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venerdì, 7 Ottobre 2022
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Trent’anni dalle Stragi, Scarpinato: “Silenzi e omertà. Lo Stato non vuole la verità”

Una ricostruzione giudiziaria e storica sulla strage del '92 che vide l'uccisione di Paolo Borsellino. Parla l'ex procuratore generale di Palermo: "Ormai prossima la riforma legislativa che consente ai boss libertà e benefici"

Lilia Ricca
Lilia Ricca
Giornalista pubblicista, laureata in Comunicazione per le Culture e le Arti all'Università degli Studi di Palermo, con un master in Editoria e Produzione Musicale all'Università IULM di Milano. Si occupa di cultura, turismo e spettacoli per diverse testate online e da addetto stampa. Scrive di sociale per "Il Mediterraneo 24"

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PALERMO. A 30 anni dalle Stragi di Capaci e via D’Amelio, la ricerca della verità su quei delitti va avanti ancora oggi. Ci sono state inchieste e processi ma sono tante ancora le domande che attendono risposta. Tra gli interrogativi più importanti c’è il progetto della strage di via d’Amelio e l’accelerazione che ha portato all’uccisione di Paolo Borsellino dopo 57 giorni dal giudice Falcone.

“L’Italia è incapace di affrontare la verità”, dichiara Roberto Scarpinato. Perchè è così difficile cercarla? A rispondere è l’ex procuratore generale di Palermo, nel corso di un evento dedicato all’antimafia organizzato dalla redazione di ANTIMAFIADuemila, a Villa Filippina, in occasione dei 30 anni dalle Stragi.

A distanza di una settimana dal sesto processo sulle Stragi, a 30 anni dalla strage di Via D’Amelio, c’è un interrogativo che dobbiamo porci con più forza su tutti gli altri, dichiara l’ex procuratore: Riusciremo mai ad avere una completa verità giudiziaria sulla strage di via D’Amelio? Una verità che vada oltre il livello degli esecutori materiali e dia un volto ai mandanti e ai complici esterni? Se dobbiamo essere realistici, alla luce degli ultimi eventi, la mia risposta è no. Per ragioni di sistema. Per ragioni che attengono al potere in Italia”.

L’ex procuratore Roberto Scarpinato durante l’evento di ANTIMAFIADuemila a Villa Filippina (foto di Massimo Torcivia)

Quel potere che non ha mai consentito la processabilità e la condanna dei mandanti, dei complici esterni di tutte le stragi che hanno segnato la storia della prima Repubblica.

“Una storia tenuta a battesimo da una strage politico mafiosa, quella del primo maggio 1947 di Portella della Ginestra, conclusasi nel bagno di sangue delle stragi politico mafiose del 1992 e 1993. Tra queste una sequenza ininterrotta di attentati che non eguali in nessuna storia europea – continua l’ex procuratore. Una storia di stragi e di eterna sconfitta della giurisdizione che non è mai riuscita ad andare oltre il livello degli esecutori materiali. In alcuni casi ha fallito pure questo compito elementare come accaduto per la strage di piazza Fontana, a Milano, del 12 dicembre 1969: 17 morti e 88 feriti senza giustizia. Nessun colpevole“.

I DEPISTAGGI NELLA STORIA ITALIANA. UN CICLO SENZA FINE

La considerazione di Scarpinato è che a volte “indagini che riguardano le stragi italiane sono state sistematicamente sabotate e depistate da esponenti degli apparati statali”. “Circostanza che non mi stanco di ripetere: è accertata da una serie di condanne definitive dei vertici dei servizi segreti della Polizia condannati per depistaggio. Ricordiamo che per la strage di Milano della Banca dell’Agricoltura del 1969 sono stati condannati con sentenza definitiva per avere depistato le indagini, due vertici dei servizi segreti, il generale Maletti e il capitano La Bruna”, spiega Scarpinato.

Per la strage di Peteano del 31 maggio 1972 sono stati condannati con sentenza definitiva del 1992 per depistaggio, il generale Dino Minganelli e il colonnello Antonino Chirico. Per la strage di Brescia del 28 maggio del 1974 “è stato accertato che i servizi segreti avevano nascosto alla magistratura, per 40 anni, che uno dei soggetti condannati per la strage, Maurizio Tramonte, era stato un collaboratore dei servizi segreti”.

Per le indagini sulla strage di Bologna del 1980 sono stati condannati con sentenza definitiva per avere depistato le indagini, due vertici dei servizi segreti, il generale Musumeci, il colonnello dei Carabinieri Belmonte, l’agente segreto Pazienza.

Continua così l’ex procuratore: Non è casuale che nelle indagini per le stragi del 1992 e del 1993 sia stato replicato tutto il vasto repertorio dei depistaggi che è stato sperimentato nelle indagini sulle stragi degli anni ’70 e ’80. Dalla sottrazione di documenti essenziali alla creazione di falsi collaboratori, all’eliminazione di soggetti che erano a conoscenza di segreti scottanti e stavano per iniziare a collaborare”.

