L’aria di Palermo porta con sé l’odore del sale e una luce che taglia i vicoli di pietra, una luce che assomiglia a quella dell’altra sponda del Mediterraneo. Eppure, per arrivare fin qui, Abdelkadir Hissen Abdallah ha dovuto attraversare l’inferno. Il suo libro, intitolato significativamente “Sfide”, non è semplicemente una testimonianza autobiografica; è un prisma attraverso cui guardare uno dei fenomeni più complessi, dibattuti e spesso disumanizzati del nostro tempo: la migrazione.
Mentre la retorica geopolitica riduce i corpi a cifre fluttuanti e i telegiornali trasformano i destini in fredde statistiche da dibattito elettorale, le pagine di Abdel ci costringono a fare un passo indietro, o forse in avanti, verso l’essenza stessa dell’essere umano. Il viaggio dal Ciad alla Sicilia non si misura in chilometri, ma in cicatrici, anni rubati alla giovinezza, cadute e rinascite. Con la cura editoriale di Daniela Musumeci, la voce di Abdel ha trovato una casa nella lingua italiana, mantenendo intatta quella profonda eco spirituale e poetica che affonda le radici nella sua terra d’origine. Ne viene fuori un dialogo intimo, potente, che abbiamo avuto il privilegio di raccogliere e che scuote nel profondo la percezione della nostra stessa accoglienza.
Abdel, nel libro racconti di aver iniziato questo viaggio a soli sedici anni. Se potessi incontrare quel ragazzo oggi, su quella prima strada che lasciava il Ciad, cosa gli diresti? E cosa pensi che direbbe lui dell’uomo che sei diventato oggi? Viene da chiedersi: cosa spinge davvero un adolescente a lasciare la propria terra? Non esisteva proprio un’altra strada possibile tra la tua gente?
La verità è che la migrazione non è quasi mai una scelta libera. Io sono stato obbligato a lasciare tutto, non c’era un’altra possibilità per me di costruire una vita dignitosa e sicura in quel momento. Ma se oggi potessi tornare su quella strada e parlare a quel sedicenne, gli direi di non perdere mai la speranza. Gli direi: sii sempre ottimista, e ogni volta che cadi, rialzati. Pensa a quando eri un bambino che imparava a camminare: quante volte sei caduto prima di riuscirci? Eppure oggi cammini. Il nostro pianeta ha quattro punti cardinali, e in più ha un sopra e un sotto; non guardare mai in un’unica direzione. Ricordati che per quanto la notte possa sembrare eterna, la luce del sole alla fine arriva sempre. Anche il cibo che mangiamo viene scartato dal corpo, ma non prima che l’organismo ne abbia assorbito le vitamine necessarie. Ecco, nella vita è lo stesso: prendi le situazioni positive come un dono e quelle negative come una lezione. Quel ragazzo, se mi vedesse oggi, mi farebbe domande difficili. Mi chiederebbe come ho fatto a sopportare tutto l’inferno del viaggio, come sono riuscito a non impazzire in mezzo a pericoli così grandi e a mantenere intatti i miei valori.
Il tuo viaggio è durato anni, interrotto da respingimenti, violenze e dalla necessità di ricominciare ogni volta da capo, lavorando per mesi solo per pagare di nuovo i trafficanti. In quei momenti in cui tutto sembrava azzerarsi e costringerti a ripartire dal fondo, dove trovavi la forza psicologica per non arrenderti al deserto o alla prigionia?
La mia forza è nata da radici profonde, prima di tutto dalla fede in Dio. Mio nonno mi ha cresciuto insegnandomi che la fede è totale fiducia nel Creatore e accettazione della sua volontà, e che la pazienza non è un segno di debolezza, ma la massima espressione della forza interiore. Durante i giorni più bui ripetevo a me stesso la storia del profeta Giuseppe, Yusuf, e le incredibili prove che ha dovuto superare prima di trovare la salvezza. Poi c’era la mia famiglia. Sono il fratello maggiore e sentivo la responsabilità enorme di essere un esempio: arrendermi avrebbe significato dare un segnale di resa anche a loro. Nei momenti di cedimento mi fermavo e mi chiedevo se stessi facendo la cosa giusta, e soprattutto pensavo a come si sarebbero sentite le persone che ho amato e che non ci sono più, come mia madre e mio nonno, se mi avessero visto mollare. Quel pensiero mi dava una spinta immediata, mi costringeva a fare un altro passo avanti, nonostante il dolore.
Chi ha curato il libro parla di un’eco religiosa dei versetti coranici che risuona nella tua scrittura in italiano. Quanto la preghiera e la fede sono state una “casa” portatile quando non avevi più un tetto sopra la testa?
