di Antonio Fundarò
Il 4 settembre 2005 moriva a Palermo padre Ennio Pintacuda. Sono trascorsi ventuno anni e la distanza temporale, invece di consegnarne la figura soltanto alla storia, permette forse oggi di comprenderne meglio la grandezza e, soprattutto, l’attualità. C’è una frase contenuta ne “La scelta”, il libro-intervista realizzato con Aldo Civico, che sembra attraversare il tempo e arrivare direttamente alla Sicilia e all’Italia di oggi: “La via giusta da intraprendere è quella di una cultura diversa”. In quelle poche parole c’è molto del pensiero di Pintacuda. C’è la convinzione che i grandi cambiamenti non possano essere affidati esclusivamente alle leggi, alle istituzioni, alla repressione penale o all’azione, pure indispensabile, dello Stato. Prima ancora deve cambiare la cultura. Devono cambiare le coscienze. Deve cambiare il modo con il quale ciascuno percepisce se stesso dentro una comunità. È probabilmente questo uno dei lasciti più importanti di un uomo che sarebbe riduttivo ricordare soltanto come protagonista di una stagione politica siciliana.
Ennio Pintacuda fu sacerdote, gesuita, sociologo, studioso, docente, formatore, intellettuale. Ma soprattutto fu un uomo capace di parlare contemporaneamente linguaggi diversi senza perdere la propria identità. Poteva confrontarsi con i vertici delle istituzioni e, subito dopo, dialogare con gli studenti. Poteva rivolgersi agli imprenditori, agli amministratori, ai politici, agli uomini di Chiesa, ai giovani che si affacciavano alla vita pubblica. Poteva sedere nei luoghi nei quali si assumevano decisioni importanti e tornare poi nei luoghi della formazione. Non cambiava, però, la sostanza del suo messaggio. Al centro rimanevano l’uomo, la sua libertà, la sua responsabilità, il dovere di partecipare alla costruzione del bene comune. E soprattutto la formazione. Molto prima che l’educazione alla legalità diventasse un’espressione presente nei programmi delle scuole, nelle iniziative istituzionali e nelle celebrazioni pubbliche, Pintacuda aveva compreso che la battaglia contro la mafia avrebbe avuto bisogno di un lavoro lungo e profondo sulle coscienze.
Già nel 1970, interrogandosi sulla violenza mafiosa a Palermo, sosteneva che fosse necessario “formare la coscienza sociale” e interrompere quei legami, talvolta visibili e talvolta molto più sottili, attraverso i quali comportamenti apparentemente normali potevano convivere con interessi e logiche mafiose. Era un’intuizione straordinariamente moderna. Perché la mafia non vive soltanto attraverso gli uomini che impugnano un’arma, organizzano traffici criminali o impongono il proprio controllo sul territorio. Sopravvive anche attraverso una cultura. Quella del favore invece del diritto. Dell’appartenenza invece del merito. Del silenzio invece della denuncia. Della delega invece della partecipazione. Dell’interesse individuale contrapposto al bene comune. Dell’obbedienza al potente al posto del rispetto delle istituzioni. Ed è proprio per questo che contrastarla significa anche costruire un’altra cultura. Quella “cultura diversa” indicata da Pintacuda.
La storia della Sicilia ha conosciuto uomini che hanno combattuto la mafia da frontiere differenti. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino dimostrarono che Cosa nostra poteva essere studiata, compresa nella sua struttura, investigata e processata. Rocco Chinnici intuì la necessità di un metodo di lavoro condiviso. Pio La Torre intervenne sugli strumenti legislativi capaci di colpire il potere economico delle organizzazioni criminali. Piersanti Mattarella provò a ricostruire il rapporto tra amministrazione, politica e moralità pubblica. Don Pino Puglisi comprese che sottrarre un ragazzo alla cultura mafiosa significava sottrarre alla mafia una parte del proprio futuro.
Pintacuda percorse un’altra strada ancora, complementare alle altre: la formazione della coscienza civile. Non bastava dire ai giovani che la mafia era sbagliata. Bisognava fornire loro gli strumenti culturali per comprendere perché una società fondata sulla libertà, sulla giustizia, sulla partecipazione e sulla responsabilità fosse infinitamente preferibile a una società regolata dalla paura, dal privilegio e dalla dipendenza. Era una pedagogia civile prima ancora che politica. E aveva radici profondamente evangeliche.
La fede di Pintacuda non fu mai rinchiusa dentro una dimensione intimistica. Il Vangelo chiedeva, nella sua interpretazione, di confrontarsi con la storia, con la giustizia, con le disuguaglianze, con il potere e con la responsabilità degli uomini. Da sacerdote sentiva il dovere di stare dentro il proprio tempo. Da intellettuale sentiva il dovere di comprenderlo. Da educatore sentiva il dovere di fornire agli altri gli strumenti per cambiarlo. È questa triplice dimensione che rende ancora oggi particolarmente interessante la sua figura.
Pintacuda non parlava ai giovani chiedendo loro semplicemente di essere “buoni cittadini”. Chiedeva di comprendere. Di studiare. Di conoscere i meccanismi della politica, dell’economia, della società e delle istituzioni. Perché la partecipazione senza conoscenza rischia di trasformarsi in consenso passivo, mentre la conoscenza accompagnata dalla responsabilità può diventare libertà.
La formazione politica alla quale dedicò una parte significativa della propria vita partiva esattamente da questo presupposto. Formare una classe dirigente non significava costruire una classe di professionisti della politica. Significava preparare uomini e donne capaci di assumersi responsabilità pubbliche con competenza e autonomia di giudizio. È una distinzione che oggi meriterebbe di essere nuovamente posta al centro del dibattito nazionale.
