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sabato, 24 Gennaio 2026
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Zen, la voce dei residenti che reagiscono alla violenza: “La città e lo Stato tornino qui”

Dopo le nuove intimidazioni nel quartiere, le parole di alcuni residenti che non vogliono arrendersi alla criminalità

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PALERMO. «Qui non sentiamo la presenza dello Stato. E i mafiosi vengono addirittura acclamati». Il tono di voce dell’intervistato rivela una grande stanchezza, ma altrettanta voglia di denuncia. Quella che scegliamo per aprire il racconto del nostro viaggio tra i residenti dello Zen è una delle frasi che più colpiscono anche per il contenuto. Voci raccolte dopo l’ennesima escalation di violenza che ha riportato il quartiere sotto i riflettori della cronaca: nuovi spari contro la parrocchia, dopo quelli dei giorni scorsi, colpi d’arma da fuoco esplosi in strada, un autista dell’Amat costretto a fermare il bus con una pistola puntata addosso.

Voci che emergono con fatica, spesso protette dall’anonimato, perché allo Zen parlare è già un atto di coraggio. «La situazione è andata peggiorando – racconta un abitante cresciuto nel quartiere –. I primi furti d’auto aumentavano, il clima cambiava. Io mi sono salvato grazie alla mia famiglia, che mi ha sempre tenuto lontano da quello che mi accerchiava».

Il racconto restituisce, dunque, l’immagine di un territorio dove la presenza dello Stato è percepita come assente o intermittente. Eppure, andarsene non è un’opzione per tutti: «Il quartiere non si lascia, perché sarebbe come scappare». A preoccupare è soprattutto il cambiamento negli equilibri criminali e sociali. «Ci sono ragazzi ormai incontrollabili, non hanno paura di niente. Si sentono i potenti della situazione». La notte di Capodanno, raccontano, «qui allo Zen si è sempre sparato», ma oggi a crescere è «il senso di impunità, un’arroganza che prima non c’era».

Un clima che si traduce in paura diffusa: «Ci sono pure ragazzi che girano armati e lo pubblicano sui social – racconta una residente –. Si spaccia a ogni angolo e non si vede controllo. Sparano anche contro le finestre delle case. Non ho mai avuto paura come adesso: non è sicuro uscire da casa e nemmeno starci dentro».

Eppure, accanto allo sconforto, emerge anche un’altra faccia dello Zen. Un gruppo di residenti, riuniti in un appartamento, ha deciso di non restare in silenzio. Un comitato di quartiere è attivo. E il Terzo settore porta avanti diversi progetti. La parrocchia ospita occasioni di rigenerazione sociale. «Siamo stanchi di vivere in un ambiente fatto solo di droga, spari, macchine bruciate. C’è una parte del quartiere che si impegna contro la deriva». Una ribellione fragile, ma reale, che chiede più controlli, più presenza istituzionale, più sostegno alle forze dell’ordine.

Tra rassegnazione e resistenza, lo Zen appare oggi come un quartiere sospeso, «allo sbaraglio», secondo le parole dei suoi abitanti, ma non privo di risorse umane e civili. Già queste voci sono speranza per evitare che il senso di non ritorno diventi definitivo. «Abbiamo bisogno di sentire più forte la presenza della città e dello Stato che non è solo repressione. Abbiamo bisogno che tornino allo Zen».

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