue di cui ha bisogno, assiste immobile alla scomparsa dei suoi prossimi migliori ingegneri, biologi, scienziati, uomini e donne nuovi di cui la società e la politica hanno un’estrema e urgente necessità per dare vita al mondo nuovo. È incredibile che a Lampedusa piuttosto che sulle coste più facilmente raggiunte dai migranti, non esista già da anni un centro interforze in cui operino fianco a fianco i civilissimi danesi, tedeschi, francesi, britannici, svedesi e finlandesi, attrezzati in costante collegamento con i propri governi per indirizzare i profughi verso i Paesi che essi intendono raggiungere, superando le lentezze, le intolleranze, i pregiudizi di quanti, italiani compresi, restano immobili ed impotenti e offrono, con generosità, solo assistenza, se così può chiamarsi la farsa dell’attuale legislazione. Essa in molti casi, soprattutto al largo delle coste, scoraggia con la minaccia della sanzione gli interventi di soccorso da parte dei pescatori locali moltissimi dei quali, in nome della legge del mare, decidono ugualmente di rischiare denunzie e guai giudiziari che durano anni.

Fino a quando non vedremo tutti i Paesi dell’Unione rappresentati a Lampedusa con propri mezzi, strutture operative e canali aperti verso la piena immigrazione nei rispettivi contesti sociali – con o senza la regia dell’Unione Europea o dell’Alto Commissariato delle Nazioni Uniti per i rifugiati –  ogni altra parola sarà inutile, ogni discorso già sentito, ogni azione umanitaria e di coraggio civile delle popolazioni locali e di abnegazione delle nostre forze dell’ordine  sprecata e buona soltanto a far versare qualche lacrima di coccodrillo nel salotti televisivi dell’ipocrisia e del vaniloquio.

La Storia ha offerto spesso un’ultima occasione prima del baratro, in pochi se ne sono resi conto e talvolta hanno fermato il destino giusto un attimo prima dell’irreparabile. Molti invece hanno preferito assistere, attendere, sperare che entità superiori si facessero carico di questa o di quella emergenza e sono stati travolti, gravati da responsabilità individuali e collettive che marchiano a vita intere generazioni, scuotendone nel profondo le fondamenta spirituali e indebolendone per decenni ogni residua energia vitale.

Luigi Sanlorenzo

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