PALERMO. Prima l’assessore all’Emergenza abitativa, Fabrizio Ferrandelli, e i docenti universitari Gioacchino Lavanco e Costantino Visconti. Poi, tanti altri si sono aggregati: dal sindaco Roberto Lagalla ad altri assessori ed esponenti della società civile, assieme ad alcuni sacerdoti. Fino a creare una vera e propria “staffetta civica” a presidio, nelle notti e nei giorni, della casa popolare che una famiglia è stata costretta a lasciare a causa delle pressioni mafiose. E promettono di restarci finché l’abitazione non sarà riassegnata. L’assessore Ferrandelli assicura: “C’è un quartiere che raccoglie il messaggio che stiamo lanciando”.
Ma c’è anche una politica sta compiendo un’assunzione di responsabilità. Che si dimostra realmente vicina a una periferia ferita dall’illegalità, che da decenni vive in uno stato di emergenza permanente. L’atto di “un’occupazione” civica di uno spazio per rivendicare il diritto alla casa rompe uno schema consolidato: quello che vede la politica parlare del disagio sociale senza mai esporvisi davvero. L’occupazione civica rovescia il paradigma. Non si limita a denunciare l’ingiustizia, ma la abita. Non osserva il conflitto, lo assume.
È in questa chiave che va letto il gesto di Fabrizio Ferrandelli. Un atto politico che riconosce un fallimento strutturale. E lo trasforma. La famiglia cacciata da un sistema mafioso che lucra sulle abitazioni ha messo a nudo un fenomeno. E anche il timore della mafia per le forze dell’ordine: “Andatevene via e non chiamate la polizia“, recita il cartello lasciato dietro la porta. Non è arrivata solo la polizia, ma la città di Palermo per riappropriarsi un bene che appartiene alla collettività. E che non può essere lasciato in mano alla prepotenzia mafiosa.








