AGRIGENTO. Mentre Palermo si prepara a vivere il 402° Festino di Santa Rosalia, la città si stringe ancora una volta attorno alla sua patrona, la “Santuzza” che da secoli rappresenta uno dei simboli più profondi dell’identità siciliana.
La notte del 14 luglio, il tradizionale Carro Trionfale di Santa Rosalia attraverserà il Cassaro fino a Porta Felice, in un abbraccio collettivo tra fede, storia e spettacolo. Il giorno successivo, 15 luglio, sarà invece il momento della solenne celebrazione religiosa: l’urna argentea contenente le sacre reliquie di Santa Rosalia partirà dalla Cattedrale di Palermo alle ore 19.00 per la tradizionale processione lungo il Cassaro (corso Vittorio Emanuele), accompagnata dalla preghiera dei fedeli e dalla devozione popolare.

È il momento in cui Palermo rinnova il proprio legame con la santa eremita che, secondo la tradizione, scelse il Monte Pellegrino come luogo di ritiro e contemplazione. Proprio lì, nella grotta che custodì le sue spoglie per secoli, furono ritrovate le ossa della giovane nobildonna normanna nel 1624, dando origine al culto che avrebbe cambiato per sempre la storia religiosa della città.
Ma la spiritualità di Santa Rosalia non appartiene soltanto al capoluogo siciliano. La Santuzza è una figura che attraversa tutta la Sicilia occidentale, una presenza capace di unire territori diversi attraverso la fede, la cultura e il paesaggio. Palermo è abbracciata dal Monte Pellegrino, il monte della Santuzza, e dal Monte Grifone, legato alla memoria di un altro grande santo siciliano, San Benedetto il Moro. Due montagne che sembrano custodire la città, luoghi naturali diventati nel tempo spazi dello spirito.
Anche Sambuca di Sicilia conserva un rapporto profondo tra natura e sacralità. Qui la fede non si manifesta soltanto nelle chiese del centro storico, ma si nasconde nelle contrade rurali, lungo strade di campagna circondate da ulivi, carrubi, boschi e acque. È una geografia dell’anima fatta di piccoli luoghi di culto lontani dal rumore urbano: la chiesa di Santa Rosalia nella contrada Balata, la chiesa di San Giovanni, la chiesa di Santa Maria del Lago sulle rive dell’invaso e, poco distante, il borgo Castagnola con la cappella di Sant’Antonio Abate di rito greco-bizantino.

Un itinerario che può diventare un vero e proprio cammino delle chiese rurali di Sambuca di Sicilia; unendo come tappe anche le chiese di San Giuseppe nella contrada Serrone e di Maria “Bammina” nella contrada Adragna a Sambuca. Un percorso di turismo lento e spirituale capace di raccontare una Sicilia meno conosciuta, quella delle comunità che hanno custodito nei secoli la propria identità attraverso feste, tradizioni e luoghi di preghiera.
“Paese mio”: il paesaggio di Sambuca raccontato da Baldassare Gurrera
Il legame tra Sambuca e il suo territorio è stato raccontato con grande intensità dal poeta sambucese Baldassare Gurrera, nei versi dedicati al suo paese natale: “Paese mio, tutto mi è caro di te: piazze, chiese, viuzze strette, indizio della tua origine araba, di cui portavi il nome in un tempo non lontano.” Una dichiarazione d’amore che continua descrivendo un territorio dove il borgo e la natura sono inseparabili: “Paese mio, ubicato sulla collina, molto vicino al mare africano, capovolto nelle acque purissime del Lago Arancio nei giorni sereni, mi piace vivere nel tuo seno ed ammiro estatico i tuoi dintorni.”

