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23 Gennaio 2022
Storie di vitaP. Sergio Natoli, le migrazioni, una tesi di dottorato e la sua vita come servizio

P. Sergio Natoli, le migrazioni, una tesi di dottorato e la sua vita come servizio

Il religioso impegnato prima nelle missioni all'estero. Poi, ha vissuto l'accompagnamento delle comunità migranti a Palermo

Stefano Edward Puvanendrarajah
Laureato in comunicazione pubblica d'impresa e pubblicità presso l'Università di Palermo, è attivista dei diritti umani con esperienze pregresse di rappresentanza politica e sociale della comunità tamil palermitana

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PALERMO. Padre Sergio Natoli, responsabile Migrantes Palermo e sacerdote dell’ordine dei missionari Oblati di Maria Immacolata (OMI), ha discusso la sua tesi di dottorato. Lo ha fatto alla Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia “S. Giovanni Evangelista” di Palermo. Il titolo è “l’immigrazione come Kairos – per una ricomprensione della cattolicità della chiesa particolare”. Uno studio che è frutto del suo percorso di vita che lo ha portato ad approfondire ulteriormente gli aspetti contemporanei del fenomeno migratorio e del ruolo della chiesa cattolica.

Lo studio, l’amicizia con don Pino Puglisi e l’impegno nel territorio

Dagli studi iniziati nella propria città natale, Patti, alla laurea specialistica conseguita a Roma in Teologia pastorale per poi proseguire il proprio impegno di spiritualità e di fede nel contesto giovanile assiema al beato don Pino Puglisi. “Ho frequentato l’università di Messina, laureandomi in Economia  e Commercio, poi ho deciso di seguire l’appello del Signore per annunciare il Vangelo a chi non lo conosceva – riferisce padre Sergio Natoli –. Successivamente partii per Roma, conseguendo la laurea specialistica in teologia pastorale. Mi sono interessato per molti anni dei giovani e di pastorale giovanile per poi trascorrere 10 anni qui a Palermo lavorando con don Pino Puglisi“.

Dopo questa esperienza intensa e proficua dal punto di vista umano e spirituale, vi è stato un percorso vissuto a 360 gradi nella gestione del servizio delle missioni all’estero che ha aperto le porte in riferimento alla “immersione culturale” delle diversità “Dopo queste esperienze, mi è stato chiesto di gestire il servizio delle missioni all’estero e ciò mi ha dato la possibilità di conoscere popoli, culture, espressioni di fede completamente diverse l’una dall’altra. Ebbi la fortuna di vivere una immersione culturale nei 5 continenti, in riferimento a molti paesi“.

Conclusa anche questa esperienza, padre Natoli mise alcune fondamenta nel multiculturalismo del quartiere Ballarò iniziando la pastorale con la comunità ghanese: “Successivamente ho ripreso questo servizio con i migranti valorizzato dalla competenza internazionale maturata nei 17 anni in cui ho girato il mondo“, riferisce Natoli.

Il significato sociale del servizio ai migranti

Nel raccontare il significato sociale e fraterno del servizio ai migranti, padre Sergio Natoli lascia trasparire un pò di emotitivà ricordando come questa attività abbia un ruolo di formazione e di empowerment del loro ruolo nella società: “Il servizio ai migranti non è vissuto nel rapporto con i migranti vedendo essi come destinatari nel servizio pastorale, bensì come persone che camminano lungo la strada della vita. Io cerco di fare un tratto di strada con loro per aiutarli non tanto a essere persone passive ma persone attive, protagoniste nella costruzione di una città plurale per quelli che decidono di vivere e di stare qui a Palermo“. 

Soggetti attivi come collaboratori, non destinatari. Parole che creano una combinazione tra la bidirezionalità del dialogo nella chiesa cattolica e il vissuto dei migranti: “Il mondo dei migranti va interpretato non unicamente come destinatari ma piuttosto come collaboratori di Cristo Gesù, come dice san Paolo,nell’ottica della missione che come battezzati tutti quanti siamo portati a vivere e a portare avanti. Il mio cammino pastorale si è mosso su questo binario. Lasciandomi illuminare continuamente dal cammino che lo Spirito Santo fa nella chiesa, che è un cammino di grande novità, perché – come dice il Concilio – lo Spirito Santo guida e governa il corso dei secoli. Quindi non siamo noi a guidare il percorso dei migranti ma noi assieme a loro dobbiamo scoprire e capire come Dio attraverso il suo spirito guida e cammina il popolo dei migranti, assieme al popolo dei nativi e tutti nell’insieme formiamo il popolo di Dio“.

