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giovedì, 2 Febbraio 2023
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“A tutta… birra”: dalla lievitazione al sogno di un pub, così alcuni ragazzi down diventano “mastri birrai”

Un percorso formativo teorico e pratico li ha condotti a realizzare la loro prima birra, in tre diverse tipologie. In 450 bottiglie hanno racchiuso le loro speranze di inserimento nel mondo del lavoro, grazie all'accompagnamento della birreria Bruno Ribadi

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di Giusy Messina
PALERMO  

A tutta.. birra contro i pregiudizi e le barriere culturali perchè “loro sono il valore aggiunto“. A parlare è Giuseppe Biundo, CEO di Bruno Ribadi, la birreria artigianale di Cinisi che, nata nel 2016, è oggi una delle più importanti realtà del panorama brassicolo del Paese e non ha perso di vista i valori che contano. Il “loro” è riferito ai ragazzi ed alle ragazze dell’associazione sportiva dilettantistica “SporT21 Sicilia” (la T maiuscola sta per Trisomia 21, la Sindrome di Down) di Palermo guidata da Giampiero Gliubizzi e dell’Associazione Italiana Persone Down di Termini Imerese, presieduta da Ignazio Cusimano.
Insieme hanno creato, dopo un percorso formativo teorico e pratico, la loro “prima” birra. Anzi, le birre. Tre diverse tipologie, di 150 bottiglie ciascuna, ma che – avvertono soddisfatti – è solo l’inizio perchè “la birra è un po’ amore”. “E il bello di fare la birra è stare insieme“. Andrea Muratore, 25 anni, insieme agli altri suoi amici ed amiche conclude con l’etichettatura, tra i silos del birrificio Bruno Ribadi in una calda giornata di metà dicembre, la prima parte del progetto “Sosteniamoci Insieme”. Finanziato dall’assessorato regionale alla Famiglia per sostenere l’inclusione sociale dei ragazzi con disabilità intellettiva relazionale con sindrome di Down, l’obiettivo è quello di sviluppare un approccio consapevole alla coltivazione dei prodotti attraverso la conoscenza delle principali tecniche di produzione e di trasformazione ecosostenibili dei grani antichi siciliani e degli ortaggi. Ma oltre il luppolo, l’orzo, il malto, l’acqua, in queste birre c’è molto di più: la tenacia delle famiglie  di gettare il cuore oltre le difficoltà, ponendo le basi per un reale  percorso di vita indipendente delle persone down.

Non sono certo gli ostacoli a spaventarili perchè gli atleti dell’associazione “SporT21”, sono abituati a “lottare”. Hanno steso sul tatami gli avversari conquistando il titolo di Campioni d’Italia 2021 di judo della Federazione Italiana Sport Paralimpici degli Intellettivo Relazionali. “I nostri atleti – spiega il presidente Giampiero Gliubizzi che è anche maestro di judo – seguono anche altre discipline, l’atletica, leggera ed il nuoto dove sono allenati da una sportiva d’eccezione come Sabrina Seminatore, ex campionessa olimpica di nuoto arrivata quinta alle Olimpiadi di Mosca“. Ma se lo sport è un ottima opportunità d’inclusione socio-sportiva per uscire dall’isolamento e crescere in termini di autostima, dall’altra “è assolutamente necessario che dai 20 in su siano impegnati in attività manuali e continuative – aggiunge Gliubizzi in veste stavolta di genitore di Francesco –  per sviluppare delle abilità e competenze professionali che li conducano alla conquista di un’indipendenza lavorativa ed economicia”. Il lockdown ha segnato una profonda frattura tra il prima e il dopo, tranciando di colpo le relazioni sociali e le abitudini di vita faticosamente conquistate dal 2017, anno di costituzione dell’associazione. “Siamo proprio noi genitori – confessa Giampiero – ad essere superprotettivi nei confronti dei nostri figli ed ancora oggi, nonostante l’isolamento per la pandemia sia finito, si è restii  a riprendere le consuetudini che si erano consolidate negli anni. Si preferisce stare comodi tra le pareti domestiche piuttosto che affrontare il tran tran di una routine d’impegni e d’incontri che poi di fatto restituiscono ai nostri ragazzi la voglia di vivere, d’imparare, di stare insieme e soprattutto di crescere e andare avanti.