Sono parole che sembrano accompagnare il viaggiatore lungo questo itinerario rurale. Perché Sambuca non è soltanto il suo centro storico, riconosciuto come uno dei borghi più belli d’Italia, ma è anche il sistema di contrade che lo circonda: Adragna, Balata, San Giovanni, Serrone, il Lago Arancio, le campagne verso Monte Genuardo. Luoghi dove la natura diventa parte della storia e dove la spiritualità nasce proprio dal rapporto con la terra.
La Balata e Santa Rosalia: il legame antico tra Sambuca e Palermo
La prima tappa di questo viaggio conduce alla contrada Balata, una delle zone più significative della memoria rurale sambucese. La Balata è stata per lungo tempo la principale zona di villeggiatura dei sambucesi. Tra il XVIII e il XIX secolo, in questa area sorsero case rurali, dimore di campagna e piccoli insediamenti legati alla vita agricola. Un luogo scelto non soltanto per la fertilità della terra, ma anche per la sua particolare posizione: una contrada ventilata, affacciata verso i territori di Giuliana e Caltabellotta, dove le correnti estive rendono ancora oggi il clima mite e piacevole. Qui sorge la chiesa di Santa Rosalia della Balata, la cui origine viene collocata, secondo la ricostruzione dell’architetto Giuseppe Vaccaro, residente della contrada e curatore del restauro che ha restituito vita all’edificio nel 2019, tra la seconda metà del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.
«La Balata nasce come zona di villeggiatura primaria dei sambucesi – racconta Vaccaro – e già nel Settecento e nell’Ottocento era caratterizzata dalla presenza di case di campagna particolari, testimonianza di una presenza stabile delle famiglie sul territorio». Ma perché proprio Santa Rosalia? La risposta è nel rapporto storico tra Sambuca e Palermo. «Sambuca è agrigentina soltanto sulla carta amministrativa – spiega Vaccaro – perché dal punto di vista culturale ha sempre avuto un legame fortissimo con il Palermitano». Un rapporto che affonda le radici nella storia dei territori governati dai Beccadelli, nei collegamenti con la valle dello Iato e con la Diocesi di Monreale. «La devozione verso Santa Rosalia nasce anche da questi collegamenti – racconta ancora Vaccaro – perché Santa Rosalia non è soltanto la santa di Palermo, ma è una santa della Sicilia intera». La piccola chiesa della Balata diventa così una testimonianza concreta di questo antico intreccio culturale e religioso.

La Balata, tra memoria e devozione: le “picchi pacchi” sotto i carrubi e la rinascita della chiesa di Santa Rosalia
La storia della chiesa di Santa Rosalia della Balata non è soltanto la storia di un edificio religioso, ma quella di una comunità che per generazioni ha vissuto questo luogo come spazio di incontro, preghiera e condivisione. La contrada, con i suoi grandi carrubi e uliveti, era un luogo di vita quotidiana. Sotto gli alberi secolari si svolgevano momenti di socialità che accompagnavano le ricorrenze religiose, creando quel legame tra sacro e tradizione popolare che da sempre caratterizza la cultura siciliana. Tra questi, uno dei ricordi più vivi è quello delle celebrazioni dedicate a Santa Rosalia nel mese di luglio, in concomitanza con i festeggiamenti palermitani. L’architetto Giuseppe Vaccaro, cresciuto nella contrada e profondo conoscitore della storia della Balata, racconta di quando, da bambino, partecipava insieme alla propria famiglia ai momenti di festa organizzati nei pressi della chiesa. Al centro della tradizione c’erano le “picchi pacchi”, le piccole lumache di campagna preparate con il pinzimonio, una consuetudine che richiamava quella delle babbaluci del Festino di Palermo.
«Si raccoglievano nel secco del fieno – ricorda Vaccaro – e poi, insieme alle famiglie della zona, si organizzava questa “picchi pacchiata”. Era un momento semplice, ma molto sentito: c’era la devozione per Santa Rosalia, ma anche la voglia di stare insieme». Le lumache venivano preparate utilizzando ingredienti che un tempo non mancavano mai nelle case siciliane: aglio, olio, menta e aromi della campagna. Era una festa della comunità, dove il confine tra dimensione religiosa e vita quotidiana diventava quasi impercettibile.

