PALERMO. I vicoli del centro storico di Palermo si preparano ad accogliere il carro della Santuzza lungo il cassaro, lasciando spazio a una luce nuova che accarezza i marmi consumati dal tempo. Le celebrazioni del Festino di Santa Rosalia numero 400+2 sono quasi giunte al termine, ma l’eco di una delle sue iniziative più straordinarie e intime continua a risuonare. Per la prima volta, infatti, il calendario diocesano ufficiale ha accolto “La Via di Rosalia”, un itinerario emozionale unico nel suo genere, nato tra le pieghe del laboratorio artistico-culturale della Caritas diocesana di Palermo. Non si è trattato di una semplice visita guidata, ma di un cammino di autentico riscatto in cui la storia di una Palermo nascosta, dimenticata e splendida, è stata narrata da voci inaspettate: quelle degli ospiti senza dimora del Centro San Carlo e Santa Rosalia, gestito dalla Cooperativa sociale La Panormitana, braccio operativo di Caritas Palermo, trasformatisi per l’occasione in eccezionali ciceroni di bellezza, in narratori di speranza.
L’idea, profonda nella sua apparente semplicità, affonda le radici proprio nel vissuto quotidiano di chi la strada la conosce fin troppo bene. Ce lo racconta con emozione don Sergio Ciresi, direttore della Caritas diocesana e parroco di Brancaccio, che ha visto nascere e fiorire questo progetto direttamente dalle intuizioni degli ospiti della struttura. In passato, quegli stessi angoli monumentali, quelle edicole votive incastonate nei muri scrostati dei rioni storici, venivano utilizzati dalle persone senza dimora come precari ripari per dormire durante la notte. Erano luoghi che destavano in loro una profonda curiosità, una silenziosa ammirazione mista a un senso di esclusione; monumenti che sfioravano ogni sera ma che sentivano di non poter “abitare” o visitare davvero. Da qui, la decisione di ribaltare completamente la prospettiva: non più fruitori invisibili della strada, ma protagonisti attivi del suo racconto. Dovevano essere loro, e nessun altro, a svelare quei tesori nascosti, guidando i cittadini e i turisti attraverso le arterie pulsanti della devozione palermitana.
Durante il percorso, la commozione si è fatta tangibile, quasi fisica. Gli sguardi dei visitatori si sono incrociati con quelli dei narratori in un passaggio di testimone emotivo che ha abbattuto ogni distanza sociale. Davanti a una delle edicole sacre, mentre la curiosità di scoprire la storia di quella edicola era viva negli occhi dei visitatori nell’osservare l’effigie della “Santuzza”, un narratore, Melchiorre, si è fermato, ha guardato la folla silenziosa e, quasi rapito dalla sacralità dell’istante, ha sussurrato con gli occhi lucidi: “Tutto questo è meraviglioso”. In quelle parole semplici non c’era solo lo stupore per l’arte, ma l’orgoglio di chi, per la prima volta, si sentiva custode e interprete della memoria storica della propria terra.

Poco più avanti, nel cuore pulsante dei quartieri palermitani, la voce ferma e appassionata di Tatiana, originaria della Romania, un’altra delle narratrici ospiti della struttura Caritas, ha rapito l’attenzione dei presenti. Tatiana ha preso per mano i visitatori e li ha condotti indietro nei secoli, svelando l’origine della più antica edicola votiva del percorso. Realizzata ben 400 anni fa, posta nel 1624 sul prospetto di un edifico, vicino all’oratorio di S. Stefano, in piazza Monte di Pietà, nel pieno fervore del primo miracolo di Santa Rosalia, questa antichissima edicola è sopravvissuta indenne alle ingiurie del tempo e persino alla furia distruttrice dei bombardamenti che devastarono Palermo durante il secondo conflitto mondiale. Nel racconto di Tatiana, la resistenza di quel piccolo pezzo di pietra e pittura è diventata la metafora perfetta delle vite degli stessi narratori: esistenze ferite, colpite dalle tempeste della vita, eppure tenacemente in piedi, capaci ancora di irradiare luce e speranza.
«Palermo è presa dai pregiudizi – ha affermato un visitatore visibilmente colpito lungo il cammino – ma se superassimo questi pregiudizi capiremmo che la città ci conserva un valore enorme, come queste edicole ricche di tradizione e cultura». La grandezza di questa iniziativa risiede proprio nella sua capacità di curare le ferite sociali attraverso la condivisione della cultura. “La Via di Rosalia” ha dimostrato che la bellezza non è un privilegio per pochi, ma uno strumento di inclusione potente, capace di restituire dignità e cittadinanza a chi troppo spesso viene confinato ai margini dello sguardo comune. Mentre il Festino 2026 si consegna agli archivi, la via tracciata dagli ospiti della Caritas resta aperta, come un invito permanente a guardare Palermo senza filtri, scoprendo dietro ogni angolo di pietra, e dietro ogni volto incrociato per strada, un patrimonio inestimabile da difendere e amare.








