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mercoledì, 26 Gennaio 2022
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Dal volontariato al servizio nella periferia: la vita di Anna rivolta all’impegno sociale

La sociologa dell'istituto Pedro Arrupe di Palermo racconta di sé e del suo impegno accanto a chi vive in condizioni di disagio: dallo ZEN a El Salvador, un lavoro di giustizia e di riscatto sociale a favore dei più deboli. Oggi, tra le sue attività, la formazione di giovani leader

Lilia Ricca
Giornalista pubblicista, laureata in Comunicazione per le Culture e le Arti all'Università degli Studi di Palermo, con un master in Editoria e Produzione Musicale all'Università IULM di Milano. Si occupa di cultura, turismo e spettacoli per diverse testate online e da addetto stampa. Scrive di sociale per "Il Mediterraneo 24"

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Si occupa del bene comune della città fin dalla giovinezza, con un percorso denso di significati che vanno daivalori familiari di solidarietà, al volontariato con i bambini, dagli studi universitari ai progetti nelle periferie di Palermo, dalle scuole del centro storico cittadino all’incarico di sociologa nell’Istituto “Pedro Arrupe” di Palermo. Anna Staropoli racconta di sé e del proprio impegno a Il Mediterraneo 24“Un destino probabilmente già segnato – commenta scherzosamente – considerato che dentro il mio cognome c’è la ‘polis’, quindi la città”.

I primi passi nel sociale

Anna Staropoli nasce a Palermo in una famiglia di cinque figli dove a lavorare è solo il padre. “Sono gemella – racconta – quindi dico di non essere mai stata sola. Nella mia esperienza ho capito che da soli non si va da nessuna parte, vi spiego il motivo. Nella mia famiglia già numerosa  vivevamo in un clima di attenzione verso le persone più fragili. Durante il Natale mia mamma invitava una famiglia con tanti bambini del quartiere Noce,di cui si prendeva cura durante l’anno. Per noi era una grande festa di solidarietà,  i regali si sorteggiavano in modo eguale per tutti i bambini. Ci riunivamo sempre in casa festeggiando con tante famiglie. A 15 anni, frequentavo un liceo classico statale  dove  avevamo  un gesuita come insegnante di religione che invitò  me e altri compagni a frequentare Casa Professa e a fare doposcuola ai bambini dell’Albergheria. Da lì ha inizio un’attività durata per anni”.

Questa esperienza mi ha aperto gli occhi. Il centro storico di Palermo, di oggi, non era quello di una volta. Non esistevano pub, non c’era aggregazione. Eravamo pochissimi i giovani che frequentavamo il centro storico. Cominciai ad entrare nelle case della gente. Questo mi ha permesso di nutrire una conoscenza molto forte del territorio. Da lì, le colonie estive. Ogni estate ci recavamo in montagna, nella zona di San Fratello, condividendo tutto, questo ha fatto sì che si creassero delle relazioni molto profonde, sia con i bambini che con le famiglie”.

L’impegno di Anna continua con il comitato di quartiere “Laboratorio Punto e a capo”, al Capo, degli stessi Gesuiti a cui era affidata allora la parrocchia di Sant’Ippolito. “Un movimento spontaneo – era il periodo di nascita dei centri sociali – che comincia ad occuparsi dei problemi del quartiere, del mercato e della possibilità di restaurare alcuni spazi. Non era ancora partito il Piano di risanamento del centro storico di Palermo”.

Ho iniziato, seppure giovanissima, a cogliere le ingiustizie diffuse in città e sentirne il peso. Ho iniziato a pensare e ho imparato che non si può essere felici da soli. È molto più alta la felicità che restituisce la possibilità di trovare insieme una vita buona per tutti”.