La trasformazione della Balata e il lento abbandono della chiesa
Il destino della contrada cambiò nel corso del Novecento. Con lo sviluppo di Adragna come nuova zona di villeggiatura, la diffusione delle automobili e la possibilità di raggiungere più facilmente le località costiere, molti sambucesi iniziarono a spostare altrove le proprie abitudini estive. «Quando cominciò a crescere Adragna – racconta Vaccaro – la Balata iniziò lentamente a perdere centralità. Poi arrivò anche la scoperta del mare, con Porto Palo a Menfi e le località della costa, che divennero nuove mete per le famiglie». La trasformazione della mobilità cambiò profondamente il rapporto con il territorio. Prima gli spostamenti erano legati ai mezzi agricoli e agli animali da lavoro; con l’arrivo dell’automobile si aprirono nuove possibilità: il mare divenne più vicino, le seconde case aumentarono e le campagne storicamente vissute iniziarono progressivamente a spopolarsi.
Anche la chiesa di Santa Rosalia risentì di questo cambiamento. Negli anni successivi al terremoto del Belìce del 1968, l’edificio entrò in una fase di abbandono: le condizioni della struttura peggiorarono, il tetto iniziò a deteriorarsi e la statua della Santa venne trasferita nella chiesa di San Giorgio. Eppure la Balata continuò a custodire i segni della propria storia. Lo racconta anche il paesaggio stesso. Il nome della contrada richiama infatti le balate, le grandi lastre di pietra arenaria presenti nella zona, nate dalla progressiva pietrificazione di antichi sedimenti marini. «La Balata conserva una testimonianza della storia della terra – spiega Vaccaro – perché nella pietra arenaria si trovano ancora tracce e fossili che raccontano la presenza del mare in epoche lontane». Un territorio dove natura e memoria si intrecciano, proprio come accade nelle antiche chiese rurali siciliane.

La rinascita della chiesa: una restituzione alla comunità
Dopo decenni di chiusura, la chiesa di Santa Rosalia è tornata a vivere grazie alla volontà della comunità della contrada. Il recupero dell’edificio è stato possibile attraverso un percorso condiviso che ha coinvolto residenti, famiglie, volontari e diverse figure impegnate nella tutela del luogo. Tra coloro che accompagnarono questa fase vi fu anche l’allora parroco don Lillo Di Salvo, che sostenne il progetto e contribuì al superamento degli aspetti amministrativi necessari per avviare i lavori. Fondamentale fu anche il contributo dell’architetto Giuseppe Vaccaro, insieme a Nino Sparacino, Giovanni Lucido e a tanti cittadini che parteciparono alla raccolta fondi.

«In tre anni riuscimmo a raccogliere circa 60 mila euro – racconta Vaccaro – grazie alle offerte delle persone. Ognuno diede quello che poteva. È stata una vera opera della comunità». La chiesa è stata così restaurata e restituita al culto il 4 settembre 2019, giorno particolarmente significativo perché coincide con la memoria liturgica di Santa Rosalia, che ricorda il dies natalis, la nascita al cielo della Santa nel 1170. Da allora ogni anno la comunità della Balata torna a riunirsi per la celebrazione della Messa, mantenendo vivo il legame con questo luogo. Un piccolo santuario rurale che oggi rappresenta una delle tappe più suggestive di un possibile itinerario spirituale attraverso le campagne di Sambuca.
Da Santa Rosalia alla Madonna dell’Udienza: due patrone, una stessa memoria di salvezza
Se Palermo rinnova ogni anno il proprio legame con Santa Rosalia, anche Sambuca di Sicilia custodisce una devozione che rappresenta il cuore della propria identità religiosa: quella per Maria Santissima dell’Udienza, patrona della città, celebrata la terza domenica di maggio. Le due storie sembrano dialogare attraverso i secoli. Il culto di Santa Rosalia nasce infatti dal ritrovamento delle reliquie sul Monte Pellegrino durante la peste del 1624, quando Palermo attribuì alla Santuzza la liberazione della città dal morbo. Quasi mezzo secolo prima anche Sambuca aveva vissuto un’esperienza simile.
Era il 1575 quando una violenta epidemia colpì la Sicilia occidentale, raggiungendo anche Sambuca. La peste, iniziata in quell’anno, cessò definitivamente nel maggio del 1576. Gli abitanti, ormai stremati, si affidarono alla Vergine, la cui statua marmorea era custodita nell’antica Torre di Cellaro, poco distante dall’attuale contrada San Giovanni, nella Valle dei Mulini, oltre il fiume Rincione.

