PALERMO. La cura, le relazioni, l’abitare e il lavoro per accompagnare le persone senza dimora, con problematiche di salute mentale, in percorsi di autonomia di vita. È l’obiettivo del progetto “Re-Care salute: ricostruire cura e salute” – durato 4 anni – i cui risultati sono stati presentati oggi nell’aula magna della Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista”. Finanziato dalla Fondazione Con il Sud, Re-Care ha avuto come capofila la cooperativa La Panormitana. La rete ha coinvolto, inoltre, l’associazione Nahuel, il Centro Astalli di Palermo, la Città metropolitana e il Comune di Palermo, fio.PSD, la Fondazione San Giuseppe dei Falegnami, il Dipartimento di Scienze politiche e delle relazioni internazionali dell’Università di Palermo e l’Azienda sanitaria provinciale di Palermo.
Di “welfare responsabile, partecipazione, integrazione sociosanitaria nel contrasto alla grave marginalità adulta e presa in carico integrata” hanno parlato Giusi Tumminelli, Nadia Sabatino, Agnese Ciulla e Anna Provenzano.
Francesca e Salvatore, dalla strada a una vita autonoma
Francesca Turtura ha raccontato la sua storia di accoglienza. “Ho 50 anni e ho vissuto per la strada. Fortunatamente, sono stata accolta al Centro San Carlo dove, tra volontari e operatori, ho trovato la famiglia che, fin da piccola, mi è sempre mancata. Ora sto in una casa ma il pensiero va sempre a loro. Oggi faccio psicoterapia e ho una vita diversa”. “Ho avuto problemi di salute mentale che mi avevano fatto fermare – racconta pure Salvatore Ganci -. Pensavo di non uscirne fuori ma non è stato così. Ho ritrovato energie e risorse per cogliere alcune nuove opportunità. Nel 2021, dopo avere partecipato ad un tirocinio formativo al Centro San Carlo, mi si è aperto un mondo. Oggi, ho una mia autonomia di vita e frequento la facoltà di Scienze dell’educazione. Per il progetto, ho fatto il peer educator e, per adesso, lavoro al Polo Sampolo come educatore. Ho imparato che non bisogna mai abbattersi e che, con l’aiuto di persone che ti vogliono bene, si riesce a trovare il coraggio di uscire da una brutta situazione”.
Lorefice: “Pace come Più Amore, Cura ed Empatia”
“Proprio al centro di questo progetto ‘ricostruire cura e salute’, vorrei riconsegnare la parola pace – ha detto l’arcivescovo Corrado Lorefice -. È l’augurio che faccio a noi. Se assumiamo la parola pace, ogni lettera che la compone è come se fosse un programma di vita: PACE come Più Amore, Cura ed Empatia. Tutto questo stando lontani dalle diverse forme di individualismo e dalla logica del profitto che fanno raffreddare i nostri cuori. E se si raffreddano i cuori siamo tristi. Se il cuore si riscalda siamo capaci di gioire e ridare gioia a tanti”. “Occorre continuare a dare nuove opportunità di vita alle persone perché possano sentirsi dentro la società – ha detto l’assessore Mimma Calabrò -. Per questo, bisogna fare interventi integrati per prendersi cura in maniera ampia delle persone con fragilità che aspettano risposte sociali e sanitarie. I buoni risultati si raggiungono soltanto se siamo in grado di continuare a fare rete tra pubblico e privato sociale”.

Una responsabilità condivisa per costruire prossimità e legami
“Il territorio è la casa comune nella quale i problemi vengono ascoltati e affrontati – ha sottolineato Giusi Tumminelli, docente del dipartimento di Scienze politiche -. Il progetto ha permesso, con la co-progettazione, nuovi approcci e metodologie di risposta ai bisogni. Importante è stato tutto il lavoro di una rete che è diventata un soggetto attivo. Re-care è stata un’occasione per costruire prossimità, legami e alleanze. Il margine è uno spazio in cui abbiamo letto le politiche sociali. Il margine non è solamente uno spazio negativo ma è anche uno spazio positivo in cui si è sperimentata la resilienza e la resistenza. Al centro di tutto c’è stato il modello di una responsabilità condivisa che ha permesso la partecipazione attiva e proattiva delle persone beneficiarie per la costruzione di scenari futuri”.
Dalla co-progettazione alla co-programmazione dei servizi
“Oggi si sta rafforzando l’idea – ha detto in un suo passaggio Agnese Ciulla, referente di Fio.PSD – che è fondamentale fare una co – programmazione dei territori che va oltre la co-progettazione”. “Il dialogo tra pubblico e privato sociale, negli anni, è cresciuto, affinandosi sempre di più, per prendersi cura delle persone in difficoltà – ha aggiunto Anna Ponente, direttrice del Centro diaconale valdese La Noce -. Come terzo settore dobbiamo vigilare affinché il pubblico si occupi degli aspetti che sono di sua specifica competenza. In quest’ottica la co-programmazione è importante perchè è un cambiamento di paradigma culturale ma, soprattutto politico e di linguaggio, che va accompagnato”. “Questo progetto ci ha aiutato a superare le differenze che ci sono tra chi lavora in questo campo, superando tutte le diffidenze iniziali – ha continuato Giuseppe Mattina, segretario della Caritas di Palermo -. Per migliorare tutti gli interventi, auspichiamo che il mondo sociale e quello sanitario migliorino sempre di più il loro dialogo. Oggi non è più il tempo delle differenze ma è il tempo dei servizi integrati per la persona e dell’integrazione tra loro”.








