PARTINICO. Sono trascorsi trentaquattro lunghi anni dalle macerie di Capaci e via D’Amelio, da quel momento in cui Cosa Nostra pensò di piegare lo Stato, finendo invece per risvegliare la coscienza di un’intera generazione. Da quel dolore sono nati movimenti spontanei, un’antimafia genuina – a volte oggi purtroppo degenerata in sterili organizzazioni lucrative -, che ha trovato, tra gli altri, nell’arte di Gaetano Porcasi un custode e un narratore instancabile. Dal 1994, il pittore siciliano, originario di Partinico, trasforma la tela in un archivio della memoria, seguendo l’insegnamento di Giovanni Falcone sulle idee che continuano a camminare sulle gambe degli uomini.
“Il mio non è solo un grido di denuncia – spiega Porcasi osservando l’immenso patrimonio artistico, composto da oltre due mila opere – ma è un atto d’amore verso una Sicilia che esiste oltre la cronaca nera. Dalle mie tele, con un pennello che si fa arma, racconto il riscatto morale di uomini e donne che non si sono piegate e che hanno dato la vita per un futuro migliore. In questo intreccio, l’opera d’arte smette di essere un oggetto contemplativo per diventare uno strumento di indagine e riscatto“.
L’impegno di Porcasi non accetta compromessi, specialmente quando si parla della gestione pubblica del concetto di legalità. Il suo sguardo si fa critico verso chi usa la lotta alla mafia come un paravento per scopi personali o politici.
“Esistono tanti paladini della legalità, ma pochissimi sono gli onesti“, afferma con durezza. “Odio definirmi ‘pittore antimafia’ perché credo che l’antimafia non debba essere un’etichetta, ma uno stile di vita. Farlo significa spesso esporsi, diventare un bersaglio o una voce fuori dal coro, ma è l’unico modo per essere coerenti“.
Recentemente Porcasi, con la sua ultima fatica pittorica dal titolo “Il diffamatore del buio”, aveva manifestato un grido di denuncia contro la deriva del giornalismo. Al centro della tela c’è lo strumento del mestiere: il microfono. Per Porcasi, l’informazione, in Sicilia, ha subito una mutazione genetica pericolosa. ”Il giornalismo nel nostro territorio è penalizzato da alcuni che preferiscono utilizzare quel microfono non per informare, ma per distruggere il nemico”, spiega l’artista con la consueta schiettezza. Ma l’attacco di Porcasi è ancora più profondo e punta dritto alla cosiddetta “mafia dell’antimafia”. L’opera suggerisce che dietro certi proclami di legalità si nascondano spesso dinamiche di potere identiche a quelle che si dice di voler combattere.
Infine, il suo pensiero giunge ai ragazzi, a coloro che sono i destinatari naturali della sua missione e i protagonisti del presente. A loro, l’artista dedica un monito che è insieme un incoraggiamento e una difesa: “Ai giovani dico sempre: non fatevi rubare il futuro. Non permettete a nessuno di espropriarvi della speranza e della possibilità di cambiare questa terra. La mia arte vuole essere uno scudo e uno stimolo affinché quel futuro resti nelle vostre mani“.
Un pennello come penna, la tela come un foglio di carta, Porcasi cristallizza in pochi schizzi la drammaticità della mafia, il coraggio di poliziotti, magistrati, donne, bambini che si sono opposti alla sopraffazione di Cosa Nostra. Non ama dipingere per arredare i salotti dei borghesi, ma per documentare. Il suo è un appello alla responsabilità. Porcasi distrugge l’idillio di certa retorica, ricordandoci che la lotta alla criminalità inizia dalla pulizia del linguaggio e dall’onestà di chi racconta i fatti. La sua arte rimane una sentinella vigile, pronta a illuminare quegli angoli di società e concludendo afferma: “Il pittore d’impegno civile si pone a metà strada tra le periferie e il centro della città, perché tutti meritano di essere educati alla legalità“.








