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Igor Scalisi Palminteri: la mano che dipinge la vita (e la morte) di Palermo

Lo street artist che ha realizzato noti murales a Palermo si racconta: dal progetto che unisce lo Sperone al 167 di Lecce alla nuova vita auspicata per il capoluogo siciliano

Igor Scalisi Palminteri: la mano che dipinge la vita (e la morte) di Palermo

PALERMO. Chi a Palermo non ha mai visto i murales di sant’Erasmo, di santa Rosalia, di san Benedetto, della mamma che allatta, del bimbo allo Sperone (solo per citarne alcuni) e non ne è rimasto estasiato?
Forse non tutti sanno di chi sia la mano che li ha disegnati e quale sia la storia di quest’uomo: Igor Scalisi Palminteri.

Da frate a padre di famiglia

Palermitano, 48 anni, papà di una bimba di 6 anni, street artist autore di gran parte dei murales presenti a Palermo. La sua è una creatività che attinge anche alla spiritualità intesa come “ricerca del sacro”, come “tentativo di guardare oltre le cose, gli oggetti, i fatti, i paesaggi”, frutto dei sette anni di gioventù vissuti da frate cappuccino in vari conventi della Sicilia.
Tanto ha fatto e altro sta ancora facendo: le sue opere ancora in corso di realizzazione sono, tra l’altro, gli arredi sacri della chiesa del Cuore Immacolato di Maria, del Villaggio Mosè di Agrigento.

Sperone 167: il progetto che riunisce le periferie, da Palermo a Lecce

L’altro progetto in corso è quello che vede Igor in partnership con lo street artist salentino Chekos. Ha ricevuto l’endorsement di diversi artisti: da Salvo Piparo a Brunori Sas, da La Rappresentante di lista a Roy Paci. Si tratta di Sperone 167.

L’idea nasce dal tentativo dei due artisti di prendersi cura dei luoghi più fragili di Palermo e Lecce, ovvero dei quartieri popolari dello Sperone e del 167, ma anche delle cose e, soprattutto, delle persone che vivono quei luoghi. I due artisti lo faranno con la pittura, ben coscienti del fatto che, solo con questa, non potranno cambiare nulla: aspirano, infatti, a un coinvolgimento di tutti gli attori che lavorano nelle periferie: parrocchie, scuole, amministrazioni, associazioni, attività commerciali, che hanno tutti e tutte il dovere di occuparsi degli spazi urbani.

Il murales di San Benedetto il Moro all’Albergheria (Ph. Giuseppe Madonia)

Il messaggio di questi due artisti vuol essere quello che solo nella misura in cui tutte le componenti della comunità umana cooperano per uno stesso fine, ciascuno nel proprio ruolo, le cose possono cambiare. Il progetto nasce dal basso ed è sostenuto da un crowdfounding, con cui sono la società civile e alcuni sponsor a sostenere il progetto.

La Santa Morte: arte per denunciare…

Quando si chiede a Igor quale sia la sua opera preferita, quella a cui è sentimentalmente più legato, lui da subito premette che questa cambia di tanto in tanto. Quella del momento è La Santa Morte, il dipinto su una vecchia porta in legno in piazza Garraffello, al centro del mercato storico della Vucciria a Palermo. Igor l’ha dipinta nel 2018, nel corso di mostra d’arte spontanea organizzata dagli artisti Linda Sofia Randazzo e Antonino Gaeta per far uscire dal degrado il vicolo della Morte, che si affaccia sulla piazza. È stata la prima opera che Igor ha dipinto da solo, senza i bambini che di solito lo coadiuvano. Rivisitando l’iconografia bizantina del Cristo benedicente, lo raffigura con il volto di un teschio, il cui marciume si scontra impietosamente con gli abiti e i vestiti del mondo aureo.

Igor la dipinge perché sente che quel territorio sta morendo e raffigurare quel Cristo morto e, al tempo stesso, benedicente è per lui un rito propiziatorio, quasi un esorcismo. Ed oggi si sente legato a quest’opera perché sente che Palermo, la sua città, sta morendo. Igor dà all’opera due significati: quello del legame con la tradizione siciliana della festa dei morti, che significa anche coltivazione della memoria storica, delle radici, di ciò che ci precede e su cui la nostra società è fondata: una città senza radici non può avere futuro, non impara mai dai propri errori, ma ricomincia ciclicamente da capo, cadendo sempre negli stessi fallimenti. L’opera svolge anche, come molte delle opere di Igor, la funzione di denuncia: denuncia rispetto al territorio della Vucciria che, al di là della morte del mercato, racconta la morte degli edifici, che è puro disastro, che nulla ha di poetico e che nulla ha a che vedere con il “profumo di decadenza” che i turisti tanto ci ammirano.

…arte per morire

«Igor, l’arte da sola ovviamente no, ma l’arte può aiutare questa nostra Palermo a risorgere?»
La risposta dello street artist a questa domanda è un “no” netto che, lì per lì, lascia di stucco. Non è una questione di risurrezione – spiega -, perché «Palermo non è morta, ma è una città che langue. Magari fossimo morti! Spero che l’arte ci aiuti a morire definitivamente, per mettere un punto a questa situazione, per smettere di trascinarci. È come se non ci fosse mai un fondo: chiudono i ponti, le strade, è tutto sporco, ma ci diciamo che tanto può sempre andare peggio di così. Io vorrei riconoscere un fondo per appoggiare i piedi e rimettermi dritto. Vorrei morire, per poter risorgere».

Ma che vuol dire in questo momento per Palermo arrivare dove dovevamo arrivare, per poi rialzarci?

«Non è una questione di risurrezione, ma di morte. Finiamo di dirci bugie, che Palermo è la città della cultura. In questo senso, dobbiamo essere sinceri e riconoscere il nostro limite: è come se ci dicessimo continuamente che non abbiamo un limite, che in fondo siamo bravi, che in fondo comunque siamo belli, che in fondo comunque c’abbiamo Monreale, la Cappella palatina, il percorso arabo-normanno… In fondo… In fondo… In fondo niente! In fondo dobbiamo riconoscere che abbiamo fallito. Forse, riconosciuti questa morte e questo fallimento, possiamo metterci a lavorare seriamente».

La morte di una città e il ruolo delle istituzioni

L’impegno di Igor con i suoi murales – ammette – è un impegno politico. Ma in modo diverso da quello con cui la fanno i partiti. Igor capovolge il paradigma della democrazia. E sostiene che una città non si possa dire “democratica” per il solo fatto che tutti i cittadini abbiano diritto di voto. «Una società, per dirsi democratica, deve prima far sì che tutti i bambini abbiano le scuole belle, che tutti abbiano gli stessi diritti, che nei quartieri più fragili ci siano servizi adeguati».

Studente della facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Palermo, impegnato nel sociale. È co-fondatore di "AmUnì", un'associazione che vuole supplire all'assenza di rapporto tra gli universitari e il mondo del sociale, attraverso l'organizzazione di seminari, convegni e iniziative di volontariato. Da settembre 2020 collabora con "Il Mediterraneo 24"