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giovedì, 13 Giugno 2024
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“Io, Felicia”: quell’essere donna e madre di Peppino Impastato che ancora oggi ci insegna a vivere

Gli interventi del presidente della Commissione Regionale Antimafia, Antonello Cracolici e della dirigente scolastica dell'ICS Sperone-Pertini, Antonella Di Bartolo insieme all'autrice Mari Albanese durante la presentazione del libro (Navarra editore) alla Via dei Librai

Lilia Ricca
Lilia Ricca
Giornalista pubblicista, laureata in Comunicazione per le Culture e le Arti all'Università degli Studi di Palermo, con un master in Editoria e Produzione Musicale all'Università IULM di Milano. Si occupa di cultura, turismo e spettacoli per diverse testate online e da addetto stampa. Scrive di sociale per "Il Mediterraneo 24"
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PALERMO. Felicia Bartolotta era orgogliosamente diversa dalla famiglia Impastato. E qui emerge tutta la sua personalità. È diventata un simbolo suo malgrado. Ed è bene che rimanga tale. E ci insegna una cosa, alla luce della notizia di arresto per corruzione e peculato della dirigente scolastica dell’I.C.S. “Giovanni Falcone” del quartiere Zen.

Felicia Bartolotta in tutta la sua vita ha tenuto una posizione. L’ha tenuta con la sua famiglia di provenienza, ha rifiutato un matrimonio con un uomo che non amava e che non riconosceva come un compagno di vita. Ha tenuto la posizione nei confronti del marito di fronte a degli ovvi contrasti nella crescita di Giuseppe. Giuseppe Impastato. Tutti lo chiamiamo Peppino, il figlio di Felicia. Lei lo chiama sempre Giuseppe.

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“Chiamarlo Giuseppe, per dire, che noi spesso ci facciamo scudo di simboli e qualche volta diamo dei ruoli non richiesti, di cui non sempre siamo in grado di portarne la responsabilità e il peso. Dobbiamo tornare all’impegno di ciascuno nella quotidianità. L’impegno vero, quello che lavora con costanza, costruendo fiducia e consapevolezza. Anche dei propri diritti. Sul disagio, sul non riconoscimento dei diritti, sulla dipendenza anche economica oltre che culturale, la mafia banchetta”.

Interviene così Antonella Di Bartolo, dirigente scolastica all’ICS Sperone-Pertini in uno dei quartieri alla periferia di Palermo durante la presentazione del libro “Io, Felicia”, di Mari Albanese e Angelo Sicilia per Navarra editore alla Via dei Librai.

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A pochi giorni dalla Festa della Liberazione del 25 aprile e a qualche settimana dall’anniversario della morte di Peppino Impastato del 9 maggio ha un senso parlare di Felicia Bartolotta Impastato. Una donna così minuta e semplice, sempre vestita di nero, ma forte nell’animo: “Perchè in lei – prosegue il presidente della Commissione regionale Antimafia, Antonello Cracolicinon c’è il mantenimento di una tradizione ma un pugno in faccia alla società di Cinisi, e non solo”.

“Immagino la sfida contro tutto e tutti. Mi colpisce un passaggio del racconto quando durante una processione davanti casa di Felicia, lei quasi intimidita dal giudizio dei suoi concittadini, decide poi di affacciarsi piuttosto che starsene chiusa in casa. Felicia non aveva, magari, mai sfilato in un corteo antimafia. Anzi riteneva che bisognava sfidare la mafia con le modalità con cui ognuno può sfidare la cultura mafiosa”, prosegue Cracolici.

La genesi del libro

E lo fa all’indomani della morte di Peppino, con una frase molto importante: “Io non voglio vendetta ma voglio soltanto giustizia”. “Un altro esempio di donna che ha lottato contro la mafia facendo i nomi degli assassini di suo figlio è la mamma di Turiddu Carnevale, Francesca Serio. Sono figure emblematiche che danno speranza a questa terra se pensiamo alle donne di mafia che non riescono a ribellarsi neanche quando vedono uccisi i loro figli. Penso anche alle donne uccise dai loro mariti, dai loro fratelli, dai figli, perché si sono ribellate: Lea Garofalo o Rita Atria che ci racconta del coraggio al femminile”, spiega l’autrice Mari Albanese.

E continua così riguardo la genesi del libro: “Il libro nasce più o meno a vent’anni dalla scomparsa di Felicia Bartolotta Impastato. Le conversazioni registrate, molto private, intime, nascono dal rapporto che avevamo con “mamma Felicia”, così come la chiamavamo, che amavamo come una nonna. Il libro nasce dal bisogno di consegnare alle nuove generazioni questa storia, dal punto di vista della madre e non solo del figlio. Siamo abituati a sentire parlare di Felicia come la madre di Peppino. Leggendo il libro invece si scopre la figura di una donna nata nel 1916 che io amo definire una femminista ante litteram, degli anni ’40“.

Di Bartolo: “La caduta di un simbolo fa cocci da tutte le parti. Le schegge arrivano intorno”

Al di là dell’essere uomo o donna è importante che ognuno faccia il proprio dovere fino in fondo. La caduta di un simbolo fa cocci da tutte le parti. Le schegge arrivano intorno. La sensibilità al femminile nell’educazione di un bambino, di un ragazzo, incide forse ancora di più. Le madri capiscono che strade stanno prendendo i figli senza guardarli in faccia e senza seguirli fisicamente. Una sensibilizzazione sul ruolo della donna come madre penso che sia importante. Ma si può essere madre senza esserlo biologicamente. Felicia Impastato penso sia madre non biologica di tanti ragazzi e di tante ragazze e adesso adulti, come questo figlio trentenne che le è stato strappato”, continua Antonella Di Bartolo.

Cracolici: “Una memoria, quella di Peppino e di Felicia, che operi nel tempo in cui viviamo”

“Quando parlo di lotta all’indifferenza non è vero che la mafia è un problema che riguarda gli altri. Può riguardare ognuno di noi. Essere vittime dei loro traffici, come nello spaccio di sostanze stupefacenti, può riguardare ognuno di noi, ogni nostro figlio, che apparentemente vive in una famiglia tranquilla.

La presenza della mafia è talmente evidente come l’aria che respiriamo che può cambiare la vita in qualsiasi momento. Dobbiamo averne consapevolezza e rompere il muro dell’indifferenza. Dobbiamo cambiare l’aria. E questo lo può fare una rete organizzata della società, dove c’è solitudine ci sono rischi maggiori di devianza.

Occorre muoversi in maniera più organizzata nell’impegno civile. Oggi avverto l’esigenza che quel mondo d’impegno va organizzato, va reso meno solo e meno pioneristico, meno con attività di spontaneismo spesso non capace di fare sistema. Questo vale per la chiesa. Anche qui abbiamo il dovere di mobilitare le coscienze civili di tante persone che sono impegnate nella rete del volontariato, nell’impegno morale e spirituale. Far vivere tutto questo con la missione di costruire condizioni di avanzamento della cultura della legalità.

Sto per sottoscrivere un protocollo d’intesa con la Conferenza Episcopale Siciliana per realizzare nella nostra terra quelle che chiamo ‘caritas della legalità’ per coniugare solidarietà e impegno civile. Una memoria, quella di Peppino e di Felicia, che operi nel tempo in cui viviamo. Un insegnamento che ci obbliga ad essere sempre più moderni rispetto ad un fenomeno antico”, conclude il presidente della Commissione regionale Antimafia.

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