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venerdì, 7 Ottobre 2022
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Viaggio a Sambuca: tra musei, vino e “minni di Virgini”

Travel Experience tra passato e presente all’insegna della natura, cultura ed enogastronomia nelle affascinanti località della Valle del Belice. Il nostro reportage sul sentiero tracciato da LOGOS Srl Comunicazione e Immagine, in collaborazione con l’Associazione Ricercatori Turismo – ARTÙ, e con Iter Vitis

Stefano Edward Puvanendrarajah
Stefano Edward Puvanendrarajah
Laureato in comunicazione pubblica d'impresa e pubblicità presso l'Università di Palermo, è attivista dei diritti umani con esperienze pregresse di rappresentanza politica e sociale della comunità tamil palermitana

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SAMBUCA DI SICILIA (AG). Viaggiare alla scoperta delle tante bellezze paesaggistiche, storico-culturali ed enogastronomiche presenti nelle località della valle del Belice. Oggi vi portiamo a Sambuca di Sicilia e Santa Margherita Belice in una travel experience unica nel suo genere che coinvolgerà attivamente i quattro sensi.

Portale San Giorgio

Iniziamo la nostra visita a Sambuca di Sicilia (riconosciuta come Borgo dei borghi nell’anno 2016) giungendo alla odierna Piazza Navarro. Qui è possibile notare la sola presenza di un portale di una chiesa risalente al cinquecento e dedicata a San Giorgio che venne edificata su una antica moschea araba in prossimità dell’ingresso al quartiere saraceno della località. Il suo valore simbolico era molto forte, rappresentava infatti il primo luogo di culto cristiano che segnava a livello temporale il passaggio tra il periodo arabo e quello della prima evangelizzazione. Una chiesa che “rivive” nonostante la demolizione avvenuta nel 1958 e che vede nella realizzazione di tale portale monumentale il fine di mantenere viva la memoria tra i giovani e meno giovani sambucesi. Interessante, da questo punto di vista è la descrizione contenuta all’interno di tale portale: “Una profonda lama ossidata che entra nel cuore della piazza, a memoria della lacerazione avvenuta nel 1958, contrasta con il tessuto cromatico della pietra. La messa a valore del bene ha restituito così il portale al suo contesto, luogo della viva memoria e, tramite esso a tutta la comunità”.

Palazzo Panitteri e il museo archeologico

Proseguendo il nostro percorso, una volta superato il largo S. Michele in cui è presente l’omonima chiesa reputata la seconda per importanza storico-religiosa, ci troviamo alla nostra sinistra di fronte all’ingresso del Palazzo Panitteri (chiamato in precedenza Palazzo Truncali dal suo primo proprietario Don Bartolo Truncali) sede istituzionale di Iter Vinis. Qui è possibile visitare il percorso del museo archeologico che racconta secoli di storia di questa meravigliosa perla del Belice.

Sambuca e le “Minni di Virgini”

Le minni di Virgini

Le “regine” della pasticceria tradizionale di Sambuca di Sicilia sono le cosiddette “Minni di Virgini”.  Le “Minni di Virgini” hanno una storia molto suggestiva, si racconta infatti che la loro nascita come prodotto dolciario fosse dovuto alla creatività di suor Virginia Casale di Rocca Menna appartenente al collegio di Maria che nel 1725 in concomitanza del matrimonio tra i marchesi Pietro Beccadelli e Marianna Gravina inventò tale dolce. Dal punto di vista visivo le “Minni di Virgini” ricordano la forma dei seni femminili sebbene la suora aveva riferito, tramite alcuni scritti rinvenuti fino ai giorni nostri, che prese ispirazione dalla forma delle colline circostanti. Le “Minni di Virgini” sambucesi sono state riconosciute dal ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali tra i prodotti agroalimentari tradizionali. Una ulteriore precisione è d’obbligo, non bisogna confondere le “Minni di Virgini” sambucesi con le “Minne di Sant’Agata” catanesi frutto di due tradizioni storico-religiose profondamente diverse nonché nella stessa composizione degli ingredienti.

Zabut e le radici arabe sambucesi

Una raffigurazione di Al-Zabut

Sambuca di Sicilia è una località che raccoglie, all’interno della sua storia, tantissime testimonianze di multiculturalismo e di incontro tra le diversità in termini di popoli che qui vi hanno risieduto. Tra di essi, la storia più affascinante è quella degli arabi i quali, attraverso la figura carismatica di Al-Zabut, diedero il nome a questa località in riferimento al suo castello. Interessanti sono, dal punto di vista della “memoria vivente” le indicazioni delle strade in due lingue, arabo e italiano e la raffigurazione di Al-Zabut in un piano di ceramica ad opera del maestro Gianbecchina nella via Emiri, a pochi passi dalla chiesa madre di Sambuca. Fu il regime fascista, in una ottica revisionista di italianizzazione dei nomi delle località a darne la attuale nomenclatura.

