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lunedì, 26 Settembre 2022
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Pasta Ucciardone, il grido d’aiuto dell’imprenditore Giglio: produzione bloccata

Da tre mesi ferma l'attività del pastificio, inaugurato nel 2018, all'interno del carcere di Palermo. Lo stop a causa Covid: "Abbiamo fatto scelte coraggiose e crediamo nel progetto, ma adesso vogliamo poter lavorare"

Alessia Rotolo
Alessia Rotolo
Ama Palermo e il centro storico, i tre mercati, i quattro mandamenti, il Genio e la Santuzza. Segue con passione i processi partecipativi di riqualifica della città nati dal basso che stanno pian piano cambiando il volto di Palermo rendendola sempre più affascinante. Scoprire storie e raccontarle è la sua migliore capacità dettata da una passione incessante per il mestiere di giornalista

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PALERMO. L’azienda Giglio Lab Srl, che produce la pasta a marchio “Ucciardone” nel pastificio inaugurato nel 2018, che si trova dentro il carcere di Palermo Ucciardone, ha la produzione bloccata da circa tre mesi: il magazzino langue e le richieste di prodotto da tutta Italia non si possono accontentare.

Il pastificio, fortemente voluto dal Ministero della Giustizia, che ne detiene il marchio, e dall’allora direttrice del carcere Rita Barbera, aperto in pompa magna con una conferenza stampa alla presenza del ministro Andrea Orlando, il primo cittadino, diversi magistrati, ha subito più di una brusca battuta d’arresto.

«C’erano state fatte tante promesse – racconta Mimmo Giglio, l’imprenditore che gestisce il pastificio dentro il carcere – di promozione del prodotto, ma sono tutte andate in fumo. Noi crediamo fortemente in questo progetto e vogliamo portarlo avanti, però chiediamo anche di poter lavorare perché siamo degli imprenditori non siamo dei benefattori».

Oggi il pastificio è fermo a causa del Covid. «Ci sono stati diversi casi di contagio Covid e per disposizioni ministeriali tutte le attività trattamentali dentro il carcere sono state sospese. Questo pastificio è un luogo di riscatto con un’opportunità importante messa a disposizione dei detenuti, meriterebbe più attenzione da parte delle istituzioni e non soltanto una passerella mediatica durante l’inaugurazione».

«È stato speso denaro pubblico per allestire il pastificio – continua Mimmo – per noi è stato un processo lungo partito nel 2010, un investimento iniziato con la nascita della società con cui gestiamo l’azienda. Poi c’è stato l’allestimento del pastificio, la selezione e la formazione dei detenuti. Quindi sono iniziate le prove concrete delle varie fasi, tutti i passaggi, le tecniche, in prima battuta abbiamo usato grani siciliani. Ma oggi reperire materie prime è diventato complesso, abbiamo difficoltà per reperire grano siciliano. Oggi utilizziamo grani italiani di cui conosciamo perfettamente la provenienza, il grano siciliano è diventato di difficile reperibilità e di scarsa qualità, non possiamo deludere i nostri consumatori».

«Noi abbiamo fatto una scelta coraggiosa ad essere dentro il carcere, – dice – perché crediamo fermamente nel progetto. La pasta secca Ucciardone non si rivolge alla grande distribuzione. Abbiamo utilizzato altri canali che si occupano di economia carceraria. In Italia si fa di tutto dentro le carceri, ma noi siamo i primi a fare pasta. Non volevamo entrare nella Gdo, a Palermo diamo la nostra pasta solamente al centro Olimpo perché ha dei trascorsi sociali molto importanti. Sono stati bersagliati dal pizzo, poi hanno chiuso e poi aperto grazie ad una cooperativa di cui il presidente è Gaetano Salpietro che ha creduto in questo prodotto e ha la pasta abitualmente sugli scaffali».

Da Roma in su ci sono dei referenti che acquistano regolarmente il prodotto, la Pasta Ucciardone, ma il periodo infausto del Covid ha rovinato tutto quello che si era costruito attorno a questo simbolo di riscatto. «La nostra è un’attività commerciale a tutti gli effetti: se non produciamo non vendiamo e se non vendiamo siamo costretti a chiudere. I nostri magazzini sono quasi vuoti ormai e non sappiamo ancora quando potremo tornare a produrre».

«Avevamo quattro dipendenti detenuti – conclude -, adesso tre hanno scontato la pena e sono liberi, ce n’è rimasto solo uno dentro che non può lavorare, è in isolamento per il Covid. Dovrei rinfoltire il magazzino, ma attualmente ho fermato tutto: l’aspetto propagandistico e promozionale, la partecipazione alle fiere. Avremmo dovuto assumere altre persone ma in questo momento non possiamo farlo. È un’iniziativa bellissima ma abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per farla esplodere».

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