HomeSpecialiIl 2 giugno e la Costituzione dentro a un carcere: se il reinserimento riguarda la civiltà della Repubblica

Il 2 giugno e la Costituzione dentro a un carcere: se il reinserimento riguarda la civiltà della Repubblica

In occasione della Festa della Repubblica, ripercorriamo i nodi del dibattito "Umanità oltre le mura" a Villa Niscemi: un viaggio tra l’Articolo 27, il diritto al riscatto e il ruolo dei servizi sociali nel territorio palermitano

Lilia Ricca
Lilia Ricca
Giornalista pubblicista, laureata in Comunicazione per le culture e le arti all'Università di Palermo, con un master in Editoria e Produzione musicale all'Università IULM di Milano. Scrive di sociale per Il Mediterraneo 24 ed è addetta stampa per diverse organizzazioni del Terzo settore
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PALERMO – Oggi l’Italia celebra il 2 giugno, la festa di una Repubblica democratica che la nostra Costituzione definisce, sin dal suo primo articolo, fondata sul lavoro. Ma per comprendere fino in fondo lo stato di salute di una democrazia e dei suoi valori di inclusione, è necessario volgere lo sguardo anche laddove i diritti rischiano di diventare invisibili: dentro a un carcere. Proprio in questa giornata di riflessione nazionale, abbiamo scelto come redazione di ritornare sui temi di un importante evento svoltosi poche settimane fa nello storico scenario di Villa Niscemi a Palermo: il convegno “Umanità oltre le mura. Detenzione e opportunità di reinserimento sociale e lavorativo”, organizzato dal Rotary Club Palermo Mondello e dalla Cooperativa sociale Al Revés.

L’incontro, che ha goduto del patrocinio dell’Associazione Progetto Forense Unione di Liberi Avvocati (con l’accreditamento di tre crediti formativi da parte del Coa di Palermo), ha anticipato nei fatti quel bilancio sui principi costituzionali che oggi, 2 giugno, torna al centro del dibattito pubblico. Il confine tra il “dentro” e il “fuori” è tracciato nettamente dall’Articolo 27 della nostra Carta fondamentale: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Parlare di lavoro e riscatto per chi ha sbagliato non è un atto di benevolenza, ma un investimento sulla dignità e sulla sicurezza di tutta la comunità nazionale, per impedire che il carcere sia un mondo a parte e renderlo invece un luogo di transizione e riscatto.

Il territorio fa rete: il progetto “Voglia di futuro” e i servizi sociali

L’evento di maggio ha dimostrato come le istituzioni locali e il terzo settore stiano provando a costruire ponti reali. Dopo i saluti del Governatore del Distretto Rotary 2110, Sergio Malizia, e del Presidente del Rotary Club Palermo Mondello, Vincenzo Bucca – il quale ha rimarcato il dovere dell’associazionismo di farsi motore concreto di inclusione al di sopra di ogni interesse – l’attenzione si è focalizzata sulle azioni pratiche messe in campo dal Comune di Palermo.

In rappresentanza del Sindaco Roberto Lagalla, è intervenuta l’Assessore comunale alle Politiche Sociali, Mimma Calabrò, che ha delineato la strategia dell’amministrazione: «Umanità oltre le mura per me significa affrontare le fragilità di queste persone e delle loro famiglie con senso di umanità, ma anche con pragmatismo, cercando di mettere in campo ogni opportunità di reinserimento sociale. I nostri servizi sociali, presenti in tutte le circoscrizioni, fanno questo quotidianamente». L’Assessore ha poi indicato uno strumento concreto di transizione: «L’utilizzo dei tirocini di inclusione può facilitare l’incontro con le aziende per pensare a un’opportunità di lavoro vero e concreto».

Proprio in questa traiettoria si inserisce il progetto “Voglia di futuro”, presentato da Roseline Eguabor (Presidente della cooperativa Al Revés), Silvia Buzzone e Rosalba Romano, e realizzato grazie al contributo del Garante dei detenuti della Regione Siciliana, il dott. Antonino De Lisi. Partendo dal consolidato laboratorio di cucito attivo nella sezione femminile del carcere Pagliarelli fin dal 2013, il progetto prevede oggi interventi di mediazione culturale, e attività creativo-espressive dentro e fuori l’istituto penitenziario. Un’azione supportata anche da Charo Medina Sanchez (Presidente della Commissione DEI del Rotary Club Palermo Mondello), focalizzata sulla necessità di abbattere lo stigma sociale che colpisce chi ha scontato la pena.

