C’è un’immagine che racconta meglio di tante analisi la condizione di Brancaccio. Da una parte, un nuovo murale dedicato a padre Pino Puglisi, inaugurato oggi per consegnare alla città un altro segno di memoria, bellezza e speranza. Dall’altra, a poche ore di distanza, l’ennesimo atto vandalico nella piazzetta dove il sacerdote venne assassinato dalla mafia, il 15 settembre 1993: un lampioncino distrutto, l’opera di Marco Nereo Rutelli imbrattata, un altro sfregio a un luogo che non appartiene solo a Brancaccio, ma all’intera città e all’intero Paese.
Due fotografie della stessa periferia. Due idee opposte di futuro.
La domanda che pone Maurizio Artale nel suo comunicato – “Sino a quando?” – non è soltanto lo sfogo di chi da oltre trent’anni custodisce l’eredità del Centro Padre Nostro. È una domanda rivolta a tutti. Perché ogni volta che la piazzetta di padre Puglisi viene vandalizzata non viene colpito soltanto un monumento: viene messa in discussione la capacità dello Stato, della politica, della scuola, della Chiesa e della società civile di trasformare davvero un territorio.
Sarebbe troppo facile liquidare tutto come l’azione di qualche vandalo. Il vandalismo è spesso il sintomo, non la malattia. Dietro quelle scritte, quei calci ai lampioni, quei monumenti imbrattati c’è un disagio educativo che continua a riprodursi. Ci sono giovani che non riconoscono il valore dei simboli perché nessuno è riuscito a farli sentire parte di una comunità. Alla loro integrazione il Centro Padre Nostro lavora da trent’anni.
Artale ha ragione quando sostiene che l’inasprimento delle pene, da solo, non basta. La repressione è necessaria, ma arriva sempre dopo. Prima servono presìdi educativi, luoghi di aggregazione, sport, cultura, occasioni di lavoro, adulti credibili. Esattamente quello che padre Puglisi aveva intuito molto prima che si iniziasse a parlare di “rigenerazione urbana” o di “periferie educanti”.
Ed è qui che il nuovo murale assume un significato ancora più profondo. Un murale non cambia un quartiere. Così come non lo cambia una telecamera in più. Ma un’opera d’arte pubblica può diventare un punto di riferimento, un luogo in cui riconoscersi, un messaggio permanente. A patto che dietro quel colore ci sia una comunità viva. Altrimenti anche il murale rischia di diventare, domani, l’ennesima superficie da imbrattare.
Nello stesso comunicato, diffuso dal Centro Padre Nostro, però, c’è anche un’altra immagine che merita attenzione. Novantacinque giovani arrivati da tutta Italia, attraverso l’Agenzia Italiana per la Gioventù, hanno scelto di visitare la casa di padre Puglisi e di partecipare alla fiaccolata in memoria di Paolo Borsellino. È la dimostrazione che Brancaccio continua a parlare alle nuove generazioni. Che il messaggio del parroco ucciso dalla mafia non è confinato nei libri di storia, ma continua a generare impegno.
Forse la vera sfida è proprio questa: fare in modo che quei ragazzi non siano un’eccezione. Che i giovani di Brancaccio possano sentirsi protagonisti della stessa speranza che oggi arriva da altre città d’Italia.
Perché la memoria non si difende soltanto restaurando ciò che viene distrutto. Si difende costruendo ogni giorno le condizioni perché nessuno senta più il bisogno di distruggerla.
Il murale inaugurato oggi e il lampione abbattuto nella piazzetta raccontano due strade diverse. Palermo deve decidere quale delle due vuole percorrere. Perché, come testimoniava padre Puglisi, il contrario dell’amore non è soltanto l’odio. È l’indifferenza. E Brancaccio non può permettersi, ancora una volta, di essere lasciata sola.








