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venerdì, 7 Ottobre 2022
EditorialiProfughi o migranti? Semplicemente uomini e donne da salvare

Profughi o migranti? Semplicemente uomini e donne da salvare

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Mentre, in Italia, si blatera di blocchi navali e chiusura delle frontiere, durante una campagna elettorale che ci riporta indietro di un secolo, il Mediterraneo, il Mare Nostrum, continua ad inghiottire persone. Donne, bambine e bambini, uomini. Esseri umani.

I morti in mare e le politiche di inclusione dei migranti che arrivano in Italia, continuano ad essere solo il cavallo di battaglia di politici quasi deliranti nelle loro proposte elettorali. C’è chi, addirittura, parla di distinzione tra profughi e immigrati, tirando in ballo un nuovo decreto flussi 1, uno strumento di controllo che non ha mai funzionato e che ha generato lavoro nero e sfruttamento dei migranti.

Come è possibile distinguere i profughi dagli immigrati in mezzo al mare? Esiste una differenza tra un morto profugo e un morto immigrato? Nonostante i numeri degli arrivi sulle coste italiane siano ai minimi storici dopo il picco del 2015, a causa della carenza di soccorsi adeguati in mare, nel 2021 sono stati registrati circa 3.231 morti o dispersi nel Mediterraneo e nell’Atlantico nord-occidentale (dati UNHCR). Inoltre, UNHCR, riporta tantissimi casi di tortura prima e durante il viaggio: le persone che arrivano sulle nostre coste spesso sono ustionate, disidratate, abusate. Queste condizioni si ripercuotono poi sul percorso di inclusione nelle nostre città: quasi tutti e tutte le migranti che arrivano potrebbero definirsi vittime di tortura. La sete è una tortura.

Essere abusate sui barconi davanti ai propri figli e mariti, è una tortura. Le condizioni psicologiche di queste persone, che gli operatori e le operatrici dell’accoglienza si ritrovano ad affrontare, sono spesso critiche e richiedono interventi mirati e specializzati. Questo comporta, molto spesso, una mancanza di cura verso questo tipo di problematiche, a causa della carenza di servizi specializzati sui territori di accoglienza. Questa è solo una delle fragilità di un sistema che spesso risponde in maniera emergenziale, senza una reale preoccupazione delle necessità delle persone accolte: queste fragilità sono dovute certamente all’assenza di una politica nazionale che favorisca e riconosca i soggetti migranti come parte della nostra società a pieno diritto, ma anche, spesso, al fatto che i territori non hanno le risposte adeguate per offrire servizi di qualità e creare dei meccanismi virtuosi nella presa in carico di queste persone.

Gli ultimi decreti sicurezza hanno dimostrato che chiudere le frontiere e fare accordi con la Libia, serve solo a generare ancora più morti e sempre più persone che arrivano in condizioni psico-fisiche disastrose. Una certa politica vorrebbe distinguere tra profughi e immigrati, bisognerebbe andare davanti a un qualsiasi consolato europeo nei paesi di provenienza dei migranti: file di gente che piange e di dispera perché dovrà partire via terra, perché le frontiere europee non sono aperte a tutti e tutte: la stratificazione dei diritti, a cui stiamo assistendo in maniera palese in questi mesi di guerra, per cui uno straniero vale più di un altro, una vita vale più di un’altra, è il risultato di una politica discriminatoria che pur violando i diritti delle persone, non viene messa in discussione.

Siamo ancora in tempo per decidere quale società vogliamo e chi vogliamo seduta accanto a noi nel bus, a scuola, al lavoro.

Giulia di Carlo,
operatrice sociale

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