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giovedì, 2 Febbraio 2023
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Viaggio nel Belice dove il tempo si è fermato: i luoghi colpiti dal terremoto 55 anni dopo

Un percorso nella memoria tra Gibellina vecchia, i ruderi di Poggioreale e Santa Margherita. Tappa al Cretto di Burri che ha ricoperto come un sudario un intero paese

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Giuliana Clemente
GIBELLINA

Il 15 gennaio del 1968 Piero Angela annunciava al TG1 la notizia che una violenta scossa di terremoto, magnitudo 6.4, aveva colpito i territori della Valle del Belìce devastandoli: Gibellina, Salaparuta, Montevago erano state rase totalmente al suolo e, tra morti e feriti, in migliaia si erano ritrovati improvvisamente a vivere in tendopoli divenute nel tempo baraccopoli. 

Oggi, a distanza di cinquantacinque anni da quel tragico evento, possiamo visitarne a piedi i resti ripercorrendo un viaggio nella memoria in alcuni di quei luoghi, tornando a quegli attimi, alle urla, alla paura, al dolore ma, soprattutto, volgendo lo sguardo alla speranza ed alle possibilità di futuro e rinascita, lo stesso che avvolge gli occhi degli abitanti ancora oggi quando li incontri: pur portando dentro di loro quanto vissuto, sono solari, gentili, accoglienti, in un territorio immerso nei vigneti, nel sole, nelle mandrie che pascolano nel silenzio del vento che sale da Menfi e guardano alle nuove generazioni puntando sulla trasmissione familiare dei mestieri della nostra bellissima terra. Qui, come un sudario, appare ai nostri occhi un cretto (crepa, spaccatura) totalmente bianco che, visto dall’alto, sembra una improvvisa frattura del terreno mentre per molti rappresenta come delle ferite, forse a richiamo di quelle dei sopravvissuti: si tratta di una opera di Land Art realizzata da Alberto Burri nel luogo che ospitava la vecchia Gibellina. Camminare nel biancore lapidareo degli ammassi di cemento suscita un grande vuoto interiore, un velo di tristezza ed incredulità che poi, però, scivola via nella magnificenza del verde circostante che sovrasta i blocchi alti 1.60 metri e larghi dai due ai tre metri e sfocia nell’emozione di passeggiare andando su e giù per quelle vie che, per quanto mute e solitarie, manifestano tutta la vita di coloro che hanno vissuto lì, in un’area di circa 80.000mq, totalmente ricostruita con precisione cartografica ed è questo che secondo me rende unico il Cretto di Burri: non è solamente l’idea del richiamo estetico al sisma, quanto al riuso delle macerie stesse, le quali sono state riconvertite tramite armatura ed ingabbiamento per un risultato di tale bellezza da attrarre fotografi da tutto il mondo dandone una nuova vita.

Percorrendo la strada statale, poco distante, un cancello chiude l’ingresso di quelli che sono i ruderi Poggioreale, pericolanti e pericolosi da visitare, ma le sbarre lasciano visibili, come un fermo immagine, la chiesa, la scuola, l’ospedale, nonché molte abitazioni lungo una via principale che si dirama in piccoli vicoli ed in fondo in una ampia piazza. Dalle immagini, dalle interviste e da quanto si può apprendere tramite internet, in questo spazio è proprio il silenzio a proferir parola ed a riconsegnare ad ogni pietra un significato, questa volta doloroso poiché privo di speranza, privo di rinascita, di prospettiva futura. Tutto è lì, davanti ai nostri occhi, mosso esclusivamente dalla terra stessa che è andata e va ancora oggi a riprendersi poco per volta i propri spazi. È la stessa terra che abbiamo trovato a Santa Margherita del Belìce, definita città del Gattopardo poiché è qui che visse gran parte dei suoi anni lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Proprio di fronte al palazzo Filangeri, sede del Comune, un grande arco segna il passaggio verso l’aspetto più umano di questa zona, a coloro che nel giro di pochi secondi hanno visto crollare tutto quello che possedevano: si tratta dei quartieri di San Vito e di San Calogero rimasti in macerie ma in mezzo alla vita, in mezzo ad abitazioni, a nuovi campi di calcio, a bambini che giocano a due passi dalla ciò che ieri fu, come a segnare un confronto visivo tra la vita che scorre e l’inesorabile fine, tra passato e presente.

Un viaggio nella memoria. È questo quello che significa visitare questi luoghi, sentirsi partecipi del dolore delle famiglie e, allo stesso tempo, percepire la dicotomia tra l’impotenza umana di fronte alle avversità, al destino e l’importanza di quanto di più bello l’esistenza stessa ci dia, ovvero la solidarietà, la comunità, l’aiuto ed il sostegno che riusciamo a darci l’un l’altro e credo che forse siano davvero questi gli aspetti sui quali focalizzarci e da trasmettere alle nuove generazioni.