PALERMO. Lo sfruttamento del lavoro attraversa i secoli, mutando forma ma mantenendo una costante: l’utilizzo della vulnerabilità umana come strumento di profitto. Dal sistema schiavistico che tra il XVI e il XIX secolo alimentò la tratta atlantica, fino al caporalato contemporaneo, il filo rosso che lega passato e presente è rappresentato da profonde asimmetrie di potere e disuguaglianze economiche.
A tracciare questo parallelismo è Dasililla Oliveira Pecorella, studiosa dei fenomeni di sfruttamento lavorativo e delle dinamiche storico-sociali connesse alla tratta di esseri umani, che in questa analisi per IlMediterraneo24 mette in relazione due epoche apparentemente lontane, ma unite da logiche strutturali comuni.
Il caporalato oggi: un sistema illegale ma radicato
Il caporalato consiste in una forma di intermediazione illecita della manodopera: un soggetto, il “caporale”, recluta lavoratori – spesso migranti o persone in stato di bisogno – per conto di imprenditori che intendono ridurre il costo del lavoro. Il reclutamento avviene fuori dai canali legali e comporta condizioni di grave sfruttamento.
In Italia il fenomeno è disciplinato dall’articolo 603-bis del Codice Penale, introdotto nel 2011 e rafforzato dalla legge n. 199 del 2016. La normativa punisce sia chi recluta manodopera destinandola a condizioni di sfruttamento, sia chi utilizza lavoratori approfittando del loro stato di bisogno. Tra gli indici di sfruttamento figurano retribuzioni inferiori ai contratti collettivi, violazioni sistematiche degli orari di lavoro e dei riposi, condizioni degradanti, mancato rispetto delle norme di sicurezza e l’uso di minacce o intimidazioni. Le pene possono arrivare fino a otto anni di reclusione, con aggravanti in presenza di violenza o minori coinvolti.
“Il caporalato non è un fenomeno residuale – spiega Pecorella – ma un dispositivo economico che prospera dove si incontrano domanda di lavoro a basso costo, vulnerabilità sociale e debolezza dei controlli. Non è un’anomalia del sistema: è una sua distorsione strutturale”.
Il fenomeno si manifesta soprattutto in agricoltura, edilizia e logistica. In particolare, l’agricoltura intensiva rappresenta un contesto favorevole alla diffusione dello sfruttamento a causa della competizione sui prezzi imposta dalla grande distribuzione, della pressione alla riduzione dei costi di produzione e della frammentazione delle filiere. Sul piano sociale incidono l’immigrazione irregolare o precaria, l’isolamento linguistico, la mancanza di alternative lavorative e, in alcuni casi, l’infiltrazione della criminalità organizzata.
La tratta atlantica: uno sfruttamento legale e sistemico
Tra il XVI e il XIX secolo, milioni di africani furono deportati nelle Americhe attraverso la tratta atlantica degli schiavi. A differenza del caporalato contemporaneo, la schiavitù era un’istituzione legale: la persona era ridotta a merce, priva di diritti civili e giuridici.
La tratta costituiva uno dei pilastri del commercio triangolare: dall’Europa partivano manufatti verso l’Africa, dall’Africa schiavi verso le Americhe, e dalle Americhe prodotti coloniali – come zucchero, cotone e tabacco – verso l’Europa. Nel Sud degli Stati Uniti, l’economia delle piantagioni di cotone dipendeva quasi totalmente dal lavoro schiavile. I profitti generati alimentarono non solo la crescita delle colonie americane, ma anche l’accumulazione di capitale in Europa, contribuendo allo sviluppo dell’industria tessile e del capitalismo moderno.
“Con la tratta atlantica – sottolinea Pecorella – lo sfruttamento non era una deviazione dalla legge, ma la legge stessa. Era un sistema giuridicamente legittimato che ha costruito gerarchie razziali e sociali le cui conseguenze sono ancora visibili”.
Le tensioni prodotte da quel sistema sfociarono anche nella Guerra civile americana, ma l’eredità della schiavitù non si esaurì con la fine del conflitto: segregazione e discriminazioni istituzionalizzate hanno continuato a segnare profondamente le società coinvolte.
Differenze giuridiche, continuità strutturali
La principale differenza tra i due fenomeni riguarda lo status giuridico delle persone coinvolte: oggi il lavoratore sfruttato è formalmente libero e titolare di diritti; nella tratta atlantica era legalmente proprietà di un padrone. Tuttavia, la libertà formale non sempre coincide con la possibilità concreta di esercitare i propri diritti.
“Ciò che accomuna tratta e caporalato – osserva Pecorella – è la trasformazione della vulnerabilità in strumento di controllo. Cambiano le cornici giuridiche, ma la logica economica dell’abbattimento dei costi attraverso la compressione dei diritti resta sorprendentemente simile”.
Oggi esistono strumenti normativi più avanzati per contrastare lo sfruttamento lavorativo e la tratta di esseri umani. Oltre alla legislazione italiana, a livello internazionale il Protocollo di Palermo delle Nazioni Unite ha fornito una definizione condivisa di tratta di persone, mentre l’Organizzazione Internazionale del Lavoro promuove convenzioni fondamentali contro il lavoro forzato. Eppure, le norme risultano efficaci solo se accompagnate da controlli adeguati e da politiche sociali inclusive.
L’esperienza in Brasile: dignità come risposta
Nella riflessione di Pecorella emerge anche una dimensione personale e familiare. Nelle fazende della sua famiglia nel sud della Bahia, in Brasile – dove si coltivano cacao e caffè – il contrasto a pratiche di sfruttamento si è tradotto in un investimento concreto nelle condizioni di vita e di lavoro degli operai, molti dei quali discendenti delle popolazioni africane deportate durante il periodo coloniale portoghese.
“La memoria storica impone responsabilità – afferma –. Nelle nostre aziende abbiamo scelto di rompere con ogni forma di intermediazione opaca, garantendo contratti regolari, salari equi e servizi essenziali. La lotta all’oppressione non si combatte solo con le leggi, ma costruendo modelli economici fondati su dignità e libertà”.
Il confronto tra tratta atlantica e caporalato moderno dimostra come le forme di sfruttamento si trasformino adattandosi ai contesti economici e giuridici. Se la schiavitù negava radicalmente la dignità umana in un sistema legale, il caporalato opera nell’illegalità ma continua a prosperare sulle fragilità sociali.
“La storia – conclude Pecorella – ci insegna che lo sviluppo economico può fondarsi su profonde ingiustizie. La vera sfida contemporanea è conciliare competitività e diritti, affinché il lavoro non sia mai più strumento di oppressione, ma fondamento autentico di libertà”.