Secondo la tradizione, il simulacro venne portato in processione verso il paese attraversando la via Infermeria, trasformata in lazzaretto. Al suo passaggio il contagio iniziò a regredire fino a cessare definitivamente il 20 maggio 1576, giorno che ancora oggi la comunità ricorda come quello della liberazione. Ma c’è un particolare che rende questa storia ancora più significativa nel contesto del percorso delle chiese rurali. La statua della Madonna dell’Udienza rimase per anni proprio nel feudo di San Giovanni di Cellaro, dove oggi sopravvivono i resti della torre e dove continua a sorgere la piccola chiesa rurale di San Giovanni Battista, ancora oggi aperta al culto grazie alla devozione della famiglia Gulotta e della comunità della contrada.
Così, il cammino che conduce alla chiesa di San Giovanni non attraversa soltanto uno dei paesaggi archeologici più importanti del territorio sambucese, ma porta il visitatore anche nei luoghi dove ebbe origine la storia della patrona della città. Tra la Torre di Cellaro, la chiesetta di San Giovanni, la Valle dei Mulini e il Lago Arancio si conserva infatti la memoria delle radici spirituali di Sambuca, prima ancora che il simulacro della Vergine fosse trasferito nel centro abitato e accolto nella chiesa del Carmine, divenuta poi il Santuario di Maria Santissima dell’Udienza.

San Giovanni: tra archeologia, natura e la memoria della Madonna dell’Udienza
Arrivando alla contrada San Giovanni, qui la tradizione racconta che la statua della Madonna dell’Udienza fosse giunta originariamente dal mare, approdata nella zona di Porto Palo a Menfi e trasportata a dorso di mulo fino al territorio di Cellaro, dove rimase custodita nel feudo legato all’Ordine di San Giovanni di Rodi. La sua collocazione all’interno di una torre richiama anche un’antica simbologia cristiana: la Vergine invocata come “Turris Eburnea” e “Turris Davidica”, cioè torre di protezione e rifugio, veniva spesso posta a custodia dei luoghi fortificati e delle comunità che vi abitavano.
La presenza della vicina chiesa rurale di San Giovanni Battista rende questo territorio ancora oggi un luogo simbolico della fede sambucese. Qui si incontrano infatti due importanti dimensioni della memoria religiosa locale: il culto mariano della Madonna dell’Udienza, nato nell’antico feudo di Cellaro, e la devozione per San Giovanni Battista, celebrato ogni anno il 24 giugno dalla comunità della contrada.
Attorno alla chiesa e al paesaggio circostante si concentra inoltre un patrimonio storico e naturalistico di grande valore: le Grotte di San Giovanni, complesso preistorico con centinaia di graffiti considerati tra i più importanti del Mediterraneo; il palmento greco del Parco Risinata; le tombe a camera di contrada Scoma; il suggestivo fortino di Mazzallakkar, che emerge dalle acque del Lago Arancio; la Gola della Tardara, la Grotta della Lisaredda con le sue stalattiti e stalagmiti e i resti degli antichi mulini ad acqua.

