PALERMO. La scuola come spazio di memoria, di incontro e di costruzione del futuro. È questo il senso della presentazione, avvenuta all’Ics De Amicis, della riedizione del libro “I Maestri di Gibellina” di Davide Camarrone, alla presenza dell’autore e di Vito Chiaramonte.
Un momento intenso per la comunità scolastica guidata dalla dirigente Giovanna Genco, che ha sottolineato il valore profondo dell’iniziativa:«La scuola è molto più di un luogo dove si insegna e si studia. È uno spazio di opportunità. Di incontri che lasciano tracce. Di memorie che diventano racconto condiviso».
Il volume ripercorre la straordinaria esperienza di ricostruzione di Gibellina, distrutta dal terremoto del 15 gennaio 1968 nella valle del Belìce. Un’inchiesta che racconta non solo la tragedia, ma soprattutto l’utopia di una città nuova, rinata attraverso l’arte contemporanea grazie alla visione del sindaco Ludovico Corrao.

«Abbiamo parlato della sua ferita e della sua rinascita, di arte e di visione, di maestri che hanno trasformato una tragedia in un progetto culturale capace di guardare lontano – ha aggiunto la preside Genco –. Per la nostra comunità scolastica è stata un’occasione preziosa: scoprire che la cultura non è qualcosa di distante ma una storia viva, che riguarda tutti. E ogni volta mi convinco che la scuola, quando si apre al territorio e alle voci autorevoli, diventa davvero comunità. Perché educare significa anche creare memoria insieme».
Il libro, ripubblicato in occasione della proclamazione della città a Capitale italiana dell’Arte contemporanea 2026, si arricchisce di una nuova introduzione dell’autore e torna a raccontare l’esperimento unico che trasformò un paese «addormentato nel feudalesimo» in un laboratorio internazionale di cultura.
Non solo urbanistica, ma un progetto di rinascita civile: dalla chiamata di artisti da tutto il mondo alle officine dove fabbri e scalpellini traducevano in pietra e metallo le visioni dei maestri; dalle donne che riscoprivano l’arte dei “prisènti” per le processioni, fino all’esperienza del teatro delle Orestiadi e del Museo d’arte moderna. Un percorso simbolicamente racchiuso nel grande Cretto di Burri, che imprigiona la memoria del passato trasformandola in segno contemporaneo.

Per gli studenti della De Amicis non si è trattato solo di una presentazione, ma dell’avvio di un vero e proprio itinerario formativo. Già lo scorso anno i bambini avevano lavorato alla reinterpretazione dei “prisènti”, in particolare di quello di Carla Accardi oggi custodito nel museo della città. Un viaggio tra memoria e futuro, tra arte e resilienza.
«A Gibellina li portano per le vie del paese per San Rocco – è stato ricordato durante l’incontro – noi li abbiamo portati per le strade per il 23 maggio», nel segno del percorso civico annuale della scuola. Un parallelo forte, che unisce la memoria della rinascita culturale degli anni Ottanta a quella dell’impegno civile contemporaneo.
Gli studenti incontreranno artisti al lavoro, per rivivere idealmente ciò che i ragazzi del Belìce sperimentarono negli anni della ricostruzione: la scoperta che l’arte può diventare linguaggio di speranza e strumento di resilienza.
Un’esperienza che conferma come la scuola, quando si apre al territorio e intreccia cultura e cittadinanza attiva, diventi davvero comunità educante. E come la memoria, condivisa, possa trasformarsi in progetto per il futuro.







