HomeSpecialiBeni confiscati, la revoca della villa della legalità di Borgetto: "Così la mia inchiesta giornalistica ha fatto chiarezza"

Beni confiscati, la revoca della villa della legalità di Borgetto: “Così la mia inchiesta giornalistica ha fatto chiarezza”

Il racconto di un lavoro durato sei mesi. Tra ostacoli, solitudine e responsabilità, una riflessione sul valore della legalità e sul ruolo – oggi sempre più fragile ma necessario – dell’informazione indipendente

spot_img
spot_img

Il Comune di Borgetto ha emesso il primo provvedimento: attesta la revoca della “Villa della Legalità” a Telejato. Quel fortino tanto glorificato e acclamato da Pino Maniaci rivela tutt’altro che trasparenza e rispetto delle regole, come confermato dal documento della Segretaria generale del Comune. Ma, a distanza di qualche giorno dalla pubblicazione della notizia, la riflessione profonda che sento necessario fare è la seguente: la legalità, nel nostro territorio, è veramente un valore perseguito o a volte diventa qualcosa di astratto, lontano dal vivere comune?

Per rispondere a questa domanda subentra l’importanza del giornalismo. Infatti, con un’inchiesta giornalistica, condotta in sei mesi con costanza e dedizione, ho potuto dimostrare come stavano le cose: che l’uso di quella villa non era in linea con il progetto per il quale era stata assegnata. Eppure, il giornalismo oggi vive un tempo di grande crisi. Quello investigativo ogni anno diventa sempre più raro. I desk strumento moltiplicatore di notizie da comunicati stampa. E le verifiche sempre meno frequenti.

La mia inchiesta è nata dal desiderio di giustizia, dalla volontà di contribuire a voltare pagina e provare a dare risposte a una comunità che, per troppo tempo, era stata ingannata. Peccato che interfacciarsi con la Pubblica Amministrazione, sembra scontato, ma è a volte farraginoso: istanze di accessi agli atti rigettate, querele, funzionari poco disponibili di fronte ad atti che potrebbero causare scompiglio. La maggior parte di colleghi avrebbe gettato la spugna – anche per le scarse garanzie che il precariato permette.

In questi sei mesi di impegno costante, il sostegno di alcuni colleghi, di funzionari pubblici e di tecnici, sono stati il motore che mi ha permesso di non fermarmi. Attraverso il rigore delle fonti, l’analisi dei documenti acquisiti nel tempo – difficili inizialmente da leggere e capire -, e il confronto quotidiano con chi crede profondamente nella legalità, ho ricostruito tassello dopo tassello un mosaico di verità che attendeva solo di essere portato alla luce del sole. Il compito più complesso per un giornalista, in fondo, resta proprio questo: offrire chiarezza ai lettori affinché la consapevolezza dello stato delle cose prenda il posto dell’illusione e i fatti emergano in tutta la loro nitidezza.

Il valore di questo percorso è stato riconosciuto formalmente nei luoghi simbolo dello Stato e della gestione della cosa pubblica, portandomi a essere ricevuto con attenzione in Prefettura, presso l’Agenzia dei Beni Confiscati e in vari assessorati regionali. Un successo, già questo, impensabile per chi, come me, di inchieste non ne aveva mai fatte. Questi incontri hanno conferito un peso non indifferente a un lavoro nato dalla determinazione di un giovanissimo giornalista che, in un mondo spesso segnato dal disinteresse, ha scelto di non voltarsi dall’altra parte, per il bene della comunità a cui appartiene.

In un contesto editoriale dove nessuna testata era intenzionata a esporsi e a rischiare così tanto, ho deciso di assumermi la piena responsabilità del racconto utilizzando i miei profili social come una vera e propria piattaforma di servizio pubblico. Tra video, articoli e reportage, la narrazione digitale è diventata lo strumento per raggiungere il maggior numero possibile di persone, abbattendo il muro del silenzio. Ho condotto questo lavoro con la profonda convinzione che informare non sia solo un esercizio di stile, ma un dovere civile e un contributo concreto alla collettività, dimostrando che il giornalismo d’inchiesta può ancora incidere sulla realtà, anche quando percorre strade non convenzionali.

E, adesso, crollata la facciata che per anni ha tratto tanti in inganno, la villa si ritrova a vivere un tragico paradosso: essere un bene confiscato caduto nelle mani di un’antimafia che i documenti dimostrano non essere in linea con la sua stessa missione. Spero che questo paradosso possa un giorno svanire, lasciando spazio alla nostra missione: informare i cittadini e nutrire un giornalismo che sia, finalmente, integro e sano. D’altronde era questo il progetto originario, per il quale la villa era stata assegnata a Telejato.

E se ancora servisse ricordarlo, non ha senso apporre l’etichetta di “antimafia” a chi scrive: l’etica dovrebbe essere alla base di ogni giornalista, un valore così intrinseco da non aver bisogno di nomi. Sottolinearlo con troppa insistenza non aggiunge onore, ma finisce per alimentare l’ombra del dubbio, facendo dubitare proprio di quella certezza che si vorrebbe difendere.

spot_img

Leggi anche

spot_img
spot_img

Ultime notizie

spot_img