In una società nella quale il confronto pubblico diventa spesso contrapposizione immediata, slogan, semplificazione, Pintacuda ricorderebbe probabilmente che la democrazia richiede tempo, preparazione, studio e coscienza critica. La libertà non consiste nel poter dire qualsiasi cosa. Consiste nel possedere gli strumenti per formarsi un giudizio. Ed è forse questa la ragione per cui il suo insegnamento dovrebbe entrare più decisamente nella riflessione educativa nazionale.
Padre Pintacuda può essere considerato un esempio nazionale non perché ogni sua posizione debba essere trasformata in verità indiscutibile e nemmeno perché debba essere sottratto al giudizio storico. Nessun autentico intellettuale lo vorrebbe. Può esserlo per il metodo. Per la capacità di non separare cultura e responsabilità. Per l’idea che l’educazione non termini con la trasmissione delle conoscenze. Per la convinzione che una democrazia abbia bisogno di cittadini formati prima ancora che di elettori. Per il coraggio di esprimere il proprio pensiero anche quando quel pensiero poteva risultare scomodo.
Nel giorno della sua morte, l’allora Presidente del Senato Marcello Pera ricordò proprio il suo “coraggio intellettuale”, la “libertà di giudizio” e l'”impegno civile”. Tre espressioni che, messe insieme, descrivono forse meglio di molte ricostruzioni la cifra pubblica di Pintacuda. Libertà di giudizio significa non chiedere preventivamente a quale schieramento appartenga un’idea prima di valutarla. Coraggio intellettuale significa pronunciare ciò che si ritiene vero anche quando sarebbe più conveniente tacere. Impegno civile significa comprendere che cultura e conoscenza generano responsabilità. Questo è il Pintacuda che dovrebbe essere raccontato ai giovani. Non una fotografia ingiallita della Palermo degli anni Ottanta e Novanta. Non soltanto l’uomo della Primavera di Palermo. Non soltanto il sacerdote vicino a determinate esperienze politiche. Non il protagonista di una stagione ormai conclusa. Ma un educatore delle coscienze. Ed è proprio la scuola il luogo nel quale quella lezione potrebbe trovare oggi nuova vita.
L’educazione alla legalità rischia qualche volta di essere confinata alle giornate commemorative. Il 23 maggio ricordiamo Falcone. Il 19 luglio Borsellino. Il 3 settembre Carlo Alberto dalla Chiesa. Le scuole organizzano incontri, leggono testi, mostrano immagini, ascoltano testimonianze. È importante che lo facciano.
Ma il problema educativo comincia il giorno successivo. Che cosa rimane quando termina la commemorazione? Che cosa significa per uno studente essere responsabile nella quotidianità? Significa comprendere che ciò che appartiene a tutti appartiene anche a lui. Significa rispettare una regola anche quando nessuno controlla. Significa rifiutare la prepotenza. Significa non cercare una scorciatoia quando essa viola il diritto di qualcun altro. Significa avere il coraggio di assumere una posizione. Significa partecipare. Significa conoscere le istituzioni prima di contestarle o difenderle. Significa capire che libertà e responsabilità non possono essere separate. È qui che la lezione di Pintacuda incontra la scuola contemporanea. La legalità non può essere soltanto insegnata. Deve essere praticata. E soprattutto deve diventare cultura.
Una scuola che educa alla legalità non è semplicemente una scuola che organizza un incontro sulla mafia. È una comunità nella quale uno studente sperimenta quotidianamente il rispetto delle regole, la responsabilità delle proprie scelte, il valore della parola data, la dignità dell’altro, la possibilità di partecipare alle decisioni, il confronto tra opinioni differenti. È una scuola che costruisce quella “cultura diversa” della quale parlava Pintacuda. Ed è forse proprio questo il punto nel quale la sua esperienza siciliana assume un valore nazionale.
La Sicilia ha pagato un prezzo altissimo alla mafia. Ma proprio per questo ha generato anche alcune delle più profonde riflessioni italiane sulla giustizia, sulla cittadinanza, sulla responsabilità e sul rapporto tra individuo e istituzioni. Falcone, Borsellino, Mattarella, La Torre, Chinnici, Puglisi e tanti altri appartengono alla Sicilia, ma appartengono contemporaneamente all’Italia. Anche Ennio Pintacuda merita di essere collocato dentro questo patrimonio. Con una specificità. La sua frontiera principale fu la coscienza. Ventuno anni dopo la sua morte, forse è proprio qui che occorre tornare. Perché uno Stato può arrestare un mafioso. Un tribunale può condannarlo. Una legge può sequestrargli i beni. Le forze dell’ordine possono disarticolare un’organizzazione criminale. Ma nessuna sentenza, da sola, può costruire una coscienza libera. Quella è un’opera educativa. Richiede famiglie, scuole, università, associazioni, Chiesa, istituzioni, politica. Richiede adulti credibili. Richiede maestri capaci di parlare senza paura. Richiede giovani educati non soltanto ad avere diritti, ma ad assumersi responsabilità.
Ennio Pintacuda aveva compreso tutto questo molti anni fa. Per questo il 4 settembre non dovrebbe essere soltanto il giorno nel quale ricordare un sacerdote siciliano morto ventuno anni fa. Dovrebbe essere l’occasione per rivolgere a noi stessi una domanda. Quella “cultura diversa” che Pintacuda indicava come la via da intraprendere siamo riusciti davvero a costruirla? La risposta non appartiene soltanto alla Sicilia. Appartiene alla scuola italiana, alle istituzioni, alla politica, alle famiglie e a ciascuno di noi. Perché le mafie possono essere sconfitte definitivamente soltanto quando, prima ancora di non trovare più complici, non troveranno più una cultura nella quale mettere radici.








