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mercoledì, 28 Settembre 2022
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Dall’emigrazione dei giovani al sogno di una scuola: la comunità eritrea di Catania si racconta

Arefayane Beraki ci porta alla scoperta della vita socio-culturale degli eritrei nel capoluogo etneo

Stefano Edward Puvanendrarajah
Stefano Edward Puvanendrarajah
Laureato in comunicazione pubblica d'impresa e pubblicità presso l'Università di Palermo, è attivista dei diritti umani con esperienze pregresse di rappresentanza politica e sociale della comunità tamil palermitana

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CATANIA. La comunità eritrea catanese si racconta attraverso la voce del responsabile, Arefayane Beraki. Ci parla delle esperienze dirette in termini socio-culturali nel capoluogo etneo, dagli anni 70 ad oggi. L’occasione è quella della festa, tra musiche, cibo e discorsi degli ospiti di onore, per celebrare il 31° anniversario dell’indipendenza dell’Eritrea, avvenuta dopo trent’anni di guerra.

La comunità eritrea a Catania

Arefayane Beraki si sofferma sulla vita associativo-culturale di questa realtà e sulla vita dei giovani, tra speranze ed emigrazione. “Eravamo circa 200 a Catania e oggi siamo all’incirca 60 – riferisce Beraki –. Questo decremento è una conseguenza dell’impossibilità a trovare una occupazione lavorativa portando i nostri giovani ad andare verso le regioni del nord o perfino l’estero. In pochi sono rimasti in città”.
Non tutti i giovani eritrei, però, hanno la stessa intensità nel sentire le festività della propria comunità. Tra di loro, vi sono coloro che hanno vissuto in prima linea i traumi della guerra e sentono fortemente l’attaccamento alla identità eritrea e alle feste nazionali: “I giovani che vedi qui sono venuti via mare, non sono nati qua – precisa Beraki –, hanno più sensibilità dei nostri figli perché hanno vissuto in prima persona le angherie e tra di loro vi sono anche coloro che hanno combattuto durante la guerra del 98/2000, la guerra di aggressione dell’Etiopia e vivono intensamente la nostra festa d’indipendenza”.

La torta per celebrare l’anniversario dell’indipendenza (Ph. Comunità eritrea di Catania)

Nonostante la cospicua decrescita numerica dei suoi connazionali dovuta alla emigrazione economica, Beraki mantiene il suo impegno costante: “Cerco di impegnarmi maggiormente con i sindacati, con la consulta del comune di Catania e con le altre iniziative che fanno le nostre comunità per far sì che non possa sentire un senso di solitudine – ammette Beraki –. Inoltre, una volta alla settimana mi dedico alle donne anziane nella comunità che necessitano degli aiuti medici”.

Il dialogo con la società civile catanese

Ci siamo impegnati attivamente per far superare la diffidenza dei catanesi nei confronti delle diversità culturali – precisa Beraki –. Nella fine degli anni ’70, si viveva maggiormente un senso di solidarietà dovuta a diversi fattori. Eravamo pochi, cercavamo di farci conoscere per superare i sentimenti di paura verso il diverso attraverso il nostro impegno sociale. Avevamo una associazione culturale, un gruppo folkloristico e uscivamo alle feste in cui ci invitavano. Di contro, negli ultimi anni, noto un restringimento del senso di solidarietà dovuto a diversi fattori tra cui la speculazione sulle istanze dei migranti da parte di alcune realtà”, chonclude Beraki.

La comunità ha portato avanti un impegno per “sradicare la diffidenza” degli abitanti di Catania, a causa della “mancata conoscenza” e da “alcune azioni di migranti amplificate dai media”. E si è impegnata a farlo con “iniziative culturali nelle vari feste politiche o religiose nella provinci ed anche fuori in collaborazione con alcune comunità ed associazioni Catanesi”.

Un momento di vita all’interno della comunità (Ph. Comunità eritrea di Catania)

La scuola che non c’è

Una comunità che aveva portato avanti un progetto scolastico per mantenere salde le radici con la propria terra e valorizzare la propria identità linguistica tra i più piccoli che, a causa delle difficoltà in termini di sostenibilità economica da un lato, della disattenzione istituzionale dall’altro, si ritrova in un limbo dove spera di poter riavviare tale iniziativa di concerto con le altre comunità migranti presenti nel capoluogo etneo. È questa la speranza di Beraki: “Inizialmente avevamo iniziato una scuola autogestita con tutte le difficoltà derivanti dalla gestione economica del progetto – ricorda Beraki –. Avevamo fatto una proposta al Comune di Catania attraverso la Consulta cittadina al fine di concederci uno spazio utilizzabile da tutte le comunità qui presenti per farlo diventare contemporaneamente sia un luogo di ritrovo che di insegnamento delle lingue madri di ciascuna realtà. Ma le nostre istanze non sono state accolte da queste istituzioni. La nostra comunità, oggi, si raduna una volta al mese o una volta ogni due mesi negli spazi della CGIL che da sempre ha dimostrato una certa sensibilità nel coordinare il dialogo tra le varie comunità”, termina Beraki. Così continua a coltivare il proprio impegno e la propria cultura nella città etnea.

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