HomeStorieLe cure, i denti e le missioni nei campi profughi tibetani: l'impegno della prof. Campisi

Le cure, i denti e le missioni nei campi profughi tibetani: l’impegno della prof. Campisi

La docente dell'Università di Palermo tra India e Ladakh unisce educazione alla salute orale, telemedicina e collaborazione tra atenei italiani per migliorare la qualità della vita nello stato indiano del Karnataka

Caterina Ganci
Caterina Ganci
Giornalista pubblicista, laureata in Comunicazione pubblica, collaboro con diverse testate online. Amo il mare, il suo profumo e le sfaccettature dei suoi colori. Non penso che potrei vivere in un posto diverso dalla Sicilia! La nostra Isola è bella e ricca di cultura, storie, tradizioni e se è vero che “la bellezza salverà il mondo" io voglio continuare a cercare, osservare e raccontare le nostre meraviglie con la passione forza motrice necessaria per una giornalista
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PALERMO. “Dai un pesce a una persona e la nutrirai per un giorno; insegnale a pescare e la nutrirai per tutta la vita“. È in questo celebre aforisma che si può racchiudere il senso delle missioni accademiche nei campi profughi tibetani, svolte dalla professoressa Giuseppina Campisi, odontoiatra e ricercatrice dell’Università degli Studi di Palermo. Non solo cure immediate, ma soprattutto prevenzione ed educazione alla salute orale: veri e propri strumenti di autonomia per le comunità locali. I protocolli di prevenzione primaria odontoiatrica diventano così un patrimonio prezioso, capace di incidere nel tempo sullo stile di vita e sul benessere della popolazione.
Due le esperienze già realizzate a Bylakuppe nello stato indiano del Karnataka – 2018 e 2025 – e una terza già in fase di progettazione. «È nostra intenzione tornare per una nuova campagna di prevenzione e cura a Bylakuppe – spiega la professoressa Campisi -. Pensiamo di andare il prossimo anno. Quest’anno invece andremo in Ladakh. Insieme alle università di Pisa e Bologna stiamo lavorando all’organizzazione. Vogliamo coinvolgere giovani italiani in queste missioni, per avvicinarli a una cultura fondata sulla convivenza pacifica e sul rispetto».
Le missioni, della durata di circa quindici giorni, intrecciano assistenza sanitaria, ricerca e impegno sociale. Rappresentano un esempio concreto di “terza missione” universitaria: quell’insieme di attività attraverso cui l’accademia esce dai propri confini per contribuire direttamente al benessere della società. In cambio, i professionisti italiani raccontano di aver ricevuto gesti di profonda gentilezza e gratitudine, tratti distintivi della cultura tibetana.

Ascolta il podcast realizzato in collaborazione con Radio Spazio Noi

Dall’Italia all’India: l’inizio del progetto

L’origine del progetto è quasi casuale. «Tutto nasce da un contatto in Toscana, a Pomaia, presso l’Istituto Lama Tzong Khapa per la preservazione della cultura tibetana — racconta la ricercatrice —. Lì ho incontrato volontari appena rientrati da una missione nei campi del Karnataka. Mi dissero che mancava un odontoiatra da anni. Mi hanno lanciato una sfida: “Perché non vai tu?”».
La risposta arriva nel 2018, quando la ricercatrice parte insieme ad altri quattro colleghi dell’Università di Palermo per Bylakuppe, uno dei principali insediamenti tibetani in India. «In quell’occasione – racconta – grazie alla nostra presenza avviene una donazione da parte di una Onlus italo-svizzera e nasce il primo ambulatorio odontoiatrico all’interno dell’ospedale da campo. Una giovane tibetana, neolaureata in odontoiatria, viene formata sul campo, ha avuto modo di svolgere un training di odontoiatria e di chirurgia. In dodici giorni abbiamo visitato tutti i bambini e insegnato igiene orale domiciliare. Viene inoltre avviato un sistema di telemedicina: una telecamera consente alla giovane odontoiatra di mantenere un collegamento con i colleghi italiani per consulenze a distanza».

Ricerca, volontariato ed educazione sulla salute orale

Accanto all’attività clinica, la missione produce anche risultati scientifici. Uno studio pubblicato su rivista nazionale ha analizzato la salute orale di 916 bambini tra i 5 e i 17 anni: il 76,6% viveva in abitazioni laiche, il 23,4% in monasteri. Nei campi profughi, infatti, l’accesso alle cure odontoiatriche è spesso limitato per cause economiche. Per questo, l’azione dei professionisti sanitari si concentra non solo sulla cura, ma soprattutto sull’educazione: trasmettere conoscenze semplici e pratiche che possano essere mantenute nel tempo.

La seconda missione: più équipe, più prevenzione

Nel 2025 il progetto si amplia: il team passa da quattro a undici, grazie alla collaborazione tra le università di Palermo, Pisa e Bologna. La seconda missione, sempre a Bylakuppe, rafforza l’approccio integrato già sperimentato. «L’esperienza precedente ci ha insegnato che la priorità era la prevenzione primaria, soprattutto tra i più giovani», spiega la professoressa Campisi.
Due le linee di intervento: da un lato screening diffusi nelle scuole, accompagnati da video educativi in lingua inglese — validati da nutrizionisti e psicologi — su igiene orale e alimentazione; dall’altro, attività clinica per la cura dei casi più complessi.
Le équipe operano in modo coordinato alcune si dedicano all’educazione sanitaria, altre alle prestazioni odontoiatriche. Il risultato è una campagna capillare che raggiunge centinaia di persone. «C’era un clima di festa e solidarietà – racconta la professoressa –. Abbiamo offerto cure gratuite a chi non può permettersele. In cambio abbiamo ricevuto una gentilezza autentica, che fa parte della loro educazione fin da piccoli».

Uno scambio reciproco

Oggi si è creato un vero e proprio ponte tra Palermo, Pisa e Ladakh. Il 26 marzo, in occasione del convegno “Benessere, sofferenza e cura” al Policlinico di Palermo, è stato ospite Geshe Jamyang Tashi, direttore del centro di apprendimento e della Biblioteca del monastero di Thiksey.
L’incontro ha rappresentato anche un momento di dialogo tra cultura occidentale e orientale, mettendo in luce approcci diversi ma complementari alla salute. «In questo scambio — sottolinea la professoressa Campisi — siamo anche noi ad apprendere: una visione integrata tra dimensione clinica e spirituale che in Occidente, forse, è stata in parte dimenticata».
Le missioni nei campi profughi tibetani non sono solo interventi sanitari, ma esperienze di formazione, ricerca e incontro. Un esempio di come l’università possa diventare strumento attivo di cambiamento sociale, capace di costruire relazioni e generare conoscenza condivisa, ben oltre i confini accademici.

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