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mercoledì, 28 Settembre 2022
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Sara Cuticchio, i pupi e la psicoterapia

La psicoterapeuta spiega come ha applicato la “Puppet Therapy” per regalare sorrisi e benessere ai bambini che segue

Stefano Edward Puvanendrarajah
Stefano Edward Puvanendrarajah
Laureato in comunicazione pubblica d'impresa e pubblicità presso l'Università di Palermo, è attivista dei diritti umani con esperienze pregresse di rappresentanza politica e sociale della comunità tamil palermitana

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PALERMO. Utilizzare i Pupi seguendo gli standard della “Puppet Therapy” con il fine di migliorare la vita dei bambini con benefici psicologici, emotivi e relazionali. Di questo ci parlerà Sara Cuticchio, psicoterapeuta, figlia di Mimmo, gigante della tradizione storica dei pupi siciliani a Palermo.
Un lavoro di gruppo che coinvolge attivamente i bambini tra i 6 ai 12 anni con l’attenzioni alle loro doti creative, emotive e relazionali: “La Terapia dei Pupi è una modalità di intervento psicoterapico di gruppo ed è rivolta a bambini in età di latenza, dai 6 ai 12 anni – riferisce Sara Cuticchio, psicoterapeuta -. Consiste nella costruzione e utilizzo di marionette simili ai pupi siciliani, come oggetti mediatori della terapia. I pupi della terapia, dunque, non sono soltanto i bambini, dal latino Pupus ma anche queste particolari marionette che costruiscono con materiali adatti alla loro età, e che animano in gruppo, con l’aiuto del terapeuta, al fine di mettere in scena delle storie che nascono e vengono definite durante il percorso di terapia, dopo la condivisione di gruppo e anche l’utilizzo di altri oggetti mediatori che stimolano la fantasia e la creatività: fiabe, pitture, ombre cinesi, altre figure del teatro di animazione, tra cui pupi autentici  di dimensione ridotta” conclude Cuticchio.

Attenzione ai materiali a misura di bambino e simbolismi, valori che influenzano la personalità dei bambini coinvolti, è questo uno dei punti di forza di questa forma di psicoterapia: “ I bambini vengono guidati nell’utilizzo dei materiali, semplici e adatti all’età  come ad esempio la creta, la cartapesta, le stoffe, ecc. che consentono loro di mantenere la  concentrazione e di prendere coscienza di sé e dell’altro – riferisce Cuticchio –  ciascun bambino inventa un personaggio e gli consegna una identità che entra in relazione con quella degli altri, da questo processo, che parte dalla materia, nascono i primi frammenti di storie cariche di simboli, che consentono ai bambini di esprimere aspetti della propria personalità in modo libero e spontaneo, attraverso l’accesso immediato all’immaginazione che la marionetta offre – continua Cuticchio –  Il pupo, oggetto di proiezione, permette di trovare una certa distanza necessaria per modulare e gestire le emozioni, e aiuta a superare la barriera verbale grazie al suo accesso ad una comunicazione di tipo visivo.  Infatti, osservando il comportamento che ciascun bambino ha nell’utilizzo del pupo, dalle modifiche che apporta, al movimento che gli affida, il terapeuta raccoglie informazioni molto utili su quanto accade nella sua psiche e nel processo di gruppo, Il pupo aiuta il bambino a creare la sua concezione del mondo in modo visibile; è importante sottolineare che, non è sufficiente che il bambino esprima le sue emozioni: affinché sia efficace il trattamento, il bambino deve entrare nella comprensione di quell’emozione che mette in scena e afferrare la ragione dei desideri e degli impulsi che lo invadono, perché, come spiega bene la psicoanalista infantile Dina Vallino, un bambino non può rivelare se stesso se non si accorge di ciò che prova” conclude Cuticchio.

La passione per i pupi e l’avvio alla loro applicazione nella psicoterapia

 “la scelta di utilizzare i pupi, o meglio, di costruire marionette somiglianti i pupi, come oggetti mediatori della terapia, è nata 13 anni fa, quando ho conosciuto la dott.ssa Fava Vizziello, neuropsichiatra infantile dell’Università di Padova alla quale avevo chiesto di svolgere il tirocinio e in seguito di seguirmi per la tesi – ricorda Cuticchio – mi aiutò a formarmi sulla psicoterapia di gruppo basata sull’attività, ad oggi riconosciuta come una delle modalità di trattamento preferenziali con i bambini in età di latenza e a sperimentare questa modalità di trattamento basata sull’utilizzo dei pupi come attività proposta, data la mia appartenenza al teatro dell’opera dei pupi e la mia personalità creativa – prosegue Cuticchio –  quando si sceglie un oggetto mediatore, è importante sapere che, per funzionare bene, deve essere ritenuto significativo dal terapeuta che lo utilizza, e la figura del pupo per me si è configurata sin da subito un eccellente interprete, messaggero di cura, in grado di costruire, sebbene da una iniziale esperienza di caos, rappresentazioni cariche di significato e di simboli, capace di dare corpo ai pensieri, di giocare con la propria identità senza perderla, di entrare in contatto con gli altri e di rivelarsi in modo spontaneo” conclude Cuticchio.