Gli anni universitari

“Decido di iscrivermi in Scienze Politiche, indirizzo politico sociale. Entro a far parte del movimento civico “Università per l’Uomo” promosso da alcuni padri gesuiti. Faccio una tesi sul centro storico di Palermo, dal titolo ‘La struttura partecipativa nel centro storico di Palermo’, portando l’esperienza del Capo e dell’Albergheria. Poi mi specializzo in ‘Sociologia sanitaria’, a Bologna. Frequento un Corso di perfezionamento e ricerca in “Metodologia della ricerca sociale” a Napoli e da lì inizia la mia attività di sociologa. Il Comune di Palermo fa una selezione a titoli per figure professionali, tra cui il sociologo. Vinco la selezione e vado a lavorare nel quartiere ZEN, nel primo servizio sociale territoriale del Comune “Progetto Z.E.N.”. Un servizio rivolto ai minori inseriti in un circuito penale, con alle spalle piccoli reati. Un numero, allora molto alto, nel quartiere. L’esperienza professionale diventa fortissima. Un cambiamento di vita, una svolta nel mio modo di vedere i quartieri, le periferie della città e capire che nulla è a caso, ma sempre frutto di scelte politiche che ne determinano le disuguaglianze e le ghettizzazioni,  era necessario rompere questo circolo vizioso della marginalità restituendo soggettività a chi vive ai margini sociali, riconoscere e ascoltare il loro grido di giustizia.

Dalla formazione delle donne alla periferia

“Un’esperienza che mi ha coinvolta tanto è stato il progetto ‘Antigone’. Ho lavorato alla  formazione di 30 donne del quartiere ZEN, come educatrici e  addette ai servizi all’infanzia. Erano tutte mamme o giovani donne, alcune solo con una licenza media. Formare 30 donne è stata una rivoluzione culturale . Il nostro motto era: ‘Chi forma una donna forma un popolo’. Abbiamo portato queste donne per uno stage estivo, a Bruxelles, per conoscere altri centri per l’infanzia. Ho ancora il ricordo dell’aeroporto di Punta Raisi dove ogni donna era stata accompagnata dalla propria famiglia e quasi tutto il quartiere era venuto a lasciarci. Per molte di loro era il primo viaggio e la prima volta sopra un aereo”.

Un’altra esperienza è quella del giornale di quartiere ‘La via dello ZEN’, con un gruppo di giovani, con cui ci siamo occupati di una campagna sull’acqua, perché questo bene arrivasse in modo regolare. Abbiamo risanato alcune insulae, e ristrutturato un padiglione allo ZEN 2 con alcuni giovani che lì abitavano e con una squadra di operai per rimbiancare  e migliorare il padiglione”.

Esperienza che oggi permette ad Anna una considerazione: “Una città non può essere cieca. Non basta lavorare su alcuni quartieri del centro, per poter decollare. Bisogna creare bellezza e sviluppo anche nelle periferie. L’investimento sul centro storico è stato importante ma adesso bisogna lavorare sui quartieri periferici perché, creando sinergia tra i diversi pezzi della città, è possibile creare sviluppo. Come ci ha insegnato questa pandemia, tutto è connesso e possiamo solo insieme costruire il futuro della città”.

L’esperienza di mediazione comunitaria dei conflitti (in collaborazione con l’U.O. Mediazioni e giustizia riparativa del Comune di Palermo , con il Centro diaconale “La Noce”- Istituto Valdese, l’Associazione Spondè, l’Istituto Don Calabria e l’Istituto Arrupe) all’interno del mercato dell’usato all’Albergheria e con un gruppo di donne nel quartiere Danisinni è stata per me la possibilità di scoprire l’approccio umanistico alla mediazione e alla giustizia riparativa che vede nel conflitto una possibilità di cambiamento se attraversato nelle sue emozioni profonde e trasformato in nuove forme di convivenza sociale.

