PALERMO. È scontro aperto in Sicilia sulla gestione del Fondo “Dopo di noi”, la misura nazionale istituita nel 2016 per garantire sostegno alle persone con disabilità grave prive del supporto familiare. Al centro della polemica, la restituzione di risorse allo Stato e le responsabilità amministrative nella gestione dei fondi.
Ad accendere il dibattito è stato Davide Faraone, deputato nazionale e vicepresidente nazionale di Italia Viva, che parla di un vero e proprio “fallimento politico e amministrativo” da parte del governo regionale.
«La Regione Siciliana ha restituito allo Stato 5 milioni di euro del fondo “Dopo di noi” per incapacità di spesa. È una notizia gravissima, che certifica il fallimento politico e amministrativo di chi governa la Sicilia».
Faraone ricorda di essere stato tra i promotori della legge sul “Dopo di noi” del 2016, nata per offrire strumenti concreti alle famiglie delle persone con disabilità grave, favorendo percorsi di autonomia e rispondendo a quella che definisce “la domanda più angosciante che un genitore possa avere”.
«Avevamo previsto risorse per sostenere le persone con disabilità grave e le loro famiglie, per costruire percorsi di autonomia e dare una risposta alla domanda più angosciante che un genitore possa avere: cosa ne sarà di mio figlio quando io non ci sarò più. Restituire allo Stato questi fondi significa voltare le spalle a migliaia di famiglie siciliane, lasciarle sole».
Il deputato punta il dito contro l’Assessorato regionale alla Famiglia, accusandolo di non essere in grado da anni di spendere risorse disponibili nonostante una domanda “enorme” sul territorio. E attacca anche l’assetto del sistema socio-sanitario siciliano, che a suo dire risente della mancata integrazione tra sociale e sanitario e dell’assenza di una vera riforma.
«È l’effetto di un sistema bloccato, in cui la Sicilia è ancora priva di una vera riforma sociosanitaria: sociale e sanitario restano separati, i distretti socio-sanitari rallentano la spesa, mentre nel resto d’Italia operano ambiti territoriali con autonomia giuridica e di spesa. Siamo nelle mani di dilettanti allo sbaraglio che non sanno nemmeno rendicontare e giocano con la disperazione delle famiglie».
Nel mirino finisce anche il presidente della Regione, Renato Schifani, che attualmente detiene anche la delega all’Assessorato alla Famiglia.
«Ancora più grave è che oggi l’Assessorato sia guidato direttamente dal Presidente della Regione: il Presidente Renato Schifani, che fa anche l’Assessore e che, nonostante questo, perde 5 milioni di euro destinati ai più fragili. Restituiti come se non servissero, senza alcun pudore, mentre c’è chi grida aiuto alle istituzioni. Un corto circuito istituzionale inaccettabile».
Faraone conclude con parole durissime:
«Qui non siamo di fronte a un semplice errore amministrativo. Siamo davanti a un fallimento conclamato. Questa classe dirigente ha dimostrato di non essere in grado di garantire neppure il minimo indispensabile a chi vive una condizione di fragilità. Hanno fallito. E quando si fallisce sui diritti delle persone con disabilità non si merita comprensione, né indulgenza, né altre chance. Si merita solo di essere mandati a casa».
La replica della Regione
Non si è fatta attendere la risposta dell’assessorato regionale della Famiglia, delle Politiche sociali e del Lavoro, che respinge le accuse e chiarisce la ripartizione delle competenze.
«Le risorse del Fondo “Dopo di noi” sono assegnate dallo Stato ai distretti socio-sanitari, che vedono come capofila i Comuni, ai quali compete la gestione, la rendicontazione della spesa e, quindi, la responsabilità amministrativa».
Secondo l’assessorato, la Regione svolgerebbe un ruolo di monitoraggio, mentre la gestione operativa e la rendicontazione sarebbero in capo ai territori. Proprio per rafforzare le capacità amministrative locali, l’ente regionale annuncia nuove iniziative di supporto.
«La Regione, che comunque svolge solo un ruolo di monitoraggio, sta attivando con Formez un progetto di assistenza tecnica a supporto dei territori per rafforzare le capacità progettuali dei Comuni e la rendicontazione delle spese».
Infine, la Regione contesta anche l’entità delle somme restituite allo Stato.
«Non è corretto affermare che la Sicilia abbia restituito 5 milioni di euro: l’importo ammonta a 1,5 milioni, di cui 600 mila per rinunce da parte dei Comuni e 900 mila per mancata programmazione in alcuni distretti e insufficiente rendicontazione in altri».
Il caso riapre così il confronto sulla gestione delle politiche sociali in Sicilia e sulla necessità di una riforma capace di integrare in modo efficace servizi sanitari e assistenziali, in un settore che riguarda alcune delle fasce più fragili della popolazione.