L’Enoteca dei Rossi

L’enoteca dei Rossi

Dopo aver percorso la via Fantasma ci troviamo alla “Enoteca dei Rossi”, ricavata in una purrera, ovvero una vecchia cava di tufo del quartiere Saraceno. Esso è un luogo adatto, sia per la temperatura ed umidità, per l’affinamento dei vini. L’enoteca, voluta dalla Strada del Vino Terre Sicane, rappresenta l’archivio storico della viticoltura di tali territori e ha come obiettivo quello di rafforzare vitivinicola delle Terre Sicane. Al suo interno, è possibile ammirare un’opera artistica, realizzata in resina da Vincenzo Muratore nel 2016 dal titolo “VITAe”.

La Cantina ULMO di Planeta

L’ultima tappa del nostro viaggio a Sambuca ci porta in Contrada Ulmo. Un posto affascinante immerso nella natura tra il verde degli alberi e il colore dei vigneti. A fare da cornice il maestoso lago Arancio. Qui visitiamo la Cantina Ulmo di Planeta, in cui è possibile apprezzare l’impegno attivo dell’azienda in termini di strategie e modus operandi dell’azienda nell’internazionalizzazione dei propri prodotti. Il 55% dei vini, infatti, viene esportato in ben 70 paesi del mondo, in particolare negli Stati Uniti, in Giappone, nel Regno Unito e in Germania, il restante 45% in Italia. La Prima cantina risale al 1995 e vi sono oltre 800 barrique. Visitando questi spazi è possibile sentire a livello olfattivo la qualità e il profumo dei prodotti contenuti. Da qui parte anche il sentiero naturalistico “La Segreta” in cui avventurarsi per esplorare tre diversi sentieri che costeggiano i vigneti alla scoperta di panorami unici ed indimenticabili.

Museo del Gattopardo

L’ingresso al Museo del Gattopardo

Siamo adesso giunti a Santa Margherita Belice (AG), località nota per la figura del noto scrittore del 900’ Giuseppe Tomasi di Lampedusa che qui ha vissuto la propria infanzia iniziando a leggere all’età di otto anni sia in italiano che in francese. Entriamo nel Museo del Gattopardo, che trae il suo nome dall’opera di Tomasi di Lampedusa che ancora oggi è di fatto un libro cult, uno dei più grandi “best seller” della letteratura italiana riscontrando successo nel nostro paese e nel mondo con le rispettive traduzioni. Qui il tempo si ferma, e si rivive la vita di un grande genio attraverso la visione delle fotografie che ricostruiscono la sua vita, gli scritti originali nei quali si può ammirare la sua calligrafia e il suo stile autentico in quelle pagine di pura letteratura che ha diffuso tante emozioni per non parlare altresì delle sue lettere e gli appunti. Un altro elemento raro è unico nel suo genere è rappresentato dalla “voce” del Tomasi di Lampedusa recintante il suo racconto dal titolo “Lighea”, registrata dal figlio adottivo attraverso un registratore a nastro. Essa rappresenta l’unica registrazione della voce del Tomasi di Lampedusa.

Museo della Memoria

Nella chiesa madre di Santa Margherita Belice

Da Sambuca a Santa Margherita Belice, che, a distanza di oltre 50 anni, porta con sé il forte dolore che è derivato dal sisma che colpì una intera comunità mietendo molte vittime. L’ex chiesa madre che era dedicata a Santa Rosalia, venne costruita nella seconda metà del XVII secolo su indicazione di Alessandro I Filangeri principe di Cutò e fu utilizzata come cappella privata del Palazzo Filangeri per poi nel tempo essere aperto alla devozione cittadina. Il terremoto del 68’ non ebbe alcuna pietà nei confronti di quella che era un fiore all’occhiello della comunità margheritese. Della chiesa, infatti, della parte originaria, resta soltanto la parte nord-ovest mentre tutto attorno vi sono immagini, giornali d’epoca e pannelli che ricordano il profondo dolore di una intera comunità, accentuato dal silenzioso quasi religioso, forse per ricordare che nonostante tutto, nonostante l’entità di quel terremoto, il silenzio rappresenta da un lato la spiritualità di quello che era un duomo e dall’altro contempla le “anime” delle persone che si sono spente in questa località. Interessante, comunque, è il racconto che ne fa Tomasi di Lampedusa nel suo libro – I ricordi di infanzia: “Ogni domenica alle undici assistevano alla messa, cantata senza soverchio fervore. La chiesa stessa era grande e bella, ricordo, in stile Impero con grandi brutti affreschi incastonati negli stucchi bianchi del soffitto, così come sono nella chiesa dell’Olivella a Palermo, alla quale somiglia più in piccolo”.

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