Dalla Sicilia a El Salvador

Nella vita di Anna Staropoli, un’esperienza significativa all’estero, è stata nel 1991 in El Salvador, dove furono uccisi sei gesuiti nel 1989 per mano della dittatura militare. Circa dieci anni prima era stato ucciso il vescovo mons. Oscar Romero, mentre celebrava la messa. “Quello che mi ha colpito sono stati i colpi di mitraglia sui libri dei gesuiti uccisi oltre che nelle loro teste, perché il messaggio da parte dei loro uccisori  era di negazione della libertà di pensiero. Sono andata lì nel ’91, quando il Paese era ancora in guerra, a un anno dalla strage. Il compito assegnatoci era capire cosa stesse succedendo a quelle comunità perseguitate. Scopro allora cosa significava vivere in un paese in guerra senza diritti, avere paura di associarsi, esprimere liberamente i loro pensieri,  di associarsi. Ci si doveva nascondere per incontrarsi. Cosa significa essere inseguiti, fare perdere le proprie tracce, ascoltare le ONG perseguitate che si occupavano di diritti umani. Molti di loro avevano subito torture. Raccogliere questo materiale e portarlo in Italia nascondendolo tra la biancheria sporca o dentro le scarpe. Poi la responsabilità di raccontare quello che avevo visto. Abbiamo presentato questo materiale ad Amnesty International e alla Commissione dei Diritti Umani della Camera dei Deputati. Spesso non si ha conoscenza di quello che succede nel resto del mondo perché in Italia e in Occidente arriva una comunicazione distorta”.

“Una dittatura in Salvador non solo locale ma che aveva dietro l’Occidente, gli Stati Uniti, quello che non ti aspettavi, la convivenza degli interessi economici delle multinazionali che sfruttavano le risorse di caffè e di cacao, di quelle zone. Ho visitato in questi luoghi, quartieri dove la gente ce l’ha fatta, con comitati di base, donne attiviste, madri di tanti figli ma impegnate in una lotta continua, giorno dopo giorno, per difendere e tutelare i diritti di tutti. Mi ha insegnato tantissimo vedere queste organizzazioni non governative esporsi mettendo a rischio la propria vita pur di salvare, far conoscere e aiutare chi è in difficoltà”.

L’approdo al centro Arrupe e il concetto di “leadership diffusa”

 “Attraverso il mio lavoro allo Zen sono stata chiamata dall’Istituto di formazione politica Pedro Arrupe, a collaborare ad un master sulle politiche pubbliche, a partire dalle politiche ingiuste che avevo visto. Ripensare e formare dei giovani sulle politiche pubbliche insieme ad uno staff, tra cui l’antropologo Ferdinando Fava, l’allora direttore dell’Istituto Arrupe, padre Gianni Notari, il segretario generale dell’Istituto, Massimo Massaro. Negli ultimi tempi abbiamo pensato che non bastava più formare dei giovani leader appartenenti ad una elìte. Bisognava formare una leadership diffusa in tutti i territori – solo così è possibile fare crescere la città. Solo così, si possono far incontrare i tanti mondi e uscire dalla ghettizzazione in cui spesso ci chiudiamo. Giovani dei quartieri periferici con giovani universitari, giovani ricercatori e giovani che provengono da altri paesi o hanno scelto di vivere qui.

Il leader non è uno che ha tanti follower, ma è colui che ha fatto i conti con la propria originalità e diventa autore di qualcosa, per il bene di tutti, insieme ad altri. Una figura che aiuta altri ad essere leader perché non esiste un solo leader. Questo è un nuovo concetto di ‘leadership diffusa’, che ci sta portando a promuovere dei laboratori di cittadinanza creativa nei quartieri della nostra città”.

