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lunedì, 26 Gennaio 2026
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Dall’ateismo all’eremo: la scelta radicale di Madre Maria Ioseph

A Sambuca di Sicilia la prima vocazione eremitica diocesana in una cerimonia intensa e partecipata

Lilia Ricca
Lilia Ricca
Giornalista pubblicista, laureata in "Comunicazione per le Culture e le Arti" all'Università di Palermo, con un master in "Editoria e Produzione musicale" all'Università IULM di Milano. Si occupa di sociale, cultura, spettacoli, turismo, scuola, per diverse testate online e da addetta stampa. Scrive per "Il Mediterraneo 24" ed è socia dell'impresa sociale-editrice del giornale. Ha realizzato dei reportage-inchiesta sul fenomeno della dispersione scolastica nel quartiere Sperone di Palermo per la testata "OrizzonteScuola", il giornale dedicato alla scuola più seguito in Italia. Si occupa di violenza sulle donne come addetta stampa per il Centro Antiviolenza "Lia Pipitone" di Palermo. Ha lavorato come giornalista e addetta all'accoglienza per la Fondazione "Le Vie dei Tesori", il più grande circuito di promozione del patrimonio culturale della Sicilia, nell'ambito di varie edizioni del festival che ogni anno si svolge a Palermo, Sambuca di Sicilia e Sciacca. Nel quartiere Sperone di Palermo, periferia a forte marginalità sociale, a sud-est di Palermo, ha curato l'ufficio stampa della grande iniziativa territoriale e di comunità "Il Carro risorto delle Rosalie ribelli. Il Festino dello Sperone", con la partecipazione attiva di cittadini, scuola e associazioni. Altre importanti collaborazioni l'hanno vista impegnata come addetta stampa per l'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando, nella campagna elettorale delle Elezioni Europee 2024; per l'Ufficio speciale del "Garante regionale per i diritti dei detenuti e il loro reinserimento sociale" guidato dal dott. Santi Consolo; per il Centro Antiviolenza "Lia Pipitone" a Palermo gestito dall'associazione Millecolori APS ETS. Ultime iniziative recenti: l'ufficio stampa del XX° Premio Letterario Internazionale "G. Tomasi di Lampedusa" di Santa Margherita di Belìce; e lo show internazionale "Be like the wind - Essere come il vento" del Teatro del Fuoco a Palermo, realizzato dall'associazione Elementi di Amelia Bucalo Triglia.
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AGRIGENTO. Nel borgo agrigentino di Sambuca di Sicilia in una Chiesa Madre gremita di devoti e cittadini, l’8 dicembre scorso, giorno dell’Immacolata Concezione, Madre Maria Ioseph di Gesù Eucarestia ha preso i voti come “eremita diocesana”. “La prima vocazione eremitica a Sambuca – ha ricordato in un post sui social l’ex sindaco di Sambuca, Giuseppe Cacioppo, augurando buon cammino alla neo professa -, nonostante il territorio sia stato in passato battuto da due eremiti, San Pellegrino e San Calogero.”

La professione dei voti di Madre Maria Ioseph accanto all'Arcivescovo Damiano, ai genitori, e al parroco Don Corona
La professione dei voti di Madre Maria Ioseph accanto all’Arcivescovo Damiano, ai genitori, e al parroco Don Corona

Una cerimonia commossa e gioiosa a Sambuca, dove Madre Maria Ioseph pronunciando il suo “Sì, lo voglio” ha emesso la “professione eremitica diocesana temporanea”, all’esito di un duraturo percorso di discernimento ecclesiale. Presenti l’Arcivescovo di Agrigento Monsignor Alessandro Damiano, accanto ai genitori della religiosa ed al padre spirituale della stessa, Don Giovanni Corona, parroco di Sambuca; presenti anche le confraternite, le diverse associazioni laicali del borgo agrigentino e il Coro “Gesù e Maria”.

Quella dell’eremita è una vita di preghiera e penitenza, silenzio e solitudine (che non implica di per sé il voto di clausura), rispondente ad una vocazione monastica assai radicale, inoltre esistono diverse tipologie di eremitismo tra le quali quella dell’eremita “diocesano” non è che la più recente.