L’ex procuratore Roberto Scarpinato durante l’evento di ANTIMAFIADuemila a Villa Filippina (foto di Massimo Torcivia)

TRA VERITÀ NASCOSTE E TECNICHE DI DEPISTAGGIO

Quanto alla sottrazione di documenti essenziali, la sottrazione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino è solo il caso più clamoroso. Non dimentichiamo che dopo l’arresto di Salvatore Riina “fu consentito ai mafiosi di far sparire tutti i documenti che si trovavano in casa sua ingannando la Procura della Repubblica”, ha ricordato il magistrato -. “È stata manomessa l’agenda Cassio di Falcone, la sua agenda elettronica, con interventi successivi alla strage del 23 maggio che hanno cancellato, come è stato accertato nelle consulenze, dei file che si trovavano all’interno”.

“Si tratta di una replica. Di tecniche di depistaggio poste in essere per le stragi, della ‘strategia della tensione’. Nel processo per la strage di piazza della Loggia a Brescia è stato accertato che due ore dopo l’esplosione era stato impartito l’ordine di ripulire frettolosamente, con le autopompe, il luogo dell’esplosione spazzando via indizi, reperti e tracce di esplosivo prima che arrivassero magistrati e periti. Misteriosamente sparirono anche i reperti e le tracce di esplosivo prelevati in ospedale dai corpi dei feriti e dei cadaveri”, continua l’ex procuratore.

Anche per la strage di Bologna è stato accertato che le indagini sui mandanti esterni di quella strage, recentemente identificati in Licio Gelli e Umberto Federico D’Amato, capo dell’ufficio Affari riservati del Ministero dell’Interno, “sono state depistate per più di 50 anni dalla sottrazione alla Magistratura di un documento importante”, un manoscritto di Gelli dove Gelli aveva annotato movimenti bancari, che, dopo che essere stati ritrovati dai magistrati di Bologna hanno consentito un salto nelle indagini sui mandanti delle Stragi di Capaci e via D’Amelio.

Striscioni del movimento Our Voice a Villa Filippina

A proposito di replica del sistema dei depistaggi sappiamo che per le stragi del ’92 e ’93 sono stati eliminati Antonino Gioè e Luigi Lardo poco prima che entrambi iniziassero a collaborare. Il 13 aprile 1981 nel super carcere di Novara fu assassinato Ermanno Buzzi, condannato in primo grado per la strage di Brescia poco prima che iniziasse a collaborare con i magistrati.

Per quanto riguarda la creazione di falsi collaboratori si parla di Scarantino per la strage di via D’Amelio. Per la strage di Milano del 1969 fu coltivata la pista anarchica costruita appositamente per depistare le indagini. Per la strage di Bologna fu creata la falsa pista tedesca e così via.

Perché accenno a questi precedenti? Perché questa continuità di metodologia di depistaggio, che va dalle stragi degli anni ’70, agli anni ’80 e arriva al ‘92 e ‘93 è un segnale inequivocabile della continuità dell’azione depistante degli apparati statali che hanno attraversato questa stagione“, spiega l’ex procuratore.

Un altro segnale di straordinaria continuità dalle stragi è nell’aprile 2022 quando la Corte d’Assise di Bologna condanna all’ergastolo Paolo Bellini come ulteriore esecutore della strage di Bologna del 2 agosto 1980. Esponente della destra eversiva, Bellini, uomo collegato ai servizi segreti, a Stefano Delle Chiaie è lo stesso Paolo Bellini che durante il periodo delle stragi del 1991 e 1992 è continuamente presente in Sicilia in dialogo costante con gli esecutori delle stragi, che, come ha dichiarato Giovanni Brusca suggerisce ai mafiosi di “fare attentati contro i beni artistici nazionali”.

Bellini è uno dei tanti soggetti gravitanti della destra eversiva che affollano lo scenario delle stragi di Capaci e via D’Amelio e del 1993. Insieme a lui, Pietro Rampulla, l’artificiere della strage di Capaci, esponente anche lui della destra eversiva. Antonino Gioè, Santo Mazzei e Saro Cattafi.

GIOVANNI FALCONE E LA STRAGE DI BOLOGNA

Che rapporto c’è tra la strage di Bologna dove la strategia della tensione raggiunge il culmine e i delitti di mafia? “Questo rapporto lo colse per primo Giovanni Falcone, il quale si rese conto che gli autori dell’omicidio Mattarella, Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini erano gli stessi autori della strage di Bologna del 1980. Si rese conto che la causale mafiosa dell’omicidio Mattarella era solo una causale apparente di copertura che occultava un’altra causale politica che doveva restare segreta.

Falcone definì l’omicidio Mattarella una replica del caso Moro. Lo disse esplicitamente nel suo intervento il 22 giugno 1980 alla Commissione parlamentare antimafia quando disse a proposito dell’omicidio Mattarella ‘è un’indagine estremamente complessa perché si tratta di capire se e in quale misura la pista nera sia alternativa rispetto a quella mafiosa oppure si compenetri con quella mafiosa. Il che potrebbe significare saldature e soprattutto la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro paese anche da tempi assai lontani’. È in questo contesto che Falcone fa riferimento alla strage di Bologna“, spiega l’ex procuratore Scarpinato.