Al via il laboratorio di formazione per giovani leader su cittadinanza globale e creativa. Il 6 maggio inizia un percorso sperimentale, di formazione politica ad una leadership diffusa, attraverso focus group tematici che prevedono un periodo intensivo di 3 giornate, qui a Palermo, in presenza, a fine giugno. Rivolta a giovani provenienti da Palermo, Trapani, Messina e Catania. L’idea è creare un gruppo di giovani leader siciliani, di giovani stranieri che hanno deciso di vivere qui, alcuni di loro arrivati come minori stranieri non accompagnati, altri di seconda generazione, altri che sono giovani universitari e associazioni giovanili, supportati da una rete di enti del terzo settore che possono accompagnarli nel loro percorso. Ci vuole un patto tra generazioni. Ha partecipato un gruppo di Save the Children di Catania, Moltivolti per Palermo, Badiagrande per Trapani e Migrantes per Messina. Ci sono anche gli educatori di Giocherenda che ci aiuteranno come formatori, insieme ad altri. Ricostruiremo la geopolitica attraverso le testimonianze. Un altro focus sarà la rigenerazione urbana attraverso giovani impegnati in associazioni di cittadinanza attiva. Abbiamo coinvolto giovani laureati di Giurisprudenza che ci aiuteranno sugli strumenti di partecipazione, su come, ad esempio, si può organizzare una petizione. Strumenti semplici con cui il cittadino può intervenire. Un altro focus sarà la democratizzazione della cultura e un altro sull’economia circolare. La metodologia sarà quella che ci insegna Papa Francesco: “vedere, riflettere e agire”. Vedere significa avere i piedi per terra, con “i piedi nel fango e le mani nella carne dell’umanità, nelle ferite delle persone”. Ci sarà sempre un testimone di  un’esperienza. Valutare, riflettere, prendere posizione – in questo ci aiuterà qualcuno che ha fatto una riflessione scientifica o che ci passerà un pensiero, per poi agire. Sempre interverrà una buona pratica, perché è importante vedere che “si può fare”, che qualcuno l’ha già fatto. Se l’hanno fatto loro, possiamo farlo anche noi, ognuno con la propria creatività”.

Esiste la paura per Anna?

“Sono cresciuta sentendo forte questo grido di ingiustizia sociale e tutta la mia vita è stata un modo per rispondere: con i miei studi, con le mie scelte di vita. I miei figli sono cresciuti in questo contesto. Ho festeggiato il mio matrimonio in una casa-famiglia per giovani madre, con donne sole accanto a bimbi piccoli. Riguardo i miei figli: abbiamo festeggiato i riti pre-battesimali di Simona con i bimbi del quartiere Capo. Il rito pre-battesimale di Roberto a Santa Chiara all’Albergheria. Per Alice, abbiamo fatto una festa con le famiglie a  Santa Teresa del Bambin Gesù. Michele, mio marito, è stato con me in Salvador. Eravamo sposati da un anno. Abbiamo condiviso tanti anni di volontariato, l’ho conosciuto a 16 anni tra i vicoli dell’Albergheria. Passavamo i nostri sabati in quel quartiere”.

Da dove arriva il coraggio?

“Il coraggio viene dal contatto diretto con le persone. Don Milani diceva: “Bisogna fare strada ai poveri senza farsi strada”. Sento un’allergia davanti alla strumentalizzazione della povertà. Attenzione profonda, rispetto e ascolto. C’è una frase evangelica a cui sono affezionata: “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”. Avere la possibilità di vedere le potenzialità e sognare insieme agli altri, a chi è scartato da questa società che sarà la pietra d’angolo da dove ripartire per costruire un mondo più giusto. I miracoli sono quelli sociali: se stai dentro le cose, le accompagni e ci credi veramente, dove ognuno può mettere qualcosa, perché quella realtà poi si possa trasformare.

Abbiamo condiviso l’ultima sfida, con l’associazione Lievito dello ZEN promuovendo un progetto per la formazione, con borse di studio, di ragazzi del quartiere come “peer educator”. Ragazzi che formano altri giovani. Un progetto messo in piedi in poco tempo accanto ad un gruppo di cinque ragazzi del nord Italia venuti casualmente in south working. Chi meglio dei ragazzi di quartiere può occuparsi di sociale? Loro che hanno vissuto sulla propria pelle ogni tipo di disagio. Anche nelle situazioni difficili, scopri che le persone hanno il desiderio di trasformare la propria vita, migliorare, di creare buone pratiche. Scopri tante cose ma ci vogliono occhi per poter vedere il nuovo che sta nascendo e cuore libero per poter sognare insieme”.

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