di Antonio Fundarò
Ci sono libri che raccontano il passato e libri che, pur nascendo dal passato, riescono a interrogare con sorprendente forza il presente. “Lillo di Tunisia” di Enzo Coppola appartiene a questa seconda categoria. Lo si è compreso con particolare intensità ieri pomeriggio, al Castello dei Conti di Modica di Alcamo, durante una presentazione che ha progressivamente oltrepassato i confini dell’incontro letterario per diventare riflessione sulla memoria, sull’identità e sul Mediterraneo di ieri e di oggi.
Coppola parte da una storia profondamente radicata nella memoria familiare, ma non vi rimane prigioniero. Le quattro grandi stagioni che attraversano il volume, le quattro stagioni del padre e della sua famiglia, l’emigrazione, la guerra, la prigionia e il ritorno, diventano altrettante condizioni dell’uomo. Ed è proprio qui che il libro rivela la sua straordinaria contemporaneità. Perché ieri erano i siciliani a partire.
Erano uomini e donne che lasciavano una terra amata perché quella stessa terra non riusciva a garantire loro un futuro. Attraversavano il Mediterraneo portando con sé poche cose materiali e un patrimonio immenso di lingua, affetti, tradizioni, paure e speranze. Conoscevano lo sradicamento, la condizione dello straniero, la necessità di ricominciare altrove.
Oggi le rotte sono spesso invertite. È l’Italia, è la Sicilia, a essere terra verso la quale altri uomini e altre donne si dirigono. Cambiano i punti di partenza, le condizioni storiche e le ragioni dei viaggi, ma alcune domande rimangono drammaticamente riconoscibili: che cosa significa lasciare la propria terra? Che cosa si perde attraversando un confine? Quanto di noi continua ad appartenere al luogo dal quale siamo partiti? E soprattutto, dopo avere conosciuto lontananza, guerra e paura, è davvero possibile tornare?
È in questo continuo dialogo tra tempi differenti che “Lillo di Tunisia” acquista una dimensione che supera la ricostruzione familiare. Enzo Coppola riesce a stare dentro il tempo e oltre il tempo. Dentro, attraverso la precisione dei luoghi, dei gesti, delle parole, delle condizioni sociali e degli avvenimenti; oltre, perché il centro della narrazione rimane sempre l’essere umano.
C’è la paura, ma non c’è mai compiacimento nel dolore. C’è la povertà, ma non viene trasformata in pietismo. C’è la guerra, ma osservata soprattutto attraverso gli occhi di chi la storia non la decide e tuttavia è costretto a subirne le conseguenze. C’è la prigionia, che diventa interrogazione sulla libertà. E c’è il ritorno, forse il tema più sottile dell’intero percorso narrativo: perché tornare geograficamente in un luogo non significa necessariamente poter tornare alla persona che si era prima di partire.
Nella scrittura di Coppola emerge, inoltre, la formazione dell’architetto. Case, botteghe, cortili, strade, porti, Alcamo, la Sicilia e la Tunisia non sono semplici scenografie. Diventano luoghi dell’anima. L’architetto costruisce lo spazio, il narratore gli consegna una memoria. È così che la geografia del libro diventa progressivamente geografia interiore.
Accanto all’autore, in un momento particolarmente significativo anche sul piano familiare, erano presenti la moglie Piera e la figlia. Una presenza che ha reso ancora più evidente il legame tra la dimensione letteraria dell’opera e quella memoria degli affetti dalla quale il racconto prende origine per diventare, però, patrimonio del lettore.
A testimoniare l’attenzione delle istituzioni e del territorio è intervenuto Salvatore Messana, presidente del Consiglio comunale, che ha portato il saluto dell’intero Consiglio comunale della città. Presente anche Giovanni Lentini, sindaco di Castelvetrano e ospite di Enzo Coppola, che ha voluto condividere un appuntamento nel quale cultura e memoria si sono incontrate in una dimensione autenticamente civile.
Particolarmente significativa la presenza di Mario Barbara, già presidente della Provincia di Trapani e sindaco di Castellammare del Golfo, storico, letterato e uomo di cultura. Oltre novant’anni vissuti continuando a frequentare presentazioni, rassegne musicali, cinematografiche e teatrali, con una curiosità intellettuale rimasta intatta. La sua presenza ha rappresentato quasi un ulteriore filo tra le generazioni: la testimonianza di chi ha attraversato e contribuito a determinare una parte importante della storia culturale e istituzionale di questo territorio e continua ancora oggi a viverne pienamente il dibattito culturale.
La presentazione è diventata così un dialogo con Coppola intorno alle ragioni profonde della scrittura: il rapporto tra memoria privata e memoria collettiva, la trasformazione di Lillo da persona custodita negli affetti a personaggio letterario, il valore dei luoghi, la dignità delle persone comuni e la capacità della letteratura di sottrarre vite e parole alla seconda, definitiva scomparsa: quella dall’universo della memoria.
Perché questo, probabilmente, è uno dei risultati più importanti raggiunti da Enzo Coppola. Non avere scritto semplicemente il racconto di ciò che è stato, ma avere costruito un ponte attraverso il quale il passato possa continuare a parlare al presente.
E in un Mediterraneo nuovamente attraversato da partenze, approdi, guerre, fughe, speranze e paure, “Lillo di Tunisia” ci costringe a ricordare che le direzioni della storia possono cambiare molto più rapidamente di quanto immaginiamo. Ieri partivamo noi. Oggi vediamo altri arrivare. Domani le rotte potrebbero ancora mutare. Restano gli uomini. Resta il bisogno di una casa. Resta il dolore del distacco e la speranza del ritorno. Rimane quella domanda universale che percorre silenziosamente il libro di Coppola: quanto della terra che lasciamo continua a vivere dentro di noi, anche quando siamo ormai lontani?
È questa capacità di partire da Lillo per arrivare all’uomo, dalla famiglia alla storia, dalla Sicilia al Mediterraneo e dal Novecento alla nostra inquieta contemporaneità che fa di “Lillo di Tunisia” non soltanto un’opera della memoria, ma un libro capace di parlare al nostro tempo.








