“La poesia come deposizione, come voce che dà la sua versione del mondo, si posa sulle cose.
Poesia che abbandona, appoggia borse e persone, espelle uova.
Poesia per deporre corpi
armi, corone e detriti sul fondo.
La propria testimonianza.
Essere testimoni di sé e dell’Altro”.
Con questi versi Alessandra Carnaroli, voce poetica tra le più limpide e potenti del panorama letterario contemporaneo, è intervenuta presentando “Chiamati a deporre. La poesia come testimonianza”, il laboratorio di scritture che si è tenuto il 9 e 10 marzo all’Università degli Studi di Palermo.

La poetessa che nel corso dell’evento, voluto da Marina Castiglione e Vincenzo Pinello, docenti UniPa con la collaborazione del Laboratorio Somiglianze, ha lavorato sui testi e creato poesia con 15 studenti del Dipartimento di scienze umanistiche, ha dialogato con Il Mediterraneo 24.
Come nasce questo laboratorio e la sua collaborazione con l’Università di Palermo?
Ho ricevuto l’invito a organizzare un laboratorio poetico dal professor Vincenzo Pinello, con il quale avevo già collaborato per tenere un seminario on line con la stessa Università.
Da questo primo incontro è nato il desiderio, -ci si muove per desiderio appunto, per lancio di oggetti in avanti, per ritrovarli e ritrovarsi- di un momento dove oltre alla parola ci fosse la lingua, proprio nel senso di carne, di pezzi di corpo che dialogano e si osservano e si muovono nello stesso spazio, nella stessa stanza. Il professor Pinello mi ha dato carta bianca per poter cominciare a organizzare le idee, immaginare i volti, le voci, i versi.
Non potevo che partire da quello che per me è fare poesia: portare una testimonianza, trovare una lingua in grado di raccontare l’altrə, quello che ci sta intorno e ci attraversa. Chiamati a deporre è l’invito e insieme l’obbligo di chi si alza, prende parola e una posizione nel mondo.

Riassume in breve il tema del laboratorio, il percorso che ha portato a termine e il punto di arrivo, anche sulla base di quanto aveva programmato?
La poesia come testimonianza di sé e dell’altrə. Un mettersi in mezzo alle cose, toccare con mano, lasciare le proprie impronte e raccogliere sulle dita l’umano, come macchia, polvere, unto, minuscole cellule che compongono e scompongono l’esistenza.
Con lə corsistə siamo partitə dai loro scritti, dal segno che ognunə aveva messo sulla porta che separa la poesia dal mondo. Con una richiesta: quella di farsi leggere, ad alta voce da un’altrə partecipante. Dare la loro parola, affidarsi, sentirsi nella voce di chi appena si conosce, ascoltarsi in una lingua diversa, quasi straniera. Dopo questa partenza a bruciapelo e bruciapelle, questo esporsi che, ne sono convinta, per qualcunə è stato quasi uno scorticarsi, il laboratorio ha preso strade inaspettate, ha seguito la via della poesia che passa inattesa sulle cose.
Ci siamo fattə insieme orecchio e gola, abbiamo cambiato più volte la sedia, per metterci di traverso rispetto a quello che avevamo intorno. Abbiamo preso in prestito storie per partecipare con i nostri versi a quanto scola dal mondo.
La sua poesia è conosciuta e molto apprezzata anche per il lavoro che lei fa sulla parola. Pure questa componente è entrata nel laboratorio?
La parola si prende e la parola si dà. La parola è una danza, un passo tra noi e l’altrə, ognunə con il suo ritmo. Un continuo andare e ritornare dal centro, il buco, la ferita aperta che partorisce e ci rimangia. La parola poetica è questo movimento, a volte preciso e a volte scomposto: il verso misura la distanza, le parole sono passi, le rime ritorni, gli enjambement inciampi. Il laboratorio è stato un ballo di gruppo dunque, un accordarsi e accodarsi alla scia di odore e calore dellə altrə.
I partecipanti al laboratorio erano soprattutto studenti e dottorandi del dipartimento di scienze umanistiche, ma c’era anche una docente e qualche presenza esterna all’università. C’è un aspetto, un qualcosa di questo gruppo, tutto sommato anche un po’ composito, che la ha colpita particolarmente?
In questo groviglio di parole, con tanti capi nel senso di teste e di inizi, un filo comune è stata la capacità di ascoltare, di affidare la propria voce, dare la propria parola e dare parola all’altrə. La volontà di decentrarsi rispetto al proprio asse, di rischiare sé stessə nel confronto, il rischio di perdersi e insieme quello di trovarsi nell’incontro, di stare sul bordo come bottone di grembiule.
Come bambinə su un gommone.
È un attimo che si staccano entrambə mentre non guardi o fai altro.
Lo dice anche il governo:
bambini migranti e bottoncini
restate attaccati ai vostri confini.
Adesso una domanda che ha una prospettiva più ampia: come sta la poesia italiana del terzo millennio? Potrebbe partire da un autore o una autrice della giovane generazione e di quella più ‘anziana’ per lei particolarmente significativi.
Credo che la poesia contemporanea abbia un debito grandissimo con le donne. Per fare solo qualche nome: Rosselli, Cavalli, Anedda, Calandrone, Policastro, Morresi, Gallo, Genti, Franceschini, Del Moro e, per mia colpa, non conosco ancora abbastanza la produzione dellə più giovani.
Non sono scritture femminili, sono voci altre che rompono finalmente il soffitto della poesia maschile che si spacciava per poesia e basta.
Una classica domanda che si pone a una autrice affermata: consigli per chi volesse affacciarsi a questo mondo ‘magico’ della poesia, sia da autore che da lettore.
Per chi legge: rompere l’incantesimo, comprare un libro.
E per lə poetə, entrarci fino al collo.
La riavremo ancora a Palermo con la sua poesia?
Come testimone assolutamente.







