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mercoledì, 26 Gennaio 2022
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Università di Palermo, Alì e Malick in cattedra: “Qui è rinata la nostra speranza”

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Il loro percorso migratorio, le speranze rinate, le difficoltà dell’integrazione e la gioia della loro vita nuova. Alì e Malick hanno parlato a lungo e a fondo, scavando nelle loro storie, tirando fuori difficoltà e gioie di quel cammino che dai loro Paesi di origine li ha condotti a Palermo. L’occasione è stata il talk sulle migrazioni forzate nell’ambito della summer school dedicata a “Migranti, diritti umani e democrazia” dell’Università di Palermo, diretto dalla professoressa Elisabetta Di Giovanni. Dietro la cattedra, i due giovani ospiti della Casa dei mirti,  struttura di accoglienza del Centro diaconale valdese La Noce, accompagnati da Lilli Nobile; dall’altra ad ascoltarli diversi studenti, italiani e stranieri.

Lo sguardo di Malick. La memoria di Malick, vent’anni, da quattro in Italia, si sofferma su quei cinque mesi di viaggio, dal Gambia alla Sicilia, con varie tappe intermedie: il Mali, la Libia. E poi la scelta di attraversare il Mediterraneo a bordo di un’imbarcazione, con almeno altre 500 persone, il soccorso e l’arrivo a Pozzallo. Nel novero delle speranze c’era il sogno di visitare Roma. E lì è stato recentemente. “Ma vorrei restare a vivere a Palermo. Qui ritrovo alcune caratteristiche della mia terra”. E uno dei luoghi che glieli offre è Ballarò, dove fa da guida per le vie del quartiere grazie all’iniziativa “Attraverso i miei occhi”, organizzata dall’associazione Molti Volti. Nel suo sguardo profondo c’è un occhio fotografico, che lo ha portato a raccontare la Sicilia attraverso alcune fotografie che esporrà per la prima volta Al Fresco bistrot.

La tenacia di Alì. C’è tanta timidezza, ma altrettanta determinazione e tenacia nelle parole e nei gesti di Alì. Poco più che maggiorenne, ha affrontato un viaggio lungo un anno, dal suo villaggio in Guinea Bissau, da un domani senza prospettiva, fino a Siracusa, e poi Palermo, terra promessa. Aveva 15 anni quando ha lasciato casa, orfano, per percorrere le strade d’Africa che lo avrebbero condotto in Sicilia. Il suo bivio in Burkina Faso. Lì – racconta – ha conosciuto un ragazzo che gli ha suggerito di andare in Libia. Parole che ha deciso di ascoltare. “Ero piccolo, a qualcuno facevo tenerezza e mi aiutava”, ricorda. Ma la memoria si sofferma, in particolare, su due momenti: il più difficile e il più felice. “Qunado sono arrivato in Libia, a Tripoli, avevo paura delle persone, scappavo da loro. Ogni giorno in cui mi accorgevo di essere vivo ringraziavo Dio, sapevo di ragazzi morti”. Per sopravvivere, Alì ha dovuto fare i conti con stenti e strategie per fuggire dai carcerieri libici. “Di giorno stavo vicino al mare per nascondermi, la notte andavo in città per cercare gli scarti da mangiare. Perché gli arabi, se mi avessero trovato, mi avrebbero portato in prigione”. Poi, la notte delle speranze cede il passo al giorno della vita. E tutte le ombre si diradano in un solo giorno. “Ero tanto felice quando sono arrivato in Italia. Quando siamo stati salvati in mare, ho cominciato a piangere. Il viaggio nel Mediterraneo è durato tre giorni e tre notti”.

La vita nuova in Casa dei mirti. La vita in Africa era scandita da un duro lavoro nei campi. L’arrivo di una macchiana nel villaggio era una gioia per tutti. Anche il cellulare non era frequente da trovare. E poi l’instabilità politica dei Paesi. “Non avevo telefono – riferisce Alì -. In italia sono stato sei mesi senza cellulare”. Con il suo arrivo a Palermo, le difficoltà non sono finite. Anzi, si sono trasformate. La più gravosa, l’incomunicabilità. “Parlavo solo il dialetto del mio villaggio, non riuscivo a farmi capire, neppure dalla polizia”. La prima comunità ad accoglierlo è stata la Missione Speranza e Carità di Biagio Conte. Ma lì le giornate erano scandite dal lavoro agricolo. “Io, però, volevo studiare, imparare l’italiano, andare a scuola. E poi giocare a calcio”, ribadisce. Attese che cominciano a trovare compimento con il trasferimento nella comunità Shalom, a Monreale. “Nel periodo in cui ho vissuto lì, ho cominciato a frequentare la scuola. Poi, la comunità ha avuto difficoltà con i mancati trasferimenti di fondi dal Comune ed è stata chiusa”. Quindi, l’arrivo a Casa dei mirti, dove gli educatori ascoltano i ragazzi per conoscere le loro necessità e provare ad aiutarli. Alì lo descrive come “un posto meraviglioso”. “Studiamo, giochiamo, vediamo tutte le partite insieme. Sto lì da sei mesi e sto bene”. Il calcio è una delle sue passioni più grandi. “Mi alleno forte, il mio allenatore dice che devo impegnarmi e avere pazienza. La squadra? Arriverà. Intanto, devo crescere”.

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