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Da una valigia smarrita le “gocce” di Daniele per l’Africa: scuola e cure mediche per i bambini del Kenya

Danele D'Anna ha fondato l'associazione "Drops": il programma di assistenza sanitaria, attraverso i sostegni a distanza, in nove mesi, ha contato l’iscrizione di duecento bambini e una squadra di sette medici locali

Consuelo Maria Valenza
Consuelo Maria Valenza
Insegnante, laureata in Filosofia e Scienze della formazione Primaria all'Università degli Studi di Palermo. Ha lavorato per dodici anni presso l'ufficio stampa della Conferenza Episcopale Siciliana. Collabora con diverse riviste e giornali. Cura la comunicazione e la pubblicità di attività commerciali e non. Scrive di sociale per "Il Mediterraneo 24".

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PALERMO. Quello del 10 novembre scorso per Lenah è stato un compleanno speciale festeggiato insieme ad altri cento bambini, ciascuno dei quali, dopo avere soffiato le dieci candeline, ha ricevuto in regalo scarpe e vestiti. A caricare sull’aereo 40 kg di abbigliamento e accessori alcune madrine palermitane e Maria Rosa che da ormai diversi anni si prende cura, seppure a distanza, della piccola Lenah, sostenendola negli studi e provvedendo a quanto necessario.

Maria Rosa, Elisa, Mario, Gisella sono solo alcuni delle madrine e dei padrini che ogni mese, con un contributo di un euro al giorno, si prendono cura di più di un centinaio di bambini che vivono a Watamu, cittadina keniota che si affaccia sull’Oceano Pacifico.

Le loro vite, nonostante la distanza di quasi novemila chilometri, si sono incontrate perché un giorno, nel 2005, Daniele D’Anna ha perso una valigia e con la valigia tutto il necessario per trascorrere una vacanza con i propri amici sulle spiagge più note dello stato africano.

Dovendo recuperare – racconta Daniele – vestiti e scarpe, grazie alla guida di Alì, che da allora non ci ha più lasciati, siamo usciti dall’albergo e a pochi chilometri dalla turistica Watamu altre vie, altre case, altri edifici. Lontano dalla costa tirata a lucido per i turisti, le strade si intrecciano per disegnare una cittadina povera”.

Daniele, quindi, ha fatto tappa lì, dopo avere acquistato una casa, altre volte. Quella del 2005, quella della valigia persa e mai ritrovata, che lui racconta come la prima immagine di un altro lunghissimo viaggio, è stata solo ad inizio e le strade della cittadina, di viaggio in viaggio, gli sono diventate quanto mai familiari e con esse anche le persone che le percorrevano e con le persone anche i bisogni. Tra i tanti quello di garantire un luogo più sicuro ad alcuni bambini – magari una scuola, quella che da noi è obbligatoria per tutti i minori, quella che solo alcuni possono frequentare lì, a ottomila e passa chilometri di distanza.

Decide, allora, da funzionario di banca – da sempre seduto in giacca e cravatta a far conti – di avviare una raccolta fondi. I soldi che sarebbero arrivati da lì a poco da familiari,  amici, colleghi di banca, conoscenti avrebbero coperto le rette di venti bambini.

L’Africa ha un sapore e odore speciale, non lo trovi ovunque. Sarà per questo che oltre le vacanze, ho progettato un viaggio che mi consentisse anzitutto di guarire dal mio mal d’Africa, ma anche di approfondire l’esperienza. Durante i sei mesi a Watamu continuavo a gestire i fondi per provvedere alla vita scolastica dei bambini. Poco prima di andare via, un’emergenza. Bisognava accompagnare un bambino in una clinica. L’ambulatorio dove portai quel bambino è l’unico nelle vicinanze, quindi decisi di collaborare con loro per il programma sanità pagando le spese. Da lì, da quella corsa forsennata in motocicletta, è nata l’idea di dedicare parte dei fondi non solo all’assistenza scolastica ma anche a quella sanitaria. Prende il via, così, anche il Drops health care program”.

Il programma di assistenza sanitaria, attraverso il già rodato meccanismi dei sostegni a distanza, in nove mesi  ha contato l’iscrizione di duecento bambini e una squadra di sette medici locali, in testa il dottor Malingi Shindo ed Esther Phanuel Onyango. Prossimo obiettivo l’ampliamento dei locali.

Tutto questo – scrive su un post di facebook Daniele – è stato reso possibile grazie a chi, da subito, ha creduto e sostenuto l’idea”.

Accanto a lui, infatti ci sono familiari, amici, conoscenti. C’è il Consiglio Direttivo e ci sono gli Associati di “Drops”. Così si chiama l’Associazione fondata da Daniele che, iscritta al registro nazionale dedicato, è diventata col tempo una grande famiglia allargata, senza distinzione di confini, razze e religioni, che tenta di fare piccole cose, che poi, “in Africa sono quelle che risolvono i problemi”; che tenta di guardare ogni persona e accoglierla per curarla.

Non si possono risolvere tutti i problemi – conclude Daniele – e ci si può anche stare talmente male da lasciar pensare di abbandonare tutto. Poi, però si capisce con il tempo che l’obiettivo non sono i problemi ma le persone e per loro si fa tutto quello che si può con tutto quello che si è e si ha”.

E in questo tempo trascorso, da quella valigia persa nel 2005, Hidaya, adottata da Daniele, ha oggi diciannove anni e lavora come segretaria dell’Associazione.

Drops, gocce. Solo gocce, minuscole in un Oceano vastissimo. Gocce, che se non ci fossero – a volerla ricordare l’eccezionale piccola donna di Calcutta – l’Oceano avrebbe qualcosa in meno.

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