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martedì, 25 Giugno 2024
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Di Bartolo: “Dieci anni di amore e impegno come preside allo Sperone. E quel che ancora c’è da fare”

L'omicidio di Don Pino Puglisi, di cui quest'anno ricorrono i 30 anni dalla scomparsa, ha lasciato un segno profondo nella vita della dirigente dell'ICS "Sperone-Pertini" di Palermo, che si racconta a cuore aperto al nostro giornale

Lilia Ricca
Lilia Ricca
Giornalista pubblicista, laureata in Comunicazione per le Culture e le Arti all'Università degli Studi di Palermo, con un master in Editoria e Produzione Musicale all'Università IULM di Milano. Si occupa di cultura, turismo e spettacoli per diverse testate online e da addetto stampa. Scrive di sociale per "Il Mediterraneo 24"
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PALERMO. “Di Don Pino Puglisi si parlava tanto a casa”. Sacerdote ucciso dalla mafia, il 15 settembre del ’93, di cui quest’anno ricorrono i trent’anni dalla scomparsa. “La sua morte e prima quella dei giudici Falcone e Borsellino, le guerre di mafia degli anni ’80 sulle strade di Palermo hanno lasciato un segno nella mia vita umana e professionale guidandomi a 43 anni nella scelta di dirigere l’Istituto Comprensivo ‘Sperone-Pertini in uno dei quartieri più difficili della città.

“Una bussola, quella della legalità, una luce che ha segnato il mio destino e ancora oggi mi guida. È quel vento a poppa che non si può fermare”. Antonella Di Bartolo descrive in modo poetico i suoi 10 anni come preside e il suo racconto dello ‘Sperone-Pertini’, che si intreccia con la vita del quartiere è un romanzo a lieto fine.

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Tutto inizia quell’1°settembre 2013 quando la preside Di Bartolo mette piede a scuola. Si accorge subito che di normale, quella scuola, non aveva niente. Quella scuola non coincideva affatto con i manuali del concorso che aveva studiato per diventare preside. “Vetri rotti e assenza di certificazioni sulla sicurezza – racconta Di Bartolo – al posto delle porte dei bagni c’erano lavagne.

E ancora, sterpaglie nel giardino e il citofono incendiato, non c’erano le plafoniere. In un’ala del plesso non si poteva entrare per i residui dell’incendio del luglio precedente. Il plesso Pertini era un disastro. Il primo piano sembrava il Bronx, con resti di falò e di altre attività. Senza finestre nè vetri. Un ammaloramento che aveva colpito tutta la Scuola. Sul piano finanziario e contabile. E con una dispersione scolastica del 27%, cosa che, come insegnante, prima d’ora, non sapevo cosa fosse. Pensavo avessero sbagliato i calcoli.

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La tentazione era quella di andar via. Da un lato vestivo i panni della dirigente mettendo in atto delle cose che guardando indietro mi danno molta tenerezza. Venni qua con il tubino blu e le scarpe col tacco pensando alla borsa da abbinare. Questa cosa, adesso, mi sembra una follia. Provavo forse a recitare un ruolo in cui ancora non ero entrata. Poi, salendo in macchina e andando verso casa, tra le lacrime pensavo di andar via.

‘Vado a fare l’acchianata a Santa Rosalia’, che per i palermitani è segno di una grazia chiesta o ricevuta, è il modo in cui mi salutò il preside che mi aveva preceduta. Lui aveva ricevuto la grazia di andar via da quella scuola. La testardaggine e l’incoscienza, il buon senso e lo studio, non volevo fallire, era l’anno di prova come preside. E quel vento a poppa che non mi lasciava, mi spinsero a continuare”. Fino all’alleanza fra tre donne e alla sfida di non chiudere per sempre il Pertini.

