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Palermo, con Re-Care la comunità diventa luogo di cura per le persone senza dimora

Il progetto quadriennale sostenuto da Fondazione con il Sud mette in relazione servizi di salute mentale, accoglienza e percorsi di autonomia. Al convegno di fine progetto, l’intervento della responsabile, Nadia Sabatino, sul valore della partecipazione e delle relazioni

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PALERMO. La cura della salute mentale passa anche da una casa, dalle relazioni, dalla possibilità di fare volontariato o di partecipare a un laboratorio. Per le persone senza dimora, costruire questi legami significa creare le condizioni per accedere ai servizi e dare continuità ai percorsi terapeutici. È la prospettiva di “Re-Care Salute: Ricostruire Cura e Salute”, al centro dell’intervento della responsabile di progetto e presidente della cooperativa sociale La Panormitana, Nadia Sabatino, al convegno “Re-Care. Dalla sperimentazione alle politiche: costruire percorsi di cura integrata”, il 23 ottobre nell’aula magna della Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista”.

Avviato nel 2022 e finanziato nell’ambito del bando sociosanitario di Fondazione con il Sud, il progetto quadriennale affronta un ostacolo concreto: la difficoltà delle persone che vivono in strada e presentano un disagio psichico a entrare in contatto con i servizi di salute mentale e a mantenere nel tempo una relazione di cura. La risposta proposta consiste nel collegare interventi sanitari, accoglienza e opportunità di inclusione, superando la frammentazione delle prestazioni.

Capofila è la cooperativa sociale La Panormitana, affiancata da Centro Astalli Palermo, Fondazione San Giuseppe dei Falegnami, fio.PSD – Federazione italiana organismi per le persone senza dimora e associazione Nahuel. Il partenariato comprende inoltre l’Asp Palermo, attraverso il Dipartimento di salute mentale, il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Palermo, il Comune e la Città metropolitana.

Il percorso si rivolge a persone italiane e straniere tra i 18 e i 60 anni che vivono condizioni di significativa marginalità sociale, anche cronica, e possono presentare disabilità, disagio psicosociale o psichico. L’incontro con loro avviene attraverso quattro presidi territoriali e tre unità di strada. Da questo primo contatto si sviluppano la presa in carico da parte del Dipartimento di salute mentale e la costruzione del Progetto terapeutico individualizzato, che tiene insieme bisogni sanitari, sociali e riabilitativi.

Nell’intervento di Sabatino, un elemento centrale è il modello della cura nella comunità: servizi, operatori, persone coinvolte e realtà territoriali contribuiscono, con responsabilità diverse, al percorso. La riabilitazione trova spazio anche fuori dai luoghi sanitari: nella mensa diocesana dove fare volontariato, nei poli di accoglienza dove partecipare ai laboratori, nelle scuole e nell’università. A queste occasioni si affiancano le azioni dedicate all’abitare e all’inclusione lavorativa, con percorsi di accoglienza, appartamenti in autogestione e tirocini.

La partecipazione assume forme concrete anche nelle attività di sensibilizzazione. Durante la manifestazione universitaria Sharper, due beneficiari hanno preso parte all’esperienza del “libro parlante”, raccontando la propria storia alle persone incontrate. Un modo per dare voce a chi vive la marginalità e creare occasioni di conoscenza diretta, nel quadro del lavoro di contrasto allo stigma associato alla salute mentale.

Un’altra esperienza ha coinvolto studenti e insegnanti della scuola Majorana, operatori e beneficiari nella realizzazione di un gadget a forma di puzzle, utilizzando immagini prodotte durante un laboratorio fotografico organizzato in Caritas. Ogni tessera contribuisce a comporre una figura comune: una rappresentazione del lavoro di rete, ma anche il risultato di un’attività condivisa, dall’ideazione alla realizzazione.

Il tema che attraversa il progetto è la possibilità di rendere stabile il collegamento tra la strada, i luoghi dell’accoglienza e i servizi sociosanitari. Una prospettiva che Sabatino sintetizza nel riconoscimento della “comunità come spazio di cura”, dove anche i talenti, gli interessi e le relazioni delle persone entrano a far parte del percorso verso l’autonomia.

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