Significativo l’atto di prostrazione della monaca, distesa a terra col volto rivolto in basso e le braccia aperte a formare una croce, in segno di umiltà, adorazione e totale consacrazione a Dio, mentre con la preghiera litanica l’assemblea invocava l’intercessione dei Santi ed in particolare dei Santi Eremiti della Chiesa. “Commovente riportano i presenti alla cerimoniail momento della vestizione di Madre Maria Ioseph dinanzi all’altare”, la lunga tunica marrone stretta al fianco dalla cinta in pelle, il cappuccio unito ad uno scapolare, la cappa, il velo ed un soggolo, tali componenti dell’Abito rimandano alla tradizione eremitica e alla spiritualità carmelitana.

L’INTERVISTA

Cosa l’ha spinta a diventare eremita diocesana?

Ogni vocazione implica la risposta alla “chiamata”, d’indicibile amore, da parte di Dio Nostro Padre ed è il frutto di un percorso di discernimento ecclesiale pervaso dalla preghiera e da una perseverante conversione personale, nella santa obbedienza. È chiaro che non si “diventa” un’eremita, ma si scopre di “essere” un’eremita alla luce di Cristo che è via, verità e vita (Gv 14,6). È possibile scegliere una carriera, un hobby o una passione, ma la “vocazione” è la strada per la “santità” e dalla fedeltà a questa chiamata dipende la felicità propria ed altrui, ora e nell’eternità: “senza di Me, non potete fare nulla” dice il Signore (Gv 15,5). L’iniziativa è sempre di Dio e l’adesione al Suo progetto di misericordia risponde alla più autentica realizzazione di sé stessi.

Se parliamo di “spinta”, tale è l’opera dello Spirito Santo: il desiderio sempre crescente di conoscere, amare e ringraziare Dio, quanto più possibile, con viva determinazione. Sono stata atea per buona parte della giovinezza, non per indifferenza, ma ricercando la verità con responsabilità ed onestà di coscienza, mal tollerando pregiudizi e luoghi comuni. Interrogarsi sulla vita eterna è di capitale importanza: partivo dal presupposto che se Dio esiste mi stava ascoltando, perciò gli chiedevo sinceramente di farsi conoscere, senza mai sottrarmi ad un’esame attento e leale delle sollecitazioni che si presentavano a riguardo, volta per volta, in un dialogo che senza saperlo era già preghiera, rivelatore della paziente tenerezza dell’Altissimo.

Divenuta credente non ho percepito subito la chiamata alla vita religiosa, ma è stata determinante di lì a poco la mia consacrazione totale alla Madonna, come anche al padre putativo di Cristo, il gloriosissimo San Giuseppe: da quel momento il mio percorso ha spiccato il volo, formidabilmente guidato e protetto. Ho desiderato con tutta me stessa di volere dare “il meglio” a Dio, la gratitudine sconfinata che nutriva il mio cuore a mano a mano che mi perdevo nell’orazione e nella Sua conoscenza, non poteva restare arginata da una condotta cristiana, pur buona, ma “misurata”: è lo Spirito che immette in noi questi santi desideri e non vanno mai sottovalutati. Non è possibile acquisire la conoscenza di sé stessi da soli, la Chiesa è Madre e ci accompagna, la vita sacramentale ci nutre e sostiene, la santa obbedienza ci garantisce.

Il mio iter vocazionale è stato affiancato nel tempo da due Comunità religiose (Carmelitane claustrali e Francescane che seguono la primigenia Regola di S. Francesco d’Assisi), in ciascuna della quali, per la grazia di Dio, avrei potuto proseguire: in seguito alle dovute esperienze e confermatasi la mia vocazione alla vita monastica, si è manifestata una “chiamata nella chiamata”, quella eremitica. Il cristiano è sottoposto continuamente ad una necessaria, quantomai salutare, opera di purificazione, attraverso cui Dio ci conduce facendo crollare le maschere, liberandoci via via del superfluo per far risplendere la straordinaria bellezza dell’essenziale: nel mio caso si è visto che il solo pilastro indistruttibile rimaneva il bisogno di vivere ai piedi del Santissimo Sacramento, in adorazione, quanto più possibile, in un equilibrio di vita solitaria e silenziosa. Anche come eremita avevo delle porte aperte, ma ricercando sempre la divina volontà ho continuato ad affidarmi per mezzo del discernimento ecclesiale, nell’ascolto della Parola, forte della divina misericordia e con il sostegno del Padre spirituale don Giovanni Corona ed in seguito anche dell’Arcivescovo Mons. Damiano, oggi mio Superiore di Vita Eremitica. Ogni grazie che sale a Dio, è un atto d’amore che passa anche per mezzo dei fratelli, dando gloria al Suo Santissimo Nome: una benedizione che è per tutti.