Il profumo delle carrube lasciate ad essiccare si spande per il birrificio che risuona delle risate e delle voci  dei ragazzi impegnati nell’attività del progetto. E’ un giorno di festa.  Ci sono le famiglie, i tutor ed i volontari che li accompagnano e c’è anche chi, come Romina, classe ’70, si commuove quando riceve l’attestato di partecipazione. “E’ stato bello stare insieme”, dice asciugandosi gli occhi con il  dorso della mano. A Termini Imerese, dove vive, Romina ha una vita piena ma, denuncia la sorella che l’accompagna, dopo il lockdown non ha più ripreso ad andare in piscina perchè è stata chiusa. C’è anche Francesco Muratore, vicepresidente dell’associazione e papà di Andrea. “Per i ragazzi è stato importante fare questo progetto anche sotto il profilo cognitivo – spiega – perchè durante le lezioni teoriche hanno dovuto memorizzare  termini nuovi e riuscirci non è scontato perchè costa fatica ed impegno anche da parte di noi famiglie”.

Le bottiglie di birra “T21” scorrono sul nastro e al tavolo si organizza il lavoro, proprio come una squadra. Durante le lezioni in aula a Formalab i ragazzi hanno imparato a conoscere gli ingredienti base, il processo di lavorazione hand made della birra e poi sul campo, hanno avuto modo di toccare e vedere, visitando alcune aziende bio  dell’hinterland palermitano, le materie prime. Giampiero Gliubizzi, da presidente e da padre, non ha alcun dubbio: “Adesso è arrivato il momento di fare un altro passo – dice -, l’apertura di un pub dove i nostri ragazzi, in un contesto lavorativo inclusivo, possano realmente avere un’opportunità di lavoro. Lo so non è impossibile perchè fortunatamente nel resto d’Italia, esistono realtà significative ma in Sicilia è tutto più difficilie, soprattutto sotto il profilo culturale. Con il birrifico Bruno Ribadi- continua- abbiamo messo in pratica una best practice che ci auguriamo possa essere da spinta per altre esperienze nell’Isola perchè occorre lavorare insieme per raggiungere quei traguardi che ad oggi ci sembrano utopicisti”. E invece, basta un abbraccio, uno sguardo d’intesa per capire che si può spingere l’acceleratore sui sogni. Vito Biundo, 37 anni, biologo, birraio per passione e per lavoro, non nasconde il suo entusiasmo nel vedere i ragazzi al lavoro nel “suo” birrificio. “All’inizio non è stato facile – racconta- i ragazzi erano spauriti, non sapevano nulla e, dopo qualche  lezione mi sono reso conto che se volevo che imparassero, dovevo essere proprio io, docente abituato a confrontarmi con alunni cosiddetti normali, a cambiare marcia. Avrei dovuto rallentare e spalmare le lezioni su più incontri”.  Giampiero lo chiama affettuosamente “l’uomo del monte” perchè a Vito spettano le decisioni per ciò che riguarda la lievitazione. “La birra – gli fa eco Giuseppe Biundo -, soprattutto quella artigianale, è un prodotto vivo che rispecchia chi la fa”. Per aiutare i ragazzi con cui adesso è diventato amico,  Vito ha sperimentato una nuova didattica. Si è messo in gioco.


“All’inizio devo ammettere che non è stao facile neanche per me perchè molti di loro miei coetanei e riuscire ad interessarli è stata una scommessa sia come docente che come uomo. Li ho catturati facendo dei disegni per loro e infine quando li ho porati direttamente sul campo, quando abbiamo iniziato a fare la birra, erano davvero entusiasti. Si abbracciavano tra loro, mi abbracciavano, applaudivano, ridevano ed erano veramente felici di quel risultato. Noi – dice convinto- li stiamo accompagnando per la realizzaione del pub ed anche se abbiamo inizato con un un piccolo impianto di 50 litri per fare delle micro produzioni, siamo convinti che insieme possiamo realizzare quello che è un progetto di vita”. “Insieme“, è la chiave perchè – come dice don Luigi Ciotti – è solo nel noi, che l’io trova una realizzazione”.

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