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lunedì, 5 Dicembre 2022
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La solitudine, le difficoltà scolastiche e il desiderio di una vita “normale”: sui social i genitori di ragazzi Adhd trovano confronto e speranza

Un gruppo Facebook, aperto dall'associazione delle famiglie, è diventato un luogo dove confidarsi e raccontarsi problemi, proposte e soluzioni a vari problemi. Per ogni regione attivato un gruppo su Whatsapp

Consuelo Maria Valenza
Consuelo Maria Valenza
Insegnante, laureata in Filosofia e Scienze della formazione Primaria all'Università degli Studi di Palermo. Ha lavorato per dodici anni presso l'ufficio stampa della Conferenza Episcopale Siciliana. Collabora con diverse riviste e giornali. Cura la comunicazione e la pubblicità di attività commerciali e non. Scrive di sociale per "Il Mediterraneo 24".

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PALERMO. “Ciao a tutti, ma c’è per caso un gruppo whatsapp per la Sicilia? Così, per sentirmi  meno sola”. Lo scrive una mamma sul gruppo Facebook ADHD – DDAI – Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività, una tra le tante pagine del social media che ha fatto la storia di questi ultimi anni.
Il gruppo viene aperto inizialmente dall’Aifa, l’Associazione Italiana Famiglie ADHD. Rilevato da Giovanna Cattelan, viene oggi gestito da Massimo Grillo assieme ad altri admin che ne fanno luogo di incontro informale e amicale tra mamme e papà, insegnanti e psicologi e quanti hanno a che fare direttamente o indirettamente con l’Adhd. L’Adhd è disturbo di deficit di attenzione ed iperattività, che invalida, secondo gli ultimi studi epidemiologici internazionali, il 2,9% dei 67.838 minori di età compresa tra i 5 e i 17 anni, tenendo a conto nove delle venti regioni italiane.

Questi bambini – lascio a voi il conto usando i dati precedenti – “sono alcuni di quelli –  così viene riportato sulle pagine dell’Aifa – che troviamo alle feste dei nostri figli, nei bus o sul treno, nelle scuole o per la strada e che si mostrano continuamente agitati, in continuo movimento, che non riescono a stare mai fermi, che si dimenano continuamente e che i genitori trovano grande difficoltà a tenere buoni”. Sono quei bambini che proprio per questo restano soli. E sole restano le mamme e i papà.

 “In realtà questi bambini – così a conclusione della pagina che riporta il servizio mandato in onda nel lontano 2015 su Rai due – non hanno nessuna colpa, né tanto meno i loro genitori che invece vengono spesso additati come incapaci a svolgere bene il proprio ruolo di educatori. Se il bambino risponde ad una serie di criteri clinici ben definiti dal mondo scientifico la loro è una vera patologia organica e come tale meritevole di una precisa terapia. Solo con l’ausilio di una giusta terapia i bambini cambieranno radicalmente il loro modo di vivere e tutti, genitori, insegnati, compagni ma soprattutto il bambino, potranno finalmente cogliere la bellezza di una vita normale”

Normale.

Una vita come quella di tanti altri genitori che non vivono in ansia quando i propri figli sono ad una festa, che pregano perché il figlio o la figlia non esploda in una delle crisi violente, furiose. Solite; di altri genitori che raccontano con leggerezza le monellerie dei loro ragazzi senza pensare quale dosaggio di Ritalin o di Strattera aveva consigliato il neuropsichiatra e magari senza avere sempre in mente gli effetti collaterali ben piazzati sul bugiardino. Una vita che non trascorra come si fosse imputati socialmente facili: non fanno male solo le occhiatacce e i facili commenti dei conoscenti ma fanno male e forse più male le sentenze degli amici e dei familiari.

Ciao a tutti, sono entrata da poco nel gruppo perché cercavo qualcuno con cui confrontarmi riguardo la ADHD. Ho due figli, un ragazzo di 11 anni con DSA certificata all’età di 9 anni con il quale abbiamo trascorso un periodo intenso e difficile. Un periodo veramente difficile per cui spesso perdo le energie: difficoltà assurde con la scuola, necessità di continuo intervento della psicologa e logopedista, difficoltà di ogni genere a casa e difficoltà nel non trovare mai mezzi efficaci o trovarli per soli pochi giorni e poi accorgersi che non funzionano più.  Chissà se qualcuno di voi potrebbe aiutarmi con qualche informazione o consiglio!”: così scrive una tra le tante mamme sullo spazio aperto del gruppo.

Un’altra, intanto, sta organizzando una festa per il suo bambino: l’anno precedente nessuno dei compagni è andato. Così sul gruppo whatsapp, uno dei tanti – quasi uno per regione – che si sono organizzati in questi dieci anni proprio a partire da Facebook, lancia un invito alle altre mamme come lei per fare festa insieme. Un papà, invece, cerca di capire i tecnicismi dei vari piani didattici personalizzati e di apprendere cosa significhino tutte quelle sigle. Un altro vuole portare il suo bambino al cinema o ancora più semplicemente a mangiare un gelato e vuole che ci siano altri bambini. Poi, un’insegnante chiede un confronto sulle strategie da utilizzare per contenere e promuovere il suo alunno, senza soffrire l’impotenza di non riuscirci.

Oltre ad essere luogo di confronto, di scambio di informazioni e di consigli, senza ombra di giudizi imperiosi su di sé e sulle proprio arti educative, il gruppo è anche impegnato nella ricerca a fianco di medici – neuropsichiatri, psicologi e terapeuti – e collabora frequentemente con la Erickson, Centro specializzato in educazione, didattica, psicologia; è anche laboratorio di idee che vengono messe a fuoco durante raduni nazionali o regionali informali. Infine è, fuori dal virtuale, quel la certezza di un faccia a faccia costruttivo e prima ancora consolante. “Ieri ero distrutta, oggi, dopo averne parlato mi sento più forte”: e così, in un scambio di reciproco aiuto e ascolto, di un giorno in più si fa vita.

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