La storia della chiesa di San Giovanni è legata alla famiglia Gulotta, proprietaria del terreno dove sorge l’edificio. Calogera Gulotta racconta una memoria familiare fatta di lavoro, emigrazione e devozione. Il terreno apparteneva inizialmente ai baroni Oddo, poi venne acquistato dal nonno e dai suoi fratelli grazie ai risparmi inviati dall’America. La chiesa era già presente. Al suo interno un tempo si trovava un grande quadro raffigurante San Giovanni, poi sostituito da una piccola immagine e successivamente dalla statua realizzata negli anni Settanta, quando riprese anche la tradizione della processione. Ma il cuore della storia è soprattutto nella continuità della devozione.
Per generazioni la famiglia Gulotta ha mantenuto l’impegno di garantire la celebrazione della Messa, un gesto semplice ma fondamentale per mantenere vivo un luogo che rischiava di perdere la propria funzione comunitaria. Negli anni la festa si è arricchita di momenti di partecipazione popolare: la processione, la musica, i giochi tradizionali e, più recentemente, la preparazione del pane benedetto offerto ai presenti. Ancora una volta, come accade lungo tutto il percorso delle chiese rurali di Sambuca, il sacro incontra la dimensione della condivisione. A San Giovanni la fede non è soltanto custodita nelle pietre degli edifici religiosi, ma vive nelle storie delle famiglie, nelle tradizioni tramandate e nel rapporto profondo tra la comunità e il proprio paesaggio.

Dal Monte Pellegrino al Lago Arancio: la natura come luogo di incontro
Il viaggio tra le chiese rurali di Sambuca continua seguendo il paesaggio. Così come il Monte Pellegrino custodisce la grotta di Santa Rosalia e il rapporto tra Palermo e la sua patrona, anche il territorio sambucese trova nella natura il proprio spazio di raccoglimento. Il Lago Arancio, le colline, i boschi e le contrade diventano luoghi dove il paesaggio non è soltanto sfondo, ma parte integrante dell’esperienza spirituale. È proprio sulle rive del lago che si incontra un’altra importante tappa di questo percorso: la chiesa di Santa Maria del Lago, situata sul “Lungolago Winter Heaven” una piccola costruzione nata come presidio religioso e comunitario affacciato sull’acqua.
Qui l’acqua diventa elemento centrale del racconto. Il lago, nato come bacino artificiale ma ormai pienamente integrato nel paesaggio sambucese, è diventato negli anni un luogo di incontro, di sport, di contemplazione e di apertura verso l’esterno. Non è un caso che proprio sulle sue rive si sia sviluppato uno dei capitoli più importanti della storia recente di Sambuca: il legame con la città americana di Winter Haven, in Florida. Il gemellaggio tra le due comunità venne ufficializzato nel 1983, nato dalla comune passione per lo sci nautico. Entrambe le città, infatti, ospitarono in quegli anni competizioni internazionali di alto livello legate a questa disciplina, creando un ponte culturale e sportivo tra la Sicilia e gli Stati Uniti.

Un legame nato dall’acqua, elemento capace da sempre di avvicinare popoli e culture diverse. Il Lago Arancio, così come il Mediterraneo, racconta dunque una vocazione all’incontro: uno spazio dove le differenze non separano, ma diventano occasione di conoscenza. Questa apertura verso il mondo appartiene profondamente alla storia recente di Sambuca. Negli ultimi anni il borgo è diventato conosciuto a livello internazionale anche grazie al progetto delle Case a 1 euro, che ha richiamato nuovi abitanti, visitatori e investitori provenienti da diversi Paesi, trasformando il recupero del patrimonio edilizio in una possibilità di rinascita sociale e culturale. Una vocazione all’accoglienza che si inserisce nella più ampia identità mediterranea della Sicilia, terra di passaggi, incontri e contaminazioni. Il mare, il lago, la campagna: elementi diversi ma accomunati dalla capacità di unire.