Determinante, in tal senso, la presenza al dibattito della dottoressa Maria Luisa Malato, Direttrice della Casa Circondariale “Antonio Lorusso” – Pagliarelli, e dello stesso Garante regionale Antonio De Lisi. Entrambi hanno concordato su un punto nodale: il sistema carcerario deve dialogare costantemente con la comunità esterna se si vuole abbattere la recidiva e garantire che il tempo della pena rimanga utile e dignitoso.

Diritti umani e il “modello Palermo” sulla Giustizia riparativa

I contributi tecnici degli esperti hanno offerto chiavi di lettura perfettamente sovrapponibili ai valori repubblicani che celebriamo oggi. L’avvocata Tiziana Staropoli, del Foro di Palermo, ha richiamato l’attenzione sulla radice stessa dei diritti: «Spesso mi scontro con forti pregiudizi. Ma se le istituzioni e le comunità non comprendono che i diritti del detenuto sono diritti intrinseci della persona umana garantiti dagli articoli 2 e 3 della Costituzione, non potremo mai attuare il principio di risocializzazione dell’articolo 27. L’espansione della propria personalità spetta a ogni individuo».

Un altro pilastro fondamentale è il Centro per la Giustizia Riparativa del Comune di Palermo (istituito con protocollo d’intesa con il Ministero della Giustizia il 21 ottobre 2025). Come evidenziato dall’Assessore Calabrò, «Palermo è ormai riconosciuta e accreditata come centro di giustizia riparativa a livello nazionale, con personale altamente qualificato e una strettissima collaborazione con le autorità giudiziarie e con l’Università. Questo contribuisce ad alleviare il disagio sociale che si crea tra colui che commette il reato e chi lo subisce. Non conta solo l’approccio numerico, ma la qualità: mettere insieme chi ha commesso il reato e chi lo ha subìto, con un riscatto e benefici sociali importanti».

Sul piano operativo e normativo di questa stessa giustizia, Dorotea Passantino, Responsabile del Centro, citando Shakespeare (“Date parole al dolore…”), ha spiegato come la Riforma Cartabia (D.Lgs. 150) abbia recepito un lavoro già radicato nel territorio: «Il reato è la rottura di una relazione e una ferita collettiva. La giustizia riparativa non è buonismo, ma uno spazio libero, consensuale e protetto di mutuo riconoscimento, volto a ristabilire relazioni buone e a far uscire le persone dall’immobilità di un ruolo per immaginare il futuro».

Sul fronte del diritto allo studio, la professoressa Maria Garro, Delegata del Rettore per i rapporti con gli istituti penitenziari, ha fotografato la realtà del Polo Universitario Penitenziario (PUP) dell’Ateneo di Palermo, uno dei 42 attivi in Italia (in Italia, al 2025, sono stati registrati 1900 uomini e 80 donne in qualità di studenti in stato di detenzione): «Lo studio universitario in carcere è una pratica di de-stigmatizzazione identitaria e riduce drasticamente la recidiva. Nonostante le sfide legate al digital divide, l’università garantisce un diritto costituzionale inalienabile».

Infine, Fra Loris D’Alessandro, Cappellano del Pagliarelli, ha ricondotto il dibattito all’esperienza quotidiana delle coscienze, individuando due coordinate fondamentali: «Libertà e dignità. Umanità oltre le mura significa mettere le persone nelle condizioni di scegliere liberamente un lavoro onesto all’esterno, per riprendersi la propria vita senza scendere mai più a compromessi».

Oggi, 2 giugno, la Repubblica festeggia se stessa. Ma le riflessioni nate a Villa Niscemi ci ricordano che l’efficacia della nostra democrazia si misura proprio dalla capacità di non lasciare nessuno indietro, trasformando le mura della pena in un orizzonte di riscatto e di vera, rinnovata cittadinanza.

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