HomeStorieGiovanna, Pirandello e il dono del tempo: la professoressa che scelse i suoi ragazzi fino all’ultimo

Giovanna, Pirandello e il dono del tempo: la professoressa che scelse i suoi ragazzi fino all’ultimo

A quasi due mesi dalla morte della docente del liceo Vittorio Emanuele II di Palermo emerge la testimonianza di una donna che, pur consapevole dell’aggravarsi della malattia, continuò a insegnare, a servire gli ultimi e a spendere ogni giorno come un dono. Fino all’ultima lezione

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PALERMO. Le cronache l’hanno raccontata come la professoressa morta per un malore durante una lezione, davanti ai suoi studenti. Una notizia che il 15 aprile scorso ha fatto il giro d’Italia e che ha lasciato sgomenta Palermo. Ma, a quasi due mesi da quel giorno, emerge una storia che racconta molto di più di una morte improvvisa. Giovanna Somma sapeva. Sapeva che quel cuore che quasi trent’anni prima era stato salvato da un delicato intervento stava lentamente consumando le sue ultime energie. Sapeva che la malattia si era aggravata e che non c’erano più margini per un nuovo intervento. Avrebbe potuto fermarsi. Avrebbe potuto lasciare la scuola, concedersi il riposo, custodire per sé il tempo che le restava. Scelse altro. Scelse i suoi ragazzi.

Ogni mattina continuò a varcare il portone del liceo classico Vittorio Emanuele II, lo stesso che da ragazza aveva frequentato brillantemente e nel quale era tornata da insegnante oltre vent’anni fa. Continuò a spiegare il suo amato Pirandello, a far dialogare il latino con la musica, i libri con la vita. Continuò a sorridere. A regalare tempo. Ad ascoltare. In silenzio. Perché l’insegnamento, per lei, non era un mestiere. Era una forma d’amore.

Chi l’ha conosciuta racconta di una donna minuta, capace di appassionarsi alle piccole cose. Diplomata in pianoforte, amante dei cori, del teatro e dei gatti, qualche volta entrava in classe con una maglietta di Gatto Silvestro e una scritta che faceva sorridere gli studenti: «Gattocomunisti sempre». Ma dietro quell’ironia c’era soprattutto una straordinaria capacità di prendersi cura degli altri. Negli ultimi anni aveva trovato nella Comunità di Sant’Egidio un’altra aula e coinvolgeva alcuni studenti nelle attività di volontariato per gli ultimi della città.

La prof. Giovanna Somma durante un concerto del coro Elaia

È una testimonianza luminosa quella che ci ha lasciato. E hanno toccato il cuore di tanti, durante i funerali in Cattedrale, le lacrime degli alunni, i loro interventi commossi all’altare, quella bara portata a spalla verso il liceo. Pur sotto shock, hanno inserito uno splendido messaggio sulla pagina Facebook del Vittorio Emanuele II: “Si dice che gli angeli ci passino accanto senza farsi vedere, piano piano ci sfiorano e la loro carezza ravviva il calore che abbiamo nel cuore. A volte succede che un angelo invece di sfiorarci soltanto ci attraversi la vita, colmando il nostro tempo di parole, pensieri, immagini, sogni, cose fatte insieme, cose ancora tante da fare. Così la professoressa Giovanna Somma ci ha attraversato la vita. Con lei ognuno e ognuna di noi ha condiviso il sorriso, la speranza, l’amore incondizionato per la scuola, per la bellezza, per il prossimo“.

La passione per l’insegnamento e per Pirandello in particolare, il calore, l’empatia con gli alunni ma anche qualche umanissimo difetto (“gli atavici ritardi” che la contraddistinguevano sin da giovane liceale…) sono stati al centro dell’omelia ai funerali di don Francesco Machì, amico e pure docente al Vittorio Emanuele II: “Insegnare Pirandello significa educare i giovani a non accontentarsi delle apparenze. Giovanna ha insegnato ai suoi studenti a guardare “oltre”, a cercare la verità dietro la forma. Essere insegnante è stato per lei un modo per “strappare lo strappo nel cielo di carta”, come si dice ne Il fu Mattia Pascal. Ha aiutato generazioni di studenti a capire che la realtà è più profonda di ciò che appare. Questo è un atto di amore profondo: mostrare agli altri che la vita ha un senso, anche quando sembra un labirinto di specchi che talvolta deformano perfino la realtà“.