La preghiera e la fede sono state letteralmente la mia patria interiore. Quando intorno a me c’era solo il vuoto, il pericolo o il filo spinato, io mi rifugiavo nella preghiera. In quel momento crollava ogni barriera e sentivo una connessione diretta e intima con Dio, che diventava la mia unica fonte di pace e stabilità. Pregare non era solo un atto religioso, era un filo invisibile che mi legava ai ricordi più dolci della mia infanzia e della mia famiglia. Mi connetteva anche agli altri compagni di viaggio che incontravo lungo la strada; ci faceva sentire parte di qualcosa di più grande, impedendoci di sentirci completamente soli e, soprattutto, aiutandoci a non smarrire la strada morale, a non compiere scelte sbagliate per disperazione.
Spesso il dolore estremo porta le persone a indurire il cuore o a perdere la fede. Nel tuo libro accade il contrario: l’esperienza della sofferenza si trasforma in empatia e spiritualità. Come si fa a mantenere il cuore aperto e accogliente quando il mondo intorno ti mostra la sua parte più feroce?
È stata una lotta quotidiana, ma ho rifiutato con tutte le mie forze l’idea che il dolore potesse trasformare il mio carattere in qualcosa di freddo, cinico o chiuso. Sono cresciuto con un’idea di religione che non ha nulla a che fare con la rabbia o il giudizio, ma che è fatta interamente di compassione, misericordia e rispetto per ogni essere umano. Mio nonno ripeteva sempre un principio che mi è rimasto impresso nell’anima: non esiste alcuna circostanza al mondo, nessuna sofferenza subita, che possa giustificare il fatto di ferire un’altra persona. La vita del profeta Muhammad per me è sempre stata un modello di perfetto equilibrio, giustizia e profonda misericordia verso chiunque, senza distinzione di cultura o credo. Ho voluto mantenere una linea di separazione netta: ciò che ho subito non deve diventare ciò che sono. Il dolore ti cambia, è inevitabile, ma non deve per forza renderti duro o distante. Mi facevo una domanda molto semplice: se lascio che la cattiveria che ho visto mi renda ostile verso il prossimo, cosa avrò guadagnato? La risposta era sempre la stessa: assolutamente nulla.
C’è un momento preciso, nel buio della Libia o in mezzo al mare, in cui hai sentito in modo assoluto di non essere solo, ma protetto da qualcosa di più grande?
Sì, è successo diverse volte, sia nel silenzio spaventoso del deserto sia durante la traversata in mare. In quei momenti di pericolo estremo, dove la vita è appesa a un filo, la fede si trasformava in una sensazione fisica di protezione e serenità assoluta. Era come se una presenza invisibile camminasse accanto a me, dicendomi che non dovevo temere. C’è anche un altro aspetto: quando una persona sperimenta la perdita di tutto, quando non ti rimane più nulla da perdere, persino la paura smette di fare paura. Questa totale assenza di timore mi ha aiutato a rimanere lucido e a non cedere alla disperazione quando gli altri intorno a me crollavano.
Scrivere è un atto catartico, ma tradurre i propri ricordi dall’arabo all’italiano significa in qualche modo “riviverli” in una nuova lingua. Com’è stato il lavoro di revisione con Daniela Musumeci? Cosa ha significato per te trovare una persona che ha dedicato mesi ad ascoltare e curare la tua voce?
È stato un percorso incredibilmente doloroso. Scrivere questo libro non ha significato semplicemente raccontare dei fatti passati, ma riaprire ferite profonde e rivivere quei momenti fotogramma per fotogramma, con tutta l’angoscia originale. Il supporto di Daniela Musumeci è stato un dono immenso. Nonostante le barriere linguistiche e le differenze culturali, ha avuto la pazienza rara di mettersi in ascolto profondo. Ha saputo accogliere le mie esperienze e tradurle in parole italiane che non hanno perso un briciolo del loro peso emotivo e umano. Non è stata solo una traduzione di vocaboli, ma una traduzione di anime, e le sarò grato per sempre.
Ti faccio una domanda più personale e intima. Che cos’è per te l’amicizia oggi e come ha cambiato la tua percezione dell’Italia e dei siciliani?
Per me l’amicizia è una cosa sacra, non è un legame superficiale o di convenienza. Si basa su pilastri rigidi: rispetto, onestà, sincerità, fiducia e trasparenza totale. Quando trovo una persona sincera, per me diventa un fratello, entra a far parte della mia vita in modo profondo. Al contrario, se avverto manipolazione o interesse personale, il rapporto si interrompe immediatamente. Qui in Sicilia sto ancora imparando a conoscere le dinamiche umane, ma posso dire di aver trovato persone straordinarie, legami veri che hanno completamente ribaltato l’idea di ospitalità e che mi hanno fatto sentire, finalmente, parte di una comunità.
Nel tuo libro c’è molta introspezione, ma anche la scoperta di mondi nuovi. Oggi sei profondamente legato alla Sicilia, ma quando sei sbarcato dal mare, avresti mai immaginato che questa terra ti avrebbe accolto in un abbraccio così intimo, celebrando la tua storia?
