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domenica, 22 Febbraio 2026
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Il teatro che educa nello Zen “ferito”: quando la prevenzione nasce dai bambini

Mentre il quartiere Zen è scosso dagli atti vandalici, anche contro la parrocchia di San Filippo Neri e il suo teatro, continua il lavoro dei laboratori di teatro sociale guidati da Cocò Gulotta e Ivan Fiore. Un’esperienza educativa che, tra scuola e parrocchia, coinvolge decine di bambini e famiglie, contrastando la dispersione scolastica e offrendo anticorpi culturali al disagio e alla violenza

Filippo Passantino
Filippo Passantino
Giornalista professionista, laureato in Comunicazione per enti pubblici e non profit all'Università La Sapienza di Roma. A servizio del progetto editoriale e sociale de "Il Mediterraneo 24"
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PALERMO. Nel teatro della parrocchia San Filippo Neri allo Zen di Palermo, negli stessi giorni in cui colpi d’arma da fuoco e atti intimidatori hanno colpito simboli di comunità e di presidio sociale, continua a vivere un’esperienza che va nella direzione opposta: quella della prevenzione, dell’ascolto, della cultura condivisa. È qui che da tempo lavorano Cocò Gulotta e Ivan Fiore, protagonisti di diversi laboratori di teatro sociale rivolti ai bambini del quartiere.

Uno dei percorsi è attualmente in corso per conto della Cooperativa sociale Mediria, guidata da Daniele Iraci, nell’ambito del progetto “Incontro (insieme contro la dispersione scolastica)”, finanziato dal Dipartimento Famiglia e Politiche sociali della Regione Siciliana. Un progetto che si inserisce in un lavoro più ampio, avviato già negli anni scorsi tra scuola e territorio, e che ha visto il teatro diventare uno spazio di crescita, relazione e partecipazione.

«Siamo organizzati nella maniera più semplice possibile – racconta Gulotta – mettendo in campo le nostre esperienze nella formazione e nella relazione con i bambini. La cosa fondamentale è stare in ascolto: intercettare desideri, fragilità, esigenze». Un metodo che ha coinvolto inizialmente la scuola Leonardo Sciascia dello Zen, con un laboratorio teatrale culminato nella messa in scena di una rilettura dell’Odissea: un’“Odissea dello Zen”, riscritta insieme ai bambini, con grande apertura ai loro suggerimenti.

Sul palco salirono 58 bambini. Non tutti avevano i genitori in platea. Alcuni vivevano situazioni familiari difficili, segnate da assenze profonde. «Non abbiamo mai indagato – spiega Gulotta – ma era evidente che per molti di loro quel laboratorio rappresentava uno dei pochi spazi protetti». Da lì è nato un legame sempre più stretto con la parrocchia e con padre Giovanni Giannalia, punto di riferimento umano prima ancora che pastorale.

Cocò Gulotta con Ivan Fiore durantre il laboratorio di teatro

Dopo il primo percorso, la richiesta arrivò direttamente dalle famiglie: «Ora che finisce il laboratorio, che faccio con mio figlio? Lo devo ‘buttare’ per strada come prima?». Da qui la decisione di proseguire con un’esperienza svincolata dalla scuola, ospitata ancora una volta nel teatro parrocchiale. Il risultato è stato lo spettacolo “Il trionfo di Santa Rosalia allo Zen”, messo in scena a luglio, occasione di grande partecipazione e coinvolgimento, anche da parte dei genitori. Un lavoro che ha fatto emergere un dato sorprendente: molti bambini del quartiere non conoscevano nemmeno la storia della patrona di Palermo.

È dentro questo contesto che arrivano oggi gli atti vandalici. «Non sono rimasto sorpreso – dice Gulotta – sono nato a Palermo e ho visto gli anni più duri. Ma vedere quei proiettili su quel teatro significa una cosa chiara: qui la prevenzione da sola non basta. Serve cultura, certo, ma serve anche presenza dello Stato, repressione, controllo del territorio». Il riferimento è esplicito alle parole di Paolo Borsellino: la lotta alla mafia è anche morale e culturale, ma non può prescindere dall’azione concreta delle istituzioni.

Eppure, proprio da quel teatro colpito, continua a nascere un messaggio diverso. «Quando finiscono i nostri laboratori – conclude Gulotta – il problema è cosa succede fuori. Il male è forte, usa altri strumenti, modelli sbagliati. Ma c’è un popolo di educatori, volontari, parroci, famiglie che lavora ogni giorno sulla prevenzione. A loro bisogna stare accanto, sostenerli, proteggerli».

Allo Zen, mentre il rumore degli spari tenta di imporre la sua legge, c’è ancora chi scommette sulle parole dei bambini, sulla scena come spazio di libertà, sul teatro come primo argine contro la dispersione, la violenza e l’abbandono. E non è un dettaglio.

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