di Karim Syed, architetto*
Introduzione
Il tema dei cambiamenti climatici, con l’aumento delle temperature globali e la riduzione dei ghiacciai, in Italia e nel Mondo, con estati più lunghe in termini di durata, scarsità di piogge ed eventi estremi, inducono a una riflessione sulle nostre scelte future e di ciò che possiamo fare oggi.
Diminuire il consumo di suolo, progettare nuovi parchi urbani, pensare all’acqua come una risorsa e riconvertire edifici industriali abbandonati in spazi per la ricerca è una risposta che possiamo dare. L’architetto Karim Syed, all’interno del dottorato di ricerca in “Città, Territorio e Pianificazione Sostenibile” dell’Università di Malaga – Spagna, con i professori Luis Machuca Casares e Maria Josè Andrades Marques affronta il tema “Il Progetto urbano dello Stabilimento Akragas Montedison di Porto Empedocle” in una investigazione che, partendo dalla nascita dello stabilimento, ne racconta l’evoluzione e l’abbandono fino ad indicare delle possibili soluzioni per una futura riconversione ed utilizzo.
Le aree industriali, una volta dismesse o abbandonate, spesso creano dei vuoti urbani spesso problematici, a causa di questioni di sicurezza, di degrado ambientale e sociale. Investire nella loro riqualificazione significa trasformare un problema in un punto di forza e restituire al territorio nuovi spazi di valore.

Lo stabilimento Akragas S.p.A. sorge ad est dell’abitato di Porto Empedocle su un’area ottenuta nella maggior parte per imbonimento del mare con materiale da riporto. I lavori di edificazione vera e propria ebbero inizio negli anni 1953/55. La scelta del sito della consociata Akragas a Porto Empedocle, nelle strategie della Montecatini, rivestiva una eccezionale importanza perché consentiva al nuovo insediamento di produrre fertilizzanti impiegando materie prime del sottosuolo siciliano. Lo stabilimento entra in funzione nel 1955 e cessa la sua produzione nel 1984.
Il rapporto dello stabilimento con il mare e la città
Il complesso industriale realizzato nella metà degli anni Cinquanta dalla società Akragas con il gruppo Montedison, ha uno sviluppo di 115.000 mq. Circa. L’area ha una forma quasi rettangolare con uno sviluppo orizzontale est-ovest di km. 1,4 circa e nella direzione nord-sud di m. 240 circa. A seguito dei lavori del consorzio ASI si procedeva al riempimento dello spazio compreso tra la diga foranea e la strada statale 640.
Il risultato finale di questo nuovo spazio è quello di un’area abbandonata al degrado ed all’incuria che ha stravolto completamente il rapporto tra lo stabilimento industriale e della città con il fronte a mare. La forma del riempimento infatti ha alterato l’armonia della linea di costa e dell’area portuale. Per la posizione rispetto al centro urbano di Porto Empedocle e le sue caratteristiche, lo stabilimento costituisce una città a sé che non ha relazioni dirette con il centro urbano.



L’importanza di dare nuovo valore alle ex aree industriali
Le città nel tempo affrontano cambiamenti sociali ed economici, vedendo sempre crescere la necessità di ridisegnare o rigenerare l’esistente, così che possa essere attuale e adeguato alle necessità di oggi. Pensare che le città siano un qualcosa di immobile è impossibile, ciò che era perfetto ieri, diviene inutilizzabile domani. Un esempio interessante è quello che riguarda le ex aree industriali, la cui evoluzione e successiva dismissione è il risultato di una storia del territorio che si incrocia con quella economica e di impresa, dove un nuovo mondo richiede nuovi prodotti, quindi un nuovo modo di produrre e nuovi luoghi di produzione. Molto spesso le industrie sono strettamente legate al territorio in cui si trovano e ciò rende queste aree ancor più importanti e assolutamente meritevoli di poter vivere una seconda vita, ancor meglio se al servizio di quello stesso territorio. Quando una grande fabbrica viene dismessa si presenta un’occasione per trasformare quel luogo e dargli una nuova identità, così che possa offrire esperienze, servizi, spazi per il tempo libero o, perché no, nuove residenze. Il recupero delle aree dismesse può essere il centro di un dibattito variegato, che coinvolge tecnici, progettisti, amministrazioni, ma anche i cittadini stessi. Rigenerare un’ex area industriale significa rilanciare un’intera area, arricchire la città in cui si trova e dare nuovo valore al territorio.

Le aree industriali dismesse possono trasformarsi in ciò di cui ha bisogno il territorio in quel momento, grazie a bandi, piani e appositi strumenti urbanistici. Le soluzioni possono essere diverse, ad esempio di uso temporaneo degli spazi, che molto spesso dà vita a laboratori e incubatori di idee.
Un’alternativa altrettanto interessante è quella di non dimenticare la storia industriale di questi spazi e – anzi – valorizzarla, creando spazi museali e dedicati alla cultura.La soluzione giusta non esiste, ogni realtà è da studiare e approfondire, per la complessità che la contraddistingue.In merito ai soggetti promotori di questi progetti, possiamo individuare una prima soluzione che vede l’intervento gestito dalla pubblica amministrazione, che può contare su bandi, fondi e finanziamenti pubblici di diversa natura, con lo scopo di restituire questi spazi alla collettività.
Una seconda strada è quella che vede un soggetto privato impegnato con investimenti propri nel recupero di un’area; molto spesso ha più disponibilità economiche rispetto a un ente pubblico e studia eventuali progetti con un approccio imprenditoriale. Una collaborazione tra questi due soggetti è possibile e molto spesso sollecitata da un’associazione culturale, che promuove la riqualificazione e coinvolge sia player privati che pubblici.
*Dottorando di Ricerca in “Città, Territorio e Pianificazione Sostenibile” presso l’Università degli Studi di Malaga – Spagna