Cosa direbbe ai giovani di oggi rispetto ai valori che sembrano perduti? Pensiamo alle dipendenze, alle violenze, alle droghe

Di prendersi cura della loro coscienza, di fuggire tanto il conformismo quanto un’eccessiva fiducia nelle proprie capacità critiche: si tratta di opposte tendenze che portano entrambe fuori strada, è invece la “purezza di coscienza” che apre le porte alla verità. Dico loro che l’amore non coincide con il sentimentalismo e consegno la mia testimonianza personale nella ricerca della verità e nella gioia del “Mio Signore”. Siano sempre fiduciosi nel perdono e altrettanto pronti a ravvedersi.

Li invito a cercare Gesù e a prestare ascolto a tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode (Fil 4, 8), per scegliere ogni volta la parte migliore di sé stessi in umile ascolto della propria vocazione, raccomandandosi di cuore alla Madonna e confrontandosi con quanti hanno la responsabilità in Cristo di custodirne il cammino.

La gioia dello Spirito si riconosce dall’alimentare i talenti ricevuti che ci mantengono umili e disinteressati, mentre con essi rendiamo felici noi stessi e gli altri. Sono i frutti a rivelarci la bontà dell’albero: i Santi hanno percorso questa strada, divenendo l’esempio vivo di una felicità senza confini, mutando concretamente le sorti dell’umanità in ogni tempo della storia e ciò per il fatto che “Cristo stesso” ha operato pienamente in loro. La chiamata alla santità è per tutti ed è una responsabilità. Vi è una preoccupazione diffusa per i giovani, dalla voce altisonante, ma la verità è che in larga parte del mondo “vengono a mancare gli adulti”, in capo ai quali è il compito di dare anzitutto il buon esempio.

Lo stato della gioventù presente non dovrebbe sorprenderci, è uno dei risultati più coerenti delle nostre scelte, di ciò in cui crediamo, come singoli e di conseguenza come comunità e dovrebbe portarci a meditare coscienziosamente. Sulla famiglia, in particolare, desidero riportare le parole del Santo Padre Leone XIV nel 2025, in occasione dell’Udienza al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede: «È compito di chi ha responsabilità di governo adoperarsi per costruire società civili armoniche e pacificate. Ciò può essere fatto anzitutto investendo sulla famiglia, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna, società piccola ma vera, anteriore a ogni civile società».

Il suo contributo per la comunità sambucese, agrigentina, siciliana?

Il “sì” alla vocazione: è l’unico mio contributo, è il Signore che opera tutto in tutti. Come eremita ho ricevuto da Dio un carisma, una missione personale, che si trasfonde in una Regola di Vita, frutto del cammino di discernimento svolto nel tempo. Custodita in Cristo attraverso la Santa Madre Chiesa, come Eremita – nella fattispecie “diocesana”– servirò la mia arcidiocesi con la fedeltà alla vocazione eremitica e al mio carisma particolare, nella santa obbedienza e sotto la guida paterna del mio Superiore di Vita Eremitica, l’Arcivescovo Mons. Damiano.

È il caso di richiamare alcune delle parole del Santo Padre Leone XIV rivolte agli eremiti, in occasione del Giubileo della Vita Consacrata del 2025: «È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori (Gv 4,23). Sì, il Padre cerca e chiama, in ogni tempo, uomini e donne ad adorarlo nella luce del suo Spirito e nella verità rivelata dal suo Figlio unigenito. Chiama donne e uomini a dedicarsi interamente a Lui, a cercarlo e ascoltarlo, a lodarlo e invocarlo, di giorno e di notte, nel segreto del cuore. […] Questa vocazione all’adorazione e alla preghiera interiore, propria di ogni credente, voi eremiti ed eremite siete chiamati a viverla in modo esemplare, per essere nella Chiesa testimonianza della bellezza della vita contemplativa. Essa non è fuga dal mondo, ma rigenerazione del cuore, perché sia capace di ascolto, sorgente di agire creativo e fecondo della carità che Dio ci ispira. Di questo richiamo all’interiorità e al silenzio, per vivere in contatto con sé stessi, col prossimo, con il creato e con Dio, oggi c’è più che mai bisogno, in un mondo sempre più alienato nell’esteriorità mediatica e tecnologica. Dall’intima amicizia col Signore rinascono, infatti, la gioia di vivere, lo stupore della fede e il gusto della comunione ecclesiale.»

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