La cura delle attività laboratoriali e alle esigenze degli utenti

“La Terapia dei pupi è adatta a tutti i bambini, nella mia esperienza clinica, lavoro soprattutto  con bambini che presentano difficoltà di tipo comportamentale e relazionale, problemi di tipo emotivo e affettivo, bambini traumatizzati, e con disabilità intellettive – dichiara Cuticchio –  ciascun bambino viene inserito in gruppo dopo un’attenta valutazione psicologica del livello di funzionamento mentale, attraverso strumenti analitici anche di tipo proiettivo, ciò che considero maggiormente, nella formazione di un gruppo, è il livello di sviluppo, non inserisco mai più di un bambino grave e i gruppi solitamente sono eterogenei rispetto al disturbo che presentano ma omogenei rispetto alla fascia di età di latenza. Quando necessario, il bambino che intraprende il percorso di cura viene seguito anche da altre figure professionali sanitarie, in un’ottica multidisciplinare che unisce conoscenze e competenze differenti, per rispondere alle varie esigenze del paziente e della famiglia. I genitori dei bambini, ad esempio, hanno riservato uno spazio di confronto, di condivisione e di supporto, molto importante, che consente di lavorare in sinergia e di non escludere nessuno dalla cura” conclude Cuticchio.

Le difficoltà conseguenti alla pandemia

I bambini sono stati fortemente colpiti dai postumi della pandemia, a confermare questa tesi Sara ci racconta in prima le sue esperienze con i suoi piccoli utenti: “le misure di distanziamento sociale e l’isolamento che ne è conseguito, hanno comportato un caro prezzo in termini di difficoltà psicologiche, i bambini hanno manifestato problemi relazionali, con vissuti di tipo depressivo. le ansie, angosce e insicurezze sono aumentate, con agitazione motoria e maggiore irritabilità, soprattutto per chi già soffriva di un disturbo psicologico. Inoltre è aumentata la solitudine. Questo è uno dei motivi principali per cui spesso insisto sulla terapia dei pupi perché lo scopo è di implementare nuove occasioni di socializzazione e di relazione, che tengano conto non solo della propria sicurezza e salute fisica, ma anche della propria salute mentale, dando voce alle proprie emozioni e ai propri vissuti angoscianti. La terapia dei pupi consente questa regolazione emotiva, libera i sentimenti scomodi, aiuta il bambino a relazionarsi meglio con la realtà, ad usare la sua immaginazione, imparando a controllare le sue pulsioni aggressive, e alfabetizzando le sue emozioni, in una narrazione di sé che gli consente di imparare a padroneggiare l’angoscia e sviluppare la resilienza necessaria a superare i risvolti traumatici ereditati da questa pandemia” conclude Cuticchio.

La “creatività familiare” con i pupi come motore di innovazione

Una creatività tramandata dalla famiglia, in particolare dal padre, Mimmo Cuticchio che attraverso il suo amore e la dedizione ai pupi ha ispirato anche sua figlia Sara: “Mio padre è un uomo molto coraggioso, curioso e un innovatore per natura – dice con entusiasmo Cuticchio – in questo credo di somigliargli molto, la scelta di utilizzare i pupi in terapia, e soprattutto di aiutare i bambini a costruirli, ovviamente con materiali alla loro portata, ha suscitato sin da subito l’interesse e la curiosità di tutta la mia famiglia che mi ha accompagnato in questo percorso di crescita professionale, sostenendomi, e aiutandomi concretamente in ogni momento, ad esempio attraverso consigli pratici sui possibili materiali da utilizzare e sulle tecniche di costruzione, dandomi spesso anche degli spunti per perfezionare la parte artistica del mio lavoro, infondendomi coraggio nei momenti bui. Di questo sono estremamente riconoscente alla mia famiglia, che mi ha trasmesso la passione per l’Arte, il valore del sacrificio per il proprio lavoro, il desiderio di realizzare qualcosa di nuovo, di migliore” conclude Cuticchio.

l desiderio di fare rete con altri psicoterapeuti in Sicilia

Sara da sognatrice amante della propria terra, la Sicilia, ci riferisce quanto possa essere per lei importante in un futuro prossimo confrontarsi con altri colleghi che lavorano nella sua terra d’origine auspicando altresì un allargamento del perimetro verso l’estero: “mi farebbe molto piacere potermi confrontare con i colleghi siciliani che hanno voglia di  dedicarsi alla sperimentazione utilizzando il teatro di figura in terapia – commenta Cuticchio –  anche per sentirmi maggiormente stimolata in una impresa che mi dà tante soddisfazioni ma che alle volte mi fa sentire un po’ isolata,  mi piacerebbe anche potermi confrontare con i colleghi che lavorano all’estero e chissà, magari attivare delle collaborazioni che danno vita a qualcosa di inaspettato” conclude Cuticchio.

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