La chiesa ferita dal fuoco e rinata grazie alla comunità
La storia recente della chiesa di Santa Maria del Lago è anche una storia di resilienza. Il 22 luglio 2016 un incendio doloso devastò ettari di macchia mediterranea sul Monte Arancio e coinvolse anche la piccola chiesa affacciata sull’invaso. Tra le immagini che più colpirono l’opinione pubblica vi fu quella del Cristo in croce rimasto sull’altare, salvato dalle fiamme ma profondamente segnato dal fuoco. Quell’immagine divenne simbolo di una ferita, ma anche di una possibilità di rinascita. Come raccontò l’architetto Giuseppe Cacioppo, oggi vicesindaco e assessore alla Cultura di Sambuca, la ricostruzione fu il frutto di una mobilitazione collettiva. Un comitato spontaneo guidato da Rossana D’Anna e Nicola Di Giovanna (attuale assessore ai Lavori Pubblici di Sambuca) promosse una raccolta fondi coinvolgendo cittadini, associazioni e attività imprenditoriali. Dopo quattro anni di impegno condiviso, nel luglio 2020, la chiesa venne restituita alla comunità con una celebrazione che rappresentò molto più di una semplice riapertura. Era il recupero di un luogo simbolico, un altro tassello di quella rete di piccole chiese rurali che continuano a custodire la memoria delle contrade sambucesi.

Castagnola: il rito greco-bizantino ai piedi del Monte Genuardo
L’ultima tappa dell’itinerario conduce verso nord, ai piedi del Monte Genuardo, nel territorio di Contessa Entellina, a pochi chilometri da Sambuca. Qui sorge il borgo rurale di Castagnola, dove si trova la cappella dedicata a Sant’Antonio Abate, appartenente alla tradizione della Chiesa italo-albanese dell’Eparchia di Piana degli Albanesi. La piccola chiesa, costruita circa sessant’anni fa dall’ERAS, rimase a lungo chiusa fino alla sua riapertura al culto negli anni Novanta e al successivo recupero concluso nel 2017 grazie all’impegno del diacono Luciano Aricò, dei volontari e della comunità. La cappella custodisce un patrimonio spirituale e culturale particolare: icone, arredi liturgici orientali e la celebrazione secondo il rito greco-bizantino, testimonianza della presenza arbëreshe che da oltre cinque secoli caratterizza Contessa Entellina. Qui la partecipazione religiosa si intreccia con il paesaggio. La Messa diventa anche occasione per vivere un luogo lontano dai rumori della città, ammirando il bosco, Monte Genuardo, le Rocche di Sambuca e, nelle giornate più limpide, il mare di Porto Palo di Menfi. Una passeggiata nella natura che diventa esperienza spirituale.

Un cammino nascosto nel cuore della Sicilia occidentale
Le chiese rurali di Sambuca non sono soltanto piccoli edifici religiosi. Sono archivi di memoria, luoghi dove sopravvivono racconti familiari, tradizioni popolari e una relazione antica tra uomo e paesaggio. La Balata, con Santa Rosalia e i suoi carrubi; Santa Maria del Lago, con l’acqua che guarda al mondo; San Giovanni, sospesa tra archeologia e devozione; Castagnola, ponte tra culture e riti diversi. Tutte insieme raccontano una Sicilia meno conosciuta, fatta di strade secondarie, comunità resilienti e luoghi dove la spiritualità nasce dalla natura. Come Palermo ritrova ogni anno la propria identità attraverso il cammino verso Santa Rosalia e il Monte Pellegrino, anche Sambuca potrebbe valorizzare questo patrimonio attraverso un nuovo percorso di turismo lento, religioso e culturale. Un itinerario delle chiese rurali capace di unire fede, storia e ambiente. Perché in questi luoghi il paesaggio non è soltanto ciò che si guarda. È ciò che accompagna il viaggio. È ciò che racconta chi siamo.








