PALERMO. Gli studi, il calcio e il drammatico viaggio in mare per realizzare il sogno forte di avere un futuro dall’altra parte del Mediterraneo. Un sogno bruscamente interrotto per 11 anni che, però, adesso, riprende la sua forma. È la storia di Alaa Faraj a cui, nei giorni scorsi è stata restituita la libertà. Oggi, possiamo continuare a credere in una giustizia che, mettendosi in ascolto della persona, si è trasformata in giustizia sociale. La restituzione della libertà di Alaa Faraj, dopo 11 anni di sofferenza, è la vittoria di tutti noi che continuiamo a credere nella giustizia ma anche nella speranza che si possa provare a cambiare il mondo in cui viviamo. È possibile continuare a lottare per fare prevalere una narrazione altra che parta sempre dalla valorizzazione di ogni persona a cui devono essere riconosciuti sempre dignità e diritti.
Alaa Faraj, condannato a 30 anni, è stato scarcerato dopo che la Corte d’Appello di Messina ha dichiarato l’ammissibilità dell’istanza di revisione, accogliendo anche l’istanza di scarcerazione immediata. Adesso Alaa Faraj spera che la giustizia riesca a fare il suo corso anche per gli altri quattro cittadini libici che sono detenuti per lo stesso reato. “Questo, oggi, non è per me un punto di arrivo ma un punto di inizio – ha detto Alaa Faraj appena uscito dal carcere – per arrivare alla giustizia piena anche per le altre persone, accusate ingiustamente dello stesso reato”.
Il giovane libico, ex studente di ingegneria e con il sogno di diventare un calciatore professionista, era stato condannato per concorso in omicidio plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il 15 agosto 2015, il giovane era partito dalla Libia, imbarcandosi con oltre 360 migranti su una vecchia barca finita alla deriva. All’arrivo in Sicilia, nella stiva furono rinvenuti i corpi di 49 persone morte per asfissia. Da lì, partì l’inchiesta, il processo e, infine, la pesante condanna. La vicenda vissuta dalle persone migranti, durante quel drammatico viaggio, è stata una tragedia umanitaria per le persone morte ma anche uno scandalo umano e giudiziario per le persone che sono state condannate ad un reato che non hanno commesso.
L’altro ieri, finalmente, dopo un lungo travaglio, è tornato in libertà lasciando il carcere dell’Ucciardone di Palermo. In questi mesi, pure l’arcivescovo don Corrado Lorefice e don Luigi Ciotti di Libera hanno mostrato pieno sostegno ad Alaa.
La sua libertà è il risultato collettivo di un’alleanza, fatta di tante persone e realtà diverse ma anche della tenacia dell’avvocatessa Cinzia Pecoraro che ha creduto fino in fondo alla verità. Colei che, però, ha seguito tutti gli aspetti giuridici e umani di Alaa è stata l’attivista dei diritti umani e docente della facoltà di Giurisprudenza, Alessandra Sciurba che, a giugno, diventerà sua moglie.
Insieme, hanno scritto per la casa editrice palermitana Sellerio, il libro “Perché ero ragazzo“, dedicato alla sua storia. Perché ero ragazzo continua a circolare ed, a passare di mano in mano, aprendo coscienze e cuori per trasformare la storia di Alaa in una storia collettiva. Grazie a tutta questa amorevole mobilitazione sociale, lo scorso 22 dicembre, Alaa è stato parzialmente graziato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un passaggio molto importante che è stato, infatti, decisivo per la successiva revisione da parte della Corte d’appello.
Alaa Faraj, studiava ingegneria a Bengasi e sperava di diventare un calciatore professionista in Europa. In Libia era iniziata da quattro anni la guerra civile, scoppiata dopo la caduta del regime del dittatore Gheddafi. In quegli anni, diversi ragazzi libici, si imbarcarono in mare, insieme a persone di moltissime altre nazionalità, per cercare di raggiungere l’Italia.