Il percorso di un dialogo interreligioso in costruzione

Il percorso del dialogo interreligioso risulta un work in progress in salita tra difficoltà e necessità di impegno costante per far sì che si creino dei punti di incontro tra le varie comunità: “Le diversità culturali che si manifestano attraverso le diverse dimensioni religiose sono ancora bloccate nelle identità specifiche di ogni gruppo culturale. Le esperienze che abbiamo iniziato sono esperienze iniziali e profetiche. C’è ancora un lungo percorso da fare. Ci sono dei momenti che in questa fase sono ancora di stampo occasionale ma da qui ad arrivare a far sì che ci sia una relazione intercomunitaria, interpersonale, costante con cui si possono costruire dimensioni della vita insieme c’è ancora tanta strada da fare!“.

La chiave per poter progressivamente agevolare il dialogo oltre le diversità è stata l’organizzazione della “festa dei popoli”: “Avevamo iniziato parecchi anni fa con la festa dei popoli – riferisce Natoli – che era un momento di aggregazione molto importante dove la dimensione della celebrazione liturgica non era presente se non in modo molto marginale. L’obiettivo era riuscire a unire comunità etniche differenti attorno all’arte, alla musica, alla cucina, allo sport e attorno alla solidarietà perché avevamo fatto delle iniziative a sostegno dei popoli del sud del mondo: l’abbiamo fatto a favore dello Sri Lanka, delle Mauritius, del Senegal a cui partecipavano tutti i popoli oltre le diversità di ognuno“.

Contemporaneità e multiculturalità: il ruolo della Chiesa cattolica nella tesi di p. Sergio Natoli

Lo studio della tesi di dottorato di padre Sergio Natoli, con relatori i professori Ina Siviglia e don Vito Impellizzeri, verte sul binomio migranti-chiesa cattolica: “Il mio studio di teologia è stato frutto della correlazione constante e continua tra il leggere in che modo Dio guida il suo popolo e quindi prendere quelli che sono definiti i segni dei tempi. Il movimento migratorio è stato definito come un Kairos, un momento opportuno in cui Dio, attraverso i migranti, guida e illumina anche il suo popolo e l’intreccio con il Magistero della Chiesa cattolica” spiega Natoli. Che indica il senso del suo lavoro: “Il più delle volte quando si parla della Cattolicità si intende con la completezza del messaggio del Vangelo, cioè il Vangelo è per tutti i popoli, per tutte le culture, per tutte le latitudini e longitudini. Oggi queste genti si radunano insieme nello stesso territorio, quindi la dimensione della Cattolicità non è solo in una dimensione di estensione del Vangelo verso il mondo ma anche il contrario. Cioè esso viene accolto e ricevuto dai popoli ed è portato all’interno di un unico territorio, di una Chiesa locale per cui la Cattolicità della diocesi, della Chiesa locale si rende visibile e maggiormente comprensibile attraverso l’apporto, il servizio e la presenza dei migranti. Sono essi con la loro diversità culturale e con la loro diversità di espressione dell’unica fede che fanno trarre all’intero popolo di Dio di essere Cattolici non nel senso di appartenenza prettamente burocratica, ovvero di avere nel certificato l’attestazione di appartenere alla chiesa cattolica romana, bensì come afferma il Concilio che la Chiesa cattolica  è l’icona della trinità – l’unità della fede -: un solo Signore, un solo Spirito, un solo Battesimo si esprime attraverso le diversità culturali. Tutto questo – conclude p. Sergio Natoli – io l’ho voluto esprimere attraverso questa ricerca che è un contributo oltre la prassi pastorale nel servizio concreto nel camminare con i migranti, un contributo che ho voluto dare anche alla riflessione della teologia pastorale all’interno della facoltà teologica“.

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