Assolutamente no, non avrei mai potuto immaginarlo. Prima di partire e durante il viaggio, l’immagine dell’Europa e dell’Italia che ci arrivava era spesso spaventosa, molto negativa. La realtà che ho trovato qui si è rivelata molto più complessa e sfaccettata. Certo, non posso negare che esistano problemi profondi, tensioni e anche episodi di razzismo, come purtroppo accade in ogni parte del mondo. Ma ho incontrato un’ondata di umanità, calore e solidarietà che non credevo possibile. Questo contrasto mi ha aiutato a crescere e a guardare la realtà con occhi più maturi e consapevoli.
Spesso i media e la politica parlano di immigrazione usando solo numeri, grafici o slogan. Il tuo libro rimette al centro l’essere umano. Qual è la cosa più importante che i governi e le persone dimenticano quando guardano a un barcone nel Mediterraneo?
Dimenticano la cosa fondamentale: che sopra quel barcone non ci sono numeri, ma persone. Ognuno ha un nome, una faccia, una madre, dei sogni spezzati e una storia intera alle spalle. Troppo spesso ci si ferma all’immagine dello sbarco e nessuno si fa la domanda cruciale: cosa spinge un essere umano a correre un rischio simile? Avete idea di quale sia la reale probabilità di sopravvivere tra le sabbie del deserto, i centri di detenzione in Libia, le violenze in Tunisia o in Marocco, prima ancora di sfidare un mare che è ormai un cimitero a cielo aperto? La possibilità di farcela è inferiore all’1%. Nessuno sceglierebbe mai tutto questo per capriccio o per divertimento. La migrazione forzata è una ferita profonda. Mi chiedo spesso il perché di tutto questo odio alimentato solo per scopi politici. A cosa serve una politica che divide gli esseri umani in base al loro passaporto? La vera politica dovrebbe essere sinonimo di giustizia, uguaglianza e bene comune. Provate a riflettere un momento: come sarebbe la nostra società se smettessimo di nutrire l’odio? Rispondete voi a questa domanda. Se la migrazione venisse affrontata come una questione puramente umana e venisse governata con intelligenza, si trasformerebbe in una ricchezza immensa sia per chi arriva sia per la società che accoglie. La diversità è un valore, dovremmo solo imparare a sfruttarla.
Nel libro emerge una visione profonda del rispetto e dei rapporti di genere. Come speri che la tua storia possa ispirare i giovani, sia in Africa che in Europa, a guardarsi l’un l’altro con più dignità?
Il mio desiderio più grande è che la mia storia ricordi ai ragazzi che la dignità umana è universale, non ha colore, sesso o cittadinanza. Il rispetto per l’altro è l’unico mattone con cui possiamo costruire un futuro più giusto, che sia in Africa, in Europa o in qualsiasi altro continente. Ai ragazzi che hanno vissuto o stanno vivendo l’esperienza della migrazione voglio fare un appello accorato: vi prego, non dimenticate mai il motivo per cui avete lasciato la vostra terra e i vostri affetti. Non cedete mai alla tentazione di fare del male a qualcuno, per nessuna ragione al mondo. Non ci sono scuse. Dobbiamo essere responsabili delle nostre azioni e smetterla di cercare sempre un capro espiatorio a cui dare la colpa dei nostri errori.
Il titolo del tuo libro è “Sfide”. Oggi che la tua voce è stata stampata e ascoltata qui in Sicilia, qual è la tua prossima sfida personale? Cosa sogna Abdel per il suo futuro e per le nuove generazioni?
Non ho paura di quello che verrà. Guardo al domani con una serenità che mi viene dalla pazienza e dalla fiducia in Dio. La mia prossima sfida è continuare a studiare, lavorare sodo e dare il mio contributo, anche se piccolo, alla comunità che mi ha dato una possibilità. Non so per quanto tempo mi sarà concesso di rimanere in questo Paese, ma il mio sogno è diventare un ponte solido tra culture diverse, aiutando i giovani a riscoprire il proprio valore e le proprie potenzialità. Per le nuove generazioni non chiedo miracoli, ma un mondo che abbia un po’ più di giustizia, molta più pace, opportunità reali per tutti e, finalmente, molta meno paura.
Oltre l’Orizzonte del Mare. Il racconto di Abdelkadir Hissen Abdallah si chiude così, lasciando aperte domande che continuano a risuonare anche quando la pagina viene voltata. *Sfide* non è soltanto il diario di un viaggio di formazione drammatico ed epico; è un manifesto politico nel senso più nobile del termine, una richiesta di sguardi puliti in un’epoca di percezioni inquinate. Ascoltando Abdel, si comprende come il vero confine non sia quello tracciato sulle mappe o pattugliato dalle navi nel canale di Sicilia, ma quello che rischia di irrigidire i nostri cuori di fronte al dolore dell’altro. La sua storia ci ricorda che l’accoglienza non è un atto di sterile carità, ma un esercizio quotidiano di riconoscimento reciproco, un’occasione imperdibile per riscoprirci, tutti, un po’ più umani.