Tra i tanti ricordi, va sottolineato il riconoscimento subito tributato alla memoria della professoressa l’8 maggio nell’ambito delle Benemerenze Rotariane per l’anno 2025-26, manifestazione promossa dal Rotary Club Palermo Montepellegrino in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale. La motivazione: “Per l’impegno costante e la grande sensibilità affettivo-didattica dimostrata negli anni d’insegnamento e per l’impegno profuso a favore della crescita delle studentesse e degli studenti”. Inoltre il 20 maggio è stato dedicato alla memoria della prof. Somma (lei faceva parte della giuria negli anni passati) il concorso studentesco “Poeticamente giovani. Sul Cassaro la poesia”, promosso dalla Rete Al Qsar che riunisce gli istituti che gravitano sul Cassaro. Toccanti le testimonianze su di lei di un gruppo di studenti riuniti sul palco del Teatro Politeama. Tra le tante attività intraprese al liceo una fra tutte: gli studi pirandelliani culminati con l’affissione di una targa al liceo per ricordare che il grande scrittore è stato pure lui alunno del Vittorio Emanuele II. Sui social altri hanno ricordato che era attiva anche in battaglie sociali, contro la violenza sulle donne, e di averla incontrata esattamente un anno fa in piazza a Palermo per la Palestina. Oppure di averla vista lo scorso Natale mentre serviva con un sorriso il pranzo dei poveri organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio. Aveva una fede discreta, mai esibita né sbandierata, ma profonda.

Dietro tutto ciò, c’è un esempio di resilienza che emerge da una circostanza che ha segnato la vita della professoressa. Come accennato al’inizio, appena trentenne era stata colta da una crisi cardiaca che aveva rivelato un problema all’aorta. Operata e salvata con difficoltà dai medici, nonostante tutto aveva proseguito e perseguito la sua vocazione di insegnante, sentita già da ragazza (qui occorre ricordare i professori Brighina e Franchina del corso A degli anni ’80 che per lei sono stati maestri e punti di riferimento). Purtroppo negli ultimi anni la malattia non ha dato tregua alla professoressa Somma in un contesto ormai non più operabile.  Poteva mettersi a riposo per le condizioni di salute e invece ha scelto di stare in cattedra fino all’ultimo, fino all’ultima goccia delle sue forze.

La domenica pomeriggio la professoressa frequentava le messe di don Cosimo Scordato alla Chiesa dei Santi Pietro e Paolo (in via Bentivegna). Proprio il giorno prima di morire, aveva chiesto un appuntamento al sacerdote. Si trattò di un colloquio in cui la professoressa si disse preoccupata dei problemi di un familiare molto caro e dopo il quale si era “rasserenata”. Non spendeva il poco tempo rimasto per sé ma per gli altri. “Per un’insegnante che ci crede davvero nel suo lavoro – ricorda e commenta don Scordato – è una bella morte morire in questo modo, sulla cattedra e con gli alunni. E’ come per un sacerdote morire dicendo messa“.

Tra gli elementi che hanno colpito la pubblica opinione dopo la scomparsa, c’è stata anche la diffusione della foto con la lavagna sulla quale era riportata l’ultima frase che la professoressa aveva scritto col gesso: “Il vento soffia sul viso e ti ruba (un) (il) sorriso“. Si tratta di un verso della canzone “A mano a mano” di Riccardo Cocciante poi portata a un successo ancora maggiore da Rino Gaetano. È lo stesso verso trascritto dagli alunni in uno striscione appeso sulla facciata del liceo per i funerali.

Perché Giovanna Somma lo aveva scritto alla lavagna? Indossare una maschera, spiegava Pirandello, ci toglie IL sorriso, ci impedisce di essere davvero noi stessi per tutta la vita, se non riusciamo a liberarci dalle convenzioni e dalle imposizioni. Nella canzone (dove si parla di un amore che va in frantumi ma – forse – alla fine ritorna) il vento che soffia sul viso sono le avversità e il dolore che la vita ci riserva. Occorre fare in modo, con coraggio, seguendo la propria vocazione, che il vento ci rubi UN sorriso ma non IL sorriso. Quel sorriso che la professoressa Somma aveva sul volto quando entrava in classe.

Era un verso da lei molto amato. E raccontava la sua stessa vita. Perché il vento della malattia aveva provato a piegarla fin da giovane. Ma non le ha tolto il desiderio di donarsi. Non la gioia di insegnare. E così, guardando oggi a quella cattedra rimasta vuota, la sua morte appare sotto una luce diversa. Non soltanto una tragedia. Ma l’ultimo gesto d’amore di una donna che, sapendo che il tempo si stava accorciando, ha deciso di spenderlo tutto. Per gli altri.

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