PALERMO. «Non è una tragedia, è una strage». Usa parole nette e durissime l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, nel messaggio indirizzato a Mediterranea Saving Humans, che in queste ore torna a prendere il largo nel Mediterraneo centrale dopo i naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante e dopo il ciclone “Harry”, con circa mille dispersi.
Un intervento che è insieme abbraccio e denuncia. Lorefice si dice «sinceramente dispiaciuto» di non poter essere fisicamente a bordo, ma si unisce «fraternamente e di vero cuore» all’equipaggio e ai volontari. Il loro gesto – scrive – è «un segno forte e prezioso», capace di «sconvolgere il silenzio» e di risvegliare «il sonno degli occhi di noi tutti», «narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di chi attraversa il mare in cerca di vita, libertà e pace».
Nel messaggio, l’arcivescovo punta il dito contro le responsabilità dell’Europa e dell’Italia, colpevoli di aver trasformato il Mediterraneo in uno spazio di contenimento e abbandono: «Queste vittime – questi volti e questi corpi cancellati dei poveri – sono l’ennesimo frutto di scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come criminali quanti prendono il largo come “pescatori di uomini di donne” in balia delle onde», afferma, denunciando la violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso in mare. Una critica che si estende anche alla narrazione politica, alla “propaganda populista” che rivendica la riduzione degli sbarchi come successo: «Questi sono corpi umani. Come i nostri».
Corpi che portano storie, relazioni, desideri e sofferenze, ai quali – scrive Lorefice – «abbiamo negato il diritto a una vita dignitosa, alla mobilità, alla libertà». Da qui l’appello concreto e urgente: avviare le procedure di identificazione delle salme, garantire una sepoltura certa e dignitosa, non disattendere la richiesta dei familiari che cercano i propri cari.
Il presule richiama poi le parole di Papa Francesco a Lampedusa – «Chi di noi ha pianto?» – come domanda che continua a interpellare le coscienze. E guarda con speranza alla visita programmata sull’isola di Lampedusa di Papa Leone XIV, segno di una Chiesa che non vuole distogliere lo sguardo dalle frontiere della sofferenza.
Per Lorefice, ciò che è in gioco nel Mediterraneo è «il senso stesso dell’umano», minacciato da derive nazionalistiche, dalla guerra ai poveri e ai migranti, dalla logica della competizione e del rifiuto dell’altro. Un’umanità che rischia di scomparire dall’orizzonte politico, mentre la morte continua a essere normalizzata.
L’invito finale è a non rassegnarsi: «Non cessiamo di dare voce, con il nostro impegno concreto e operoso, a quanti nel Mediterraneo continuano a trovare morte piuttosto che vita». Un appello a “sognare insieme” – come ricordato dall’arcivescovo durante l’ultimo Festino di Santa Rosalia – un mondo senza guerra, senza sopraffazione, dove i migranti siano accolti «come persone umane, come fratelli».







