PALERMO. «Lasciamo che questa memoria diventi mandato». È l’invito rivolto dall’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, alla città nel giorno del 44° anniversario dell’assassinio del generale e prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente della Polizia di Stato Domenico Russo, uccisi dalla mafia il 3 settembre 1982. Una giornata di commemorazione che a Palermo ha unito istituzioni, Chiesa e comunità educanti. In Cattedrale si è svolta la celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo, mentre a Villa Bonanno la memoria è proseguita con la deposizione di una corona di fiori.
Tra i presenti anche bambini e animatori del centro estivo della parrocchia Maria SS. delle Grazie di Palermo-Roccella, realizzato in collaborazione con il Centro Studi Agorà e l’associazione LCU Ets. Bambini tra i 7 e i 12 anni che hanno partecipato alle celebrazioni e presentato i lavori realizzati durante le attività estive. Alla giornata ha preso parte anche il Centro di Accoglienza Padre Nostro.
Una presenza, quella dei più piccoli provenienti dai quartieri di Roccella e Sperone, che ha dato un significato concreto alle parole pronunciate da Lorefice. Nell’omelia l’arcivescovo ha ricordato come l’intera vita di Dalla Chiesa sia stata segnata dall’«impegno» e dalla «dedizione», fino al sacrificio compiuto «da mano mafiosa».
Lorefice ha definito la mafia di ieri e di oggi «una perversa e subdola struttura di peccato», sottolineando che può essere combattuta «solamente con la forza della coerenza e il culto dei più alti valori umani e civili». Ha quindi ricordato il rapporto di Dalla Chiesa con le persone più fragili e con le periferie, richiamando le parole pronunciate dallo stesso generale nel 1982: essere «a contatto con i modesti, con gli umili, con i probi, proprio perché fossero difesi dai cattivi».

È proprio sul passaggio conclusivo dell’omelia che si sofferma don Ugo Di Marzo, parroco di Maria SS. delle Grazie e docente di religione dell’Istituto comprensivo G. Di Vittorio, presente anche in rappresentanza della scuola. «“Lasciamo che questa memoria diventi mandato”. Ecco in queste parole del nostro Arcivescovo il senso della presenza dei nostri bambini di Roccella e Sperone», afferma don Di Marzo. «Non facciamo semplicemente memoria di un passato, ma rendiamo insieme vive e presenti queste testimonianze di vita donata».
Un messaggio rivolto soprattutto ai bambini: «Diciamo ai nostri piccoli quanto sia importante il sapersi mettere in gioco, ciascuno nel proprio ruolo, con le proprie capacità e, finanche, con la propria vita. A noi probabilmente non verrà chiesto di effondere il nostro sangue, ma sicuramente possiamo fare la nostra parte per il bene della grande famiglia umana ed in particolare per la nostra amata città di Palermo». Per don Di Marzo la memoria di Dalla Chiesa diventa così un invito ad assumersi una responsabilità verso il territorio: «Palermo, dalla quale nessuno deve andare più via, ma piuttosto dove tutti e ciascuno possiamo farci complici del cambiamento e della crescita della comunità».

Un concetto che attraversa anche il messaggio della dirigente scolastica dell’Istituto comprensivo G. Di Vittorio, Angela Marciante, impossibilitata a partecipare per impegni istituzionali ma rappresentata da don Di Marzo. «La memoria dei fatti che oggi si commemorano appartiene alle fondamenta stesse della nostra coscienza civile», sottolinea Marciante. Per la dirigente, l’anniversario dell’uccisione di Dalla Chiesa, Setti Carraro e Russo «non è una semplice ricorrenza dolorosa, ma un richiamo alla responsabilità collettiva». Dalla Chiesa, ricorda, era consapevole che la criminalità non si combatte soltanto attraverso l’azione di contrasto, ma anche «estirpando le radici dell’indifferenza e della rassegnazione», attraverso la legalità, la coscienza dei cittadini e la cultura. Da qui il ruolo della scuola e dell’educazione: «L’educazione civile è un compito permanente che ci unisce tutti. Onorare la memoria di Carlo Alberto Dalla Chiesa significa rinnovare ogni giorno, nei nostri rispettivi ruoli, quell’intransigente rigore morale e quel senso dello Stato che ci ha lasciato in eredità».
Un passaggio generazionale che trova la propria immagine nei bambini presenti oggi alle commemorazioni. Lo stesso Lorefice ha concluso l’omelia avvertendo che sarebbe «una profanazione tornare a casa uguali» dopo avere ricordato quelli che ha definito «martiri della giustizia e del bene». E deporre fiori, ha aggiunto, sarebbe un tradimento se non significasse anche diventare, attraverso la propria vita, «loro soci, loro compagni».








