PALERMO. C’è chi riparte da un colloquio, chi da una stretta di mano, chi da una cucina affacciata sul mare. Al “Jail Career Day” non si è parlato soltanto di numeri – pur significativi – ma soprattutto di vite che cercano una seconda possibilità. Circa 200 colloqui, una sessantina di imprese coinvolte e 54 candidati inseriti in programmi di inclusione lavorativa raccontano un’iniziativa che prova a trasformare il tempo della pena in tempo di futuro.
Promosso dalla cooperativa sociale Rigenerazioni Onlus, insieme a una rete di partner e con il sostegno della Fondazione San Zeno, l’evento è uno dei passaggi chiave del progetto triennale “Jail to Job”, che punta a coinvolgere oltre 500 persone in percorsi strutturati di reinserimento socio-professionale. Un modello che mette in relazione sistema penitenziario, servizi territoriali e imprese, creando ponti concreti tra mondi che spesso restano distanti.
Ma sono le storie a dare senso a questo lavoro. Come quella di Mirko, cuoco, con una formazione alberghiera e un passato in giro per l’Europa. Dopo gli errori, il carcere e la fatica di ricominciare, ha trovato nel progetto una possibilità reale. Oggi lavora da “Lido cucina costiera”, un luogo che non è solo un ristorante ma una scommessa collettiva. «Ho pensato e sognato questo posto, il menù, l’idea di fare impresa insieme ad altri – racconta –. Il lavoro per me è dignità umana». Parole semplici, che restituiscono il senso profondo di un percorso: non solo occupazione, ma riconquista di sé.
È proprio questa dimensione che viene sottolineata da Rita Ruffoli, direttrice della Fondazione San Zeno: «Il lavoro è uno strumento fondamentale, ma da solo non basta. Ciò che fa la differenza è la relazione, la continuità, l’esserci prima, durante e dopo». Un accompagnamento che non si limita all’inserimento lavorativo, ma costruisce legami e fiducia, elementi indispensabili per rendere stabile il cambiamento.
Anche per Nadia Lodato, coordinatrice del progetto, la sfida è culturale oltre che operativa: «Vogliamo cambiare lo sguardo sul carcere, promuovendo una responsabilità condivisa tra imprese, istituzioni e terzo settore». Un cambio di prospettiva che passa anche dalla disponibilità delle aziende, chiamate a scommettere sulle competenze prima ancora che sui percorsi personali.
In questa rete, un ruolo fondamentale è svolto dalle istituzioni. Gabriella Di Franco, direttrice dell’Uiepe, parla di momenti come questo come occasioni per “ricomporre la persona nella sua interezza”: «Formazione e lavoro sono strumenti essenziali per tornare a vivere pienamente nella società. Ma è decisivo il coinvolgimento dei datori di lavoro: sono loro che possono dare una speranza concreta».
Il “Jail Career Day” si conferma così non solo un evento, ma un laboratorio sociale in cui si intrecciano responsabilità e possibilità. Un luogo in cui il carcere smette di essere solo sospensione e diventa, almeno per qualcuno, l’inizio di un nuovo percorso. Dove il lavoro non è soltanto un contratto, ma un modo per tornare a sentirsi parte.