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L’asilo nido demolito nel 2019

“Tre donne. Ebbi la fortuna di intercettare lo sguardo e la frase di Kelia Modica, la mia vicepreside, che mi disse: ‘Preside, ce la faremo’. A lei unii Loredana Maniscalco iniziando il nuovo corso della DSGA nella Segreteria. Un lavoro sfiancante, senza sosta, fino alle 3 di notte per mettere a posto tutti gli atti quotidiani di una scuola normale. I bilanci non erano approvati. Un lavoro forsennato. L’adrenalina più ce n’era e più ti veniva.”

Interno dell’asilo nido demolito poi nel 2019

Giunge la telefonata dall’assessorato comunale di competenza: “Cosa ne facciamo del Pertini? Il quartiere questa scuola non la vuole. La chiudiamo?”. Proponendo di cederla alle associazioni o alla delegazione di quartiere. “Rifondiamola dalla scuola dell’infanzia per creare quella fidelizzazione, quel circolo virtuoso, di cui il quartiere ha bisogno. Il diritto allo studio invece del dovere. I diritti resi possibili e concreti per far crescere la consapevolezza nei cittadini. Questa è comunità”.

Tanti bambini per la strada e alle fermate degli autobus. I bambini c’erano ma non avevano i servizi. “Ci siamo salutate con una promessa folle: se avessi portato 50 domande d’iscrizione per una scuola materna, che però non c’era, lei si sarebbe impegnata a ristrutturare un’ala dell’edificio che poteva accoglierla. Avevo tempo, un mese. Camminavo con i moduli in bianco per la strada, porta a porta, lasciando anche dei biglietti nella buca delle lettere”. Ci vollero due anni per chiudere le pagine precedenti dimostrando al Ministero e agli insegnanti che una gestione antica si era appena chiusa e una nuova stava già per nascere.

Turisti allo Sperone davanti il murale “Sangu e latti”

Cosa ancora si può fare? “C’è una forza che io ravviso nelle donne del quartiere che anche se sperimentano difficoltà o qualche errore di percorso credono comunque che qualcosa può cambiare. La loro vita può cambiare. E quella dei loro figli. Sono donne che credono nella scuola come strumento di emancipazione sociale, economica e culturale. Credo che i servizi per la prima infanzia siano un tassello fondamentale per l’autodeterminazione delle donne, nei processi di liberazione da dinamiche in cui non si sentono riconosciute. Processi anche di dipendenza economica e affettiva. La voglia di mettersi in gioco e prendere un titolo di studio. Senza autonomia economica e di pensiero, data dai servizi, non c’è emancipazione.

Inaugurazione del murale delle Medianeras allo Sperone

Quello che vorremmo, la Scuola è il megafono del quartiere, è la presenza maggiore delle Istituzioni a qualsiasi livello. Il 19 febbraio 2019, l’abbattimento di un vecchio asilo divenuto ‘crack house’, tra gli applausi della gente e la presenza delle Autorità. Inizia una progettazione per un piano esecutivo di un nuovo asilo nido e di un’area per il tempo libero tutta intorno che non è mai stata realizzata. Il desiderio di un quartiere, il sogno dei bambini, una promessa che non è mai stata realizzata. Qui c’è tanta gente che se ne prenderebbe cura come già succede per la Scuola. Ci sono tantissimi bambini 0-3 anni e non c’è un asilo nido comunale. Avevamo anche trattato i dettagli di come dovevano essere le altalene.

Poi, il centro di servizi sociali con un anfiteatro, che prima ospitava ambulatori e servizi sanitari. Gli abitanti intorno si affacciano su un posto divenuto una nuova crack house. Una struttura che fu chiusa e mai più riaperta nel 2004 per una banalissima infiltrazione d’acqua. Non può e non deve più mancare l’asilo nido. Un’ala di un edificio della scuola primaria del plesso Randazzo, che ospitava la casa del custode, in questo momento è inutilizzata. Un micro-asilo nido, qui, potrebbe essere attivato ma sarebbe necessario un investimento da parte del Comune di